Se la realtà è “ciò che vediamo con i nostri occhi”, è stato con i nostri occhi che abbiamo visto Cogne in televisione ed è grazie ai nostri occhi che la parola Cogne è diventata rimando automatico a un universo tragico e sanguinolento, ma è sempre con i nostri occhi che oggi, passeggiando per le strade di Cogne protetti dai nostri cappotti invernali, guardiamo il paese, le sue strade pulite,le vetrine curatissime dei negozi di grastonomia locale, le esposizioni di articoli per la montagna, gli alberghi semivuoti o addirittura chiusi con le facciate in stile baita, i SUV che sfilano sporadicamente su via Grappein, i paesani che s’incontrano e chiacchierano nei bar, i due giornalai (un uomo e una donna) tutti e due sovrappeso e in abiti death metal.
Quale Cogne allora?

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[O.L.] Bellissima l’idea meno il risultato. Viaggiare per i luoghi italiani più inflazionati dai media (sanremo, cogne, la puglia di Padre Pio…) è un’ottimo spunto. Sopratutto l’idea di rintracciare il vero “mulino bianco” diventato icona delle merendine è ottima, peccato che gli autori sono stati molto neutri nel loro racconto, forse invece che due giornalisti ci sarebbero voluti due studiosi di comunicazione, di antropologia, di che ne so, mi sono mancate le osservazioni in profondità, è tutto molto superficiale e poco divertente. Si parla molto della spettacolarizzazione e della trafigurazione della realtà prodotta dalla tv in modo molto poco spettacolare e appetibile, insomma, mi sono annoiato. Con questo non voglio togliere nulla al lavoro dei due giornalisti sicuramente apprezzabile, una notevole intuizione, ma forse l’analisi e le conclusioni dovevano essere esplicitate in modo diverso.