Ho fatto un sogno cattivo.
Ripetevo da bambino questa frase infilandomi nel letto di mia madre. E lo ripeto ancora oggi rivoltando coperte e cuscini. A letto. Da solo.
Il cielo è ancora nero ma è già ora di uscire. Mi vesto lentamente mentre l’aroma di caffè riempie la piccola stanza. Con la tazza calda in mano attraverso la cucina ricolmo di pensieri; mi siedo in poltrona e cerco di incorporare più calore possibile perchè fuori è ancora inverno. Me lo dice la neve e il silenzio.
Prendo il cappotto marrone ormai logoro e penso di doverlo buttare ma le abitudini spesso mi comandano; faccio mente locale delle cose che mi servono mentre controllo le tasche di pantaloni e camicia. Un ultimo sguardo al tavolo in cucina e mi rendo conto di non aver mangiato il pancake che mi appare sul tavolo come una dimenticanza di cui mi pentirò. Esco.
Con il primo passo mi immergo nel freddo gennaio, il gelo sulla pelle è uno schiaffo che mi sveglia definitivamente. La casetta di legno sul viale è vuota, una catena è a terra simile alla pelle di un serpente. Lucky non c’è più da tanto tempo. Non ricordo neppure da quanto. Ma l’istinto ogni volta mi fa torcere il viso in cerca del suo scodinzolare e un tuffo al cuore rompe l’illusoria speranza. Miro la strada: Duecento passi e sarò alla fermata dell’autobus.
Ho fatto un sogno cattivo e Lucky non c’è. La mattina tarda ad arrivare. I passi sono faticosi stretti nella pesante consapevolezza. Anche il movimento più naturale, a volte è difficile da compiere, pure respirare. Dal ciglio della strada sterrata, tra gli alberi, mi accompagnano fruscii di vita e occhi curiosi. Il bosco si sveglia con me, con il suo Re. Anche in inverno, dove i molti sono rintanati a riposare per mesi, qualcosa viene a me. Lo percepisco nell’aria e nella terra che calpesto e mi trattiene per qualche istante. Lo sento nel cielo che ingoio. Nell’odore umido. Nella mia e solo mia indescrivibile speranza. Ma tutto ciò non mi basta perché ogni mattina sono costretto a lasciare il bosco per andare in città, dove farneticante e spaesato devo compiere il quotidiano imbroglio. Centoventi passi e sarò alla fermata dell’autobus.
Oggi mi sento diverso. Sarà il sogno. Il cattivo sogno. Sarà la mancanza di Lucky che aumenta irrefrenabilmente ma penso che un uomo solo non ha bisogno di comodi pagliativi ma solamente di sincerità. Una spasmodica richiesta di sincerità.
No. Oggi non vado a lavorare in città. Né oggi nè mai. Io sono il re del bosco e non ho bisogno di nient’altro che non si possa trovare qui, tra gli alberi che mi circondano. Tra i muschi e le erbe e i suoi abitanti ignari.
Il sogno è stato davvero cattivo. Ho sognato di morire come muore un uomo solo. Nel bel mezzo del viale per la comoda vita. Un uomo si accascia tra lo sbatter d’ali della civetta e lo zampettare del tasso. L’ho visto da lontano, come solo nei sogni accade perché lontana è sempre la tragedia.
E se cosi deve essere cosi sarà…
E’ più dolce la morte per chi non possiede nulla.
spesso i sogni sono amari…
quelli a occhi aperti poi…