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“La poesia e la letteratura, quando si sono fatte poesia o anche quando solo la sorreggono e sono ricerca di poesia, non vanno mai toccate, e nessun angelo di smagliante bellezza e grandezza, anche ci indichi in ciò la salvezza dei nostri fratelli, deve essere creduto e obbedito. La poesia deve essere creduta non l’angelo.

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[O.L.] Non conoscevo la scrittrice Anna Maria Ortese e questo “ritratto intimo” L’ho preso in mano solo perchè è breve, lo ammetto. Però si è rivelata una grande lettura. attraverso aneddoti, lettere e brevi descrizioni di incontri fugaci Adelia Battista riesce a dipingere la Ortese con grande affetto, una persona che ha dedicata la vita alla letteratura: passionale e lucida. Consigliato anche e forse sopratutto a chi non conosce la scrittrice Napoletana.

Si potrebbe sostenere che non c’è da stare allegri se, dopo migliaia di anni che si sa perfettamente in cosa consista il buongoverno, siamo ancora tanto lontani dal realizzarlo. Ma, e questo è il punto di quel che voglio dire, ciò che sappiamo oggi su noi stessi è molto più complesso e articolato, è più profondo di quello che l’uomo sapeva allora su di sè, di quello che ha saputo per migliaia di anni.
Se mettessimo in pratica quello che sappiamo…

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[O.L.] Cinque interessanti conferenza di facile lettura sul tema della libertà. Il tono è molto pacato e viene ribadita in continuazione l’importanza della storia e della letteratura nella “formazione” di un uomo e vengono analizzati i processi mentali individuali e di gruppo con numerosi esempi presi dal rapporto governo/cittadino.

“Quelli che vedete adesso, sono gli effetti delle vostre politiche: se smetteste di fare concorrenza sleale ai prodotti africani, se smetteste di spogliare i nostri paesi delle proprie ricchezze, se manteneste gli impegni assunti al momento della decolonizzazione, finanziando progetti di sviluppo, noi forse non partiremmo. Ma la verità è che voi volete che noi partiamo.”
“Perchè volete andare in Europa, se l’Europa è l’origine dei vostri mali?”
“In Africa non c’è futuro”
“Non siete voi il futuro dell’Africa?”
“Quando torneremo ricchi,investiremo e daremo un futuro ai nostri paesi”

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[O.L.] Un ottimo reportage che racconta come (al solito) le notizie che ci arrivano dai tg e dai quotidiani siano pilotate dal governo. Nello specifico si parla delle migrazioni dall’africa verso L’europa. Argomento scottante in Italia ma anche in spagna e in grecia. Tutto quello che sappiamo pare falso, o almeno, molto lontano dalla realtà. Si spendono un sacco di soldi per pattugliare i mari, per pagare i governi del marocco e della libia per impedire le partenze verso l’italia, si paga per rispedire a casa i sub-sahariani ma in verità l’italia ha bisogno di loro.
Probabilmente dobbiamo avere piu paura di chi viene in italia e lavora seriamente (Sottopagato, sfruttato) e poi torna al suo paese con dei soldi e del know-how, piuttosto di chi è qui a delinquere. Perchè chi ci porta via soldi e conoscenze legalmente farà crescere il proprio paese. Ormai noi viviamo invece nell’immobilismo totale.

E quando è finito (N.B. sta parlando del libro “Lost Highway” di Guralnick), si potrebbe restare con la stessa sensazione che ha detto di aver provato il produttore di Elvis, Felton Jarvis, quando ha saputo della sua morte: “E’ come se qualcuno fosse appena venuto a dirmi che nel mondo non ci saranno mai più i cheeseburger”.

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[O.L.] Uno dei tanti aneddoti messi qua e là che rende la lettura di Bangs un viaggio profondo nel mondo musicale e non solo

Immagino di non essere un artista davvero coscienzioso, qualsiasi cosa significhi, e nemmeno voglio esserlo. Probabilmente non sfornerò mai un capolavoro, ma chi se ne frega? Sento che mi sta nascendo un Tono tutto mio, e quel Tono, per quanto stravagante possa essere, è la cosa di cui più vado fiero, perchè preferisco scrivere come un ballerino, muovendo il culo al ritmo del boogaloo che ho in testa, e forse raggiungere solo i lettori a cui piace usare i libri per muovere il culo, che non essere, o scrivere per, l’uomo che si è ritirato in clausura da qualche parte a leggere Eschilo, mentre questo mondo stupefacente avanza sbandando folle sotto le sue finestre ceree, diretto verso la sua ultima pazza piroetta di feedback fuligginoso.

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[O.L.] Niente a che vedere con lo splendido “guida irragionevole al frastuono piu atroce” ma anche in questa breve raccolta si trovano delle chicche, sopratutto i pezzi fortemente personali sono notevoli. Il titolo la dice lunga su alcuni testi contenuti qui, bocciati dagli editori nel tempo perchè o troppo fuori tema o troppo fuori di testa o semplicemente incomprensibili!

Il disagio che provo ogni volta che mi si chiede che cosa sto facendo. La gente non ha ancora capito che non sono idoneo al “fare”, che per me si tratta solo di lasciare passare il tempo, in realtà di passare insieme con lui…

Mi sono alzato con la certezza di essere stato picchiato, di essere passato per le mani di molti aguzzini, uno più esperto dell’altro. Questo lo chiamano “sonno”.

X è un eremita che conosce l’orario dei treni.

Per riuscire a essere modesti, dovremmo tenere sempre presente che in fondo tutto quello che ci capita è un “avvenimento” solo per noi.

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[O.L.] Periodico aggiornamento sui progressi: pagina 455 di 1103.

Per un bel pò è sembrato che anche la morte dovesse fare marcia indietro dallo scontro finale con l’eminenza di Jonnhy Cash.
Anche dopo che il cantante scoprì di avere una malattia incurabile e degenerativa nel 1997, egli non mollò.
Malgrado i frequenti ricoveri, ha registrato alcune delle canzoni più belle della sua carriera, si è reso disponibile per interviste, ha supervisionato le ripubblicazioni del suo vasto repertorio e ha preparato un video da lasciare senza fiato che raccolto sei nomination agli MTV video music award di quest’anno.
La notte di quasi sei anni fa quando, dal palco di un concerto nel michigan, per la prima volta annunciò pubblicamente di essere malato, egli disse della sua malattia: ” Mi rifiuto di darle un qualche spazio nella mia vita.”
Ma quando June Carter Cash, sua moglie da trentacinque anni e grande amore della sua vita, morì in maggio, tutti si chiesere per quanto tempo Cash sarebbe stato in grado di tollerare questo mondo senza di lei. Era la donna per la quale aveva scritto “Meet Me in heaven” in cui cantava: “Alla fine del viaggio/ quando la nostra ultima canzone sarà stata cantata / vorrai incontrarmi in cielo un giorno?”
Forse la cosa migliore l’ha detta Bono quando si è sparsa la notizia della morte di Cash: “Forse non è cosi grave. Certo è triste per noi. Ma June era andata a preparare la casa. E lui non era cosi lontano da lei”.

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[O.L.] Un regalo di natale. Bell’oggetto piu che buon libro, visto che da leggere c’è ben poco. Sfogliando le copertine ci si rende conto di un pò di cose ma non tante come speravo. Anzi spesso sembra che la musica (lo spettacolo) abbia avuto uno “sviluppo” separato da quello dell’umanità.

FERISCE LA MOGLIE CON LO SCOIATTOLO CONGELATO

Sacramento - Ha picchiato la moglie con uno scoiattolo congelato ed è finito in carcere con l’accusa di violenza coniugale.
[...] Brandendo l’animale a mò di clava, ha colpito la donna, ferendola alla fronte. La polizia di Sacramento ha aperto un’inchiesta per accertare come mai la famiglia avesse tanti scoiattoli nel congelatore

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[O.L.] Mi ricordavo il titolo e quando l’ho visto in un mercatino dell’usato a un euro non sono riuscito a trattenermi. dopo una ventina di pagine però l’ho archiviato. Carino ma senza picchi memorabili.

HOWARD HAWKS

Hemingway è uno dei miei migliori amici: andiamo insieme a caccia e a pesca. Tentavo di persuaderlo a scrivere per il cinema e lui mi disse: “Posso scrivere bei libri, ma non sono certo che saprei scrivere bei film”. Gli risposi che potevo prendere la sua storia peggiore e farne un film. “Qual’è la mia storia peggiore?” “Avere o non avere è spaventoso”. “E’ vero”, mi disse, “avevo bisogno di soldi, l’ho scritto d’un sol fiato. Tu non puoi farne un film.” “possiamo provarci”.
E pescando e cacciando abbiamo cominciato a parlarne. Abbiamo deciso che il miglior modo di raccontare la storia non era mostrare come i protagonisti invecchiavano, ma come lui aveva incontrato la ragazza, insomma tutte le cose che Hemingway non aveva detto e che erano accadute prima dell’inizio del romanzo. Dopo quattro o cinque giorni di discussione siamo rientrati e abbiamo scritto la sceneggiatura così come è stata girata. E c’era ancora materiale sufficiente per fare un altro film, che peraltro è molto bello.

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[O.L.] Ammetto che non conoscevo Hawks e di essermi stupito molto quando ho visto che ha girato dei film famosissimi. scarface, il grande sonno, il fiume rosso, gli uomini preferiscono le bionde..
Dovrò recuperare vedendone qualcuno. Tra parentesi, “avere o non avere” di hemingway mi era piaciuto parecchio.

FRITZ LANG

Mi sta bene. Statemi a sentire, anch’io ho rubato da altri registi, e sono ben contento e fiero di essere derubato a mia volta. Che cosa significa rubare da un altro regista? Semplicemente, prendere un’idea che si ammira e cercare di farla propria.

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[O.L.] Una conferma di quello che penso del processo creativo: copiate e personalizzate!

ROBERTO ROSSELLINI

Me ne infischio di fare arte. La mia è una posizione morale.

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[O.L.] Non conosco Rossellini. E tra tutti i registi intervistati è quello che mi ha meno incuriosito, infatti non mi sono segnato nemmeno un titolo da vedere (Roma città aperta l’ho già visto)

Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini.

Lo spettacolo è l’affermazione dell’apparenza

Lo spettacolo si presenta come enorme positività indiscutibile e inaccessibile. Esso non dice niente di più che “Ciò che appare è buono, ciò che è buono appare”

L’alienazione dello spettatore si esprime cosi: più esso contempla meno vive;

Lo spettatore non si sente a casa propria da nessuna parte, perchè lo spettacolo è dappertutto

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[O.L.] Basta, ci ho riprovato dopo un anno ma non riesco a leggerlo. Seppur è breve! Mi sembra che si ripeta all’infinito lo stesso concetto cioè che la vita della società moderna è pura rappresentazione, puro spettacolo e non vita vissuta. Gran merito alla teorizzazione di quello che ci sta succedendo senza consapevolezza ma ripeterlo sotto forme diverse per 150 pagine mi sembra troppo, non serve ripeterlo con paroloni e intrighi lessicali difficilmente risolvibili. Non è per niente spettacolare…

JEAN RENOIR

I semafori rossi sono veramente odiosi. Per me, i semafori rossi sono il simbolo di tutto quello che non mi piace della nostra civiltà contemporanea. Scatta il rosso e tutti si fermano, come se qualcuno gli avesse dato un ordine. Diventano tutti dei soldati che marciano al passo, poi c’è un ufficiale ce dà l’alt, e tutti fanno alt! Scatta il semaforo rosso, ed ecco che tutti si fermano. Per me è un insulto. Eppure, bisogna accettare questo stato di cose, perchè passare con il rosso equivarrebbe, con tutta probabilità, a farsi ammazzare… E’ questo che bisogna cambiare.

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[O.L.] La serie cinema di minimum fax è davvero un capolavoro, e questo è un libro stupendo, in cui sono state raccolte le interviste fatte da Les cahiers du cinèma ai più grandi registi degli anni 50-60. Ora sono innumerevoli i film che mi sono promesso di vedere, parlando di renoir ho già pronti: La grande illusione, la regola del gioco e l’angelo del male.

“il mondo affonda sempre più profondamente nelle acque ghiacciate del calcoco egoista” (K. Marx).
In nome della liberalizzazione dell’economia, abbiamo tolto gli ultimi ostacoli alla circolazione del capitale, cosa che conduce in pratica a una ridistribuzione definitiva delle risorse naturali del pianeta.
Dal momento che, ormai da anni, ai piani alti delle grandi imprese non ci sono altro che giganteschi computer, possiamo anche dimenticarci di qualsiasi codice morale.
Il denaro non ha, e non può avere, morale. E nè i vertici delle grandi potenze dimostrano di possederne di più.
All’interno di questa evoluzione, la dignità della persona è secondaria dal momento che potrebbe minacciare, seppur di poco, il profitto economico. Per chi decide di sfidare l’unione del capitale e del moloc scatenato dalla tecnologia, la sanzione può arrivare fino alla pena di morte, o peggio.
In attesa che l’umanità cresca in saggezza, ringrazio Amnesty per questo premio, che penso tuttavia di non aver meritato.

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[O.L.] Questo è il discorso di ringraziamento di Kaurismaki per il premio Amnesty. Ho visto finalmente “le luci della sera”. Purtroppo mi ha un pò deluso. E’ sempre lui visivamente parlando ma manca di vena comica, o forse mi è sfuggita… Con questo chiudo il libro e lo posiziono tra i “letti” per poi andarlo a riprendere man mano che vedrò i film che mi mancano.

«Aliviva!» gridano i bambini e subito corrono a nascondersi. Tocca a un ragazzino cercare i suoi compagni di gioco e tentare di scovarli secondo le regole del nascondino. Che vinca lui o il bambino più bravo a nascondersi, a gioco finito qualcuno esclamerà «Alimorti!», secondo una tradizione che dagli antichi romani è arrivata fino a Milano. Nella Caput mundi infatti era molto diffuso il gioco dei dadi (in latino alea), e prima di tirarli si usava dire alea viva, per poi concludere con un alea mortua una volta che i dadi erano fermi a terra, da cui le due espressioni meneghine, in uso fino a qualche tempo fa, che indicano l’inizio e la fine di un gioco. Proprio dal latino deriva la maggior parte dei vocaboli milanesi, basti pensare a «ciappà», prendere, da capere; a «assee», abbastanza, da ad satis; a «giamò», di già, da iam modo, a «incoeu», oggi, da in hoc die.

la lezione continua qui

[O.L.] Una breve lezione di milanese per chi si deve preparare al concerto di VDF….

Ho sentito dire che in India, vicino a Madras, c’è un tempio nei cui recessi un grande saggio di tremila anni fa scrisse, su foglie di palma, la vita e la morte di tutti gli uomini di tutti i tempi, del passato e del futuro. Uno arriva - pare - e gli viene incontro un monaco che dice: “Ti stavamo aspettando”. E da qualche parte tira fuori una di quelle foglie ingiallite con tutto ciò che è accaduto e tutto ciò che accadrà al visitatore.
Andando a vivere in India, cercherò quel tempio. Dopo tutto, uno è sempre curioso di conoscere il proprio destino.

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[O.L.] Già! andrò alla ricerca di quel tempio, con il mio zainetto ed L

Che brutta invenzione il turismo! Una delle industrie più malefiche! Ha ridotto il mondo a un enorme giardino d’infanzia, a una Disneyland senza confini. Presto anche nella vecchia, remota capitale reale del Laos sbarcheranno a migliaia questi nuovi invasori, soldati dell’impero dei consumi e, con le loro macchine fotografiche, le loro implacabili videocamere, gratteranno via quell’ultima naturale magia che lì è ancora dovunque.
Perchè in Asia quando un vecchio si vede puntare addosso una macchina fotografica, si volta, resiste, cerca di nascondersi, si copre la faccia? Lo fa perchè pensa che quella macchina gli porti via qualcosa di suo, qualcosa di prezioso che non puo ritrovare. E non ha forse ragione? Non è anche nell’usura di decine di migliaia di foto, scattare da turisti distratti, che le nostre chiese hanno perso la loro patina di  grandezza?

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[O.L.] Capisco perchè Terzani è diventato cosi famoso. E chi l’ha letto ne sia rimasto folgorato. La sua scrittura è molto semplice e dice cose banali. Ma quando dice banalmente che viaggiare è vivere e racconta il suo viaggiare e il suo vedere e il suo conoscere, bè, banalmente capiamo che spesso la vita quotidiana di ognuno non è Vivere con la V maiuscola, ma un [banale] sopravvivere…
 

Ognuno di noi, per tutta la vita, non smette di stupirsi di essere proprio quello che è. Il dramma dell’unicità è inesauribile e insolubile.

——

Quando penso che tutti gli istanti che ho vissuto sono sepolti per sempre, mi stupisco di come abbia voglia di viverne altri.

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Non si può godere della salute, nessuno è cosciente di star bene - mentre il minimo malessere fa vacillare la nostra incoscienza naturale. La malattia è la più grande invenzione della Vita.

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La mia capacità di ingurgitare libri è pari solo a quella di ingurgitare cibo: in effetti sono costantemente affamato, e niente mi sazia - nel mangiare e nel leggere. Ho bisogno di divorare per sentire che esisto, per essere.

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[O.L.] pagina 400. Ho tolto un pò di polvere dalla copertina…

La politica, più di ogni altro settore della società, specie quella occidentale, è in mano ai mediocri, grazie proprio alla democrazia, diventata ormai un’aberrazione dell’idea originale quando si trattava di votare se andare o no in guerra contro Sparta e poi… di andarci davvero, andarci di persona, magari a morire. Oggi, per i più, democrazia vuol dire andare ogni quattro o cinque anni a mettere una croce su un pezzo di carta ed eleggere qualcuno che, proprio perchè deve piacere a tanti ha necessariamente da essere medio, mediocre e banale come sono sempre tutte le maggioranze. Se ma ci fosse una persona eccezionale, qualcuno con delle idee fuori del comune, con un qualche progetto che non fosse quello di imbonire tutti promettendo felicità, quel qualcuno non verrebbe mai eletto. Il voto dei piu non lo avrebbe mai.

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[O.L.] Quest’anno è il mio anno asiatico. devo andare di là…

PVB: In fin dei conti, non so dire di preciso come nasca la drammaturgia dei tuoi film. In “Ho affittato un killer”, all’inizio non c’era altro che un vago filo conduttore, ma in seguito, quando ho visto il film per la prima volta, ho constatato che ogni peripezia aveva un suo sviluppo originale. La drammaturgia non segue mai la via insegnata ai corsi di sceneggiatura. La sinossi, in altri termini, è stata totalmente riscritta.

AKI: Nei corsi di sceneggiatura si impara solo a sbronzarsi. “Ho affittato un killer” è uno dei film che mi è stato piu facile scrivere, contrariamente a “Vita da boheme”. Se vuoi, la mia idea della scrittura di una sceneggiatura è la seguente: una volta trovata l’idea, smetto di pensarci per i tre mesi successivi, mi impedisco di farlo. Il mio inconscio, nel frattempo, lavora sodo. A un certo punto, metto su carta la struttura della storia e poi la dimentico di nuovo. Naturalmente giunge la data limite, il weekend in cui infilo la mia giacchetta da camera e batto a macchina il testo. La scrittura si srotola in circa venti, trenta ore, ma è stata preceduta da un lungo processo di maturazione inconscia. Per quanto il pensiero conscio sia di certo buona cosa, non bisogna sottostimare l’inconscio.
Tieni conto che io giro molto in fretta.
Non sono capace di restare concentrato più dello stretto necessario, dal momento che non mi interesso nè alla scrittura nè alla regia; in realtà, del lavoro del cineasta amo solo il montaggio della musica.

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[O.L.] Ho visto il film qualche giorno fa. Capolavoro assoluto. Kaurismaki mi fa ridere, e quando è superdrammatico fa ancora piu ridere, è il regista de “l’ironia della sorte”…

750.000 euro per la “sostituzione di arredi non ergonomici”. Una spesa che in questi tempi di magra, converrete, era assolutamente in-dis-pen-sa-bi-le.
Rossori di imbarazzo? mai. Quanto alle retromarce, sono rarissime. E solo nel caso in cui, scusate il bisticcio, il troppo è troppo troppo. Come nel caso del tunnel che avrebbe dovuto unire Montecitorio a una delle sue numerose dèpandance, il Palazzo Theodoli-Bianchelli su via del Corso. Progetto abolito, non senza sbuffi di esasperazione verso i giornalisti impiccioni, soltanto dopo che era stato svergognato sul “Corriere”.
Da un palazzo all’altro saranno, a esagerare, cinque passi. Lo stanziamento previsto era di 5.220.000 euro. Un milione di euro a passo. Quasi il triplo di quanto costò a metro l’Eurotunnel sotto la Manica. Che prezzi fanno oggi i muratori, signora mia…

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[O.L.] Questa è la storiella migliore. Vince il mio personale oscar: la più sfacciata presa per il c…

La prima urgenza elettorale di Roberto Formigoni, in una regione come la Lombardia dove il tasso di disoccupazione è basso, non è fare piu assunzioni possibili ma piuttosto coltivare il ceto medio, l’imprenditoria, il mondo dei servizi. E’ lì che trova i consensi e raccoglie le spintarelle, come la lettera oscena mandata agli ex ricoverati dal professor Raffaele Pugliese, direttore del dipartimento dei trapianti dell’ospedale Niguarda di Milano, due settimane prima delle Regionali del 2005: “Caro paziente, mi permetto di scirverLe in virtù dell’incontro che abbiamo avuto e del servizio che abbiamo potuto offrirLe in occasione della Sua degenza nel mio reparto”. Seguiva una lenzuolata di elogi alla regione fino alla sviolinata finale: “fatta salva la libertà elettorale di ciascuno e sperando di non recarLe disturbo o offesa, mi permetto di suggerirLe di sostenere la rielezione dell’attuale presidente della giunta elettorale Roberto Formigoni”

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[O.L.] Letto tra Parigi e Londra, perchè volevo un pò di italia in vacanza con me… Questo è solo uno dei mille aneddoti raccontati da Stella e Rizzo. Il problema che spesso ti strappano il sorriso ma c’è da piangere ve lo assicuro. Tutte cose “che si sanno” mi ha detto qualcuno, ma lette in fila, una dopo l’altra, con dovizia di particolari, fanno comunque davvero incazzare.
Il libro è scritto bene e documentato, insomma da leggere e divulgare.

Ogni mattina mi dico: oggi dev’essere una giornata produttiva, ma poi succede qualcosa che mi impedisce di scrivere.
Oggi… cos’è che dovevo fare oggi? Ah già, devono venire a intervistarmi. Mi sa che il romanzo non farà neanche un passo avanti. Capita sempre qualcosa.
Ogni mattina so già che riuscirò a perdere tutta la giornata. C’è sempre da fare: andare in banca, all’ufficio postale, pagare le bollette… sempre qualche bega burocratica da risolvere. Già che esco sbrigo anche qualche commissione, per esempio faccio la spesa: prendo il pane, la carne o la frutta. Ma prima di tutto compro i giornali… una volta comprati, uno li inizia a leggere appena arriva a casa, o perlomeno dà un’occhiata ai titoli per convencersi che non c’è nulla di interessante da leggere.
Ogni giorno mi dico che leggere il giornale è una perdita di tempo, ma poi… non riesco a farne a meno. E’ come una droga. Insomma, soltanto nel pomeriggio mi metto alla scrivania, che è sempre sommersa da lettere che aspettano una risposta da chissà quanto tempo, e questo è un altro ostacolo da superare.
Alla fine mi metto a scrivere ed ecco che iniziano i problemi veri. Il momento più difficile è quando devo iniziare da zero, ma anche se si tratta di qualcosa che ho già iniziato il giorno prima, arrivo immancabilmente a un punto morto, dove va superato un nuovo ostacolo.
E solo nel tardo pomeriggio inizio finalmente a scrivere frasi, correggerle, ricoprirle di cancellature, riempirle di incisi e riscriverle. In quel preciso istante in genere suona il telefono o il campanello, e arriva un amico, un traduttore o un intervistatore.
A proposito… oggi pomeriggio… quelli dell’intervista… non so se avrò il tempo di prepararmi. Potrei tentare di improvvisare, ma credo che un’intervista vada preparata in anticipo per apparire spontanea. E’ raro che l’intervistatore faccia domande che uno non si aspetta.
Ho fatto tante interviste, e sono arrivato alla conclusione che le domande si assomigliano sempre. Potrei dare sempre le stesse risposte. Ma invece penso di doverle cambiare, perchè a ogni intervista è cambiato qualcosa, dentro di me o nel mondo. Una risposta che era giusta la prima volta potrebbe non esserlo piu la seconda.
Questa potrebbe essere un’idea per un libro. Mi viene data una lista di domande, sempre le stesse; e in ogni capitolo ci sono le risposte che darei in momenti diversi. I cambiamenti allora diventerebbero l’itinerario, la storia che vive il protagonista. Forse in questo modo potrei scoprire alcune verità su di me.
Ma ora mi tocca andare a casa -  il momento in cui arriveranno gli intervistatori si avvicina.
Dio mi assista!

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[O.P.] Questa è l’introduzione di calvino alla sua intervista. Un’intervista bellissima, ogni risposta è una manata in faccia alla letteratura per forza evocativa, brevità e ironia. Molto bello anche il ricordo di Pietro Citati all’inizio del libro che ricorda L’uomo Calvino, schivo e silenzioso: “la piu labirintica mente che uno scrittore italiano moderno abbia posseduto”

tutti i miei romanzi potrebbero essere intitolati “L’insostenibile leggerezza dell’essere” o “Lo scherzo” o “Amori ridicoli”; i titoli sono intercambiabili, riflettono il numero limitato di temi che mi ossessionano, che mi definiscono e che, purtroppo, mi limitano. Al di là di questi temi, non ho altro da dire o da scrivere.

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[O.P.] Kundera è un po pesante nei romanzi e ancor di più in questa intervista. Poi la cosa che non mi è piaciuta è che l’intervista è stata battuta a macchina, corretta, riscritta fino a dire Ok ci piace. Ma che intervista è? E’ l’ennesimo saggio di Kundera su come scrivere un romanzo! vabè mi aspettavo qualcosa di piu sull’uomo.

Solo una volta il consiglio di uno scrittore mi è stato davvero d’aiuto. Me lo diede Colette. All’epoca scrivere racconti brevi per “Le matin”, e Colette era caporedattrice  per la letteratura. Mi ricordo di averle fatto avere due racconti, lei me li mandò indietro, e io continuai a riprovarci. Alla fine mi disse: “Guarda, sei troppo letterario”. E io seguii il suo consiglio. Lo faccio tuttora, quando scrivo e sopratutto riscrivo.

- Che cosa intendi per “troppo letterario”? Che cosa tagli? Un certo tipo di parole?

Gli aggettivi, gli avverbi e tutte le parole ad effetto. Tutte le frasi che stanno li solo per il gusto della frase. Proprio cosi: se c’è una bella frase, la taglio. Ogni volta che ne trova una in uno dei miei romanzi, è da tagliare.

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[O.P.] Sembrerebbe che i romanzi di Simenon siano molto asciutti, ma io di quelli che ho letto ho un ricordo molto buono e sopratutto, mi ricordo di romanzi molto ricchi e psicologici. Seppur lo stesso scrittore non ama quel tipo di letteratura legata troppo agli aspetti psicologici dei personaggi.

Quello che mi ha fatto diventare bravo nel mio lavoro, ammesso che sia davvero diventato bravo, è stata la lettura. Non è successo nulla che fosse di per sè interessante. Non ho uno scheletro nell’armadio, o cose del genere. La mia unica particolarità era che leggevo come un matto.

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[O.P.] Mi piace molto Moody come persona. E’ davvero modesto. Quasi non ci crede di essere considerato uno dei migliori scrittori contemporanei.

Nei periodi in cui scrivo passo parecchie ore alla scrivania: dieci-dodici, a volte persino quindici ore alla volta, un giorno dopo l’altro. Mi piace molto, quando succede cosi. Parecchio di questo tempo, capite, è dedicato al lavoro di revisione e di riscrittura. Non ci sono molte cose che mi piacciano di piu di prendere un racconto che ho avuto tra i piedi per un pò e tornare a lavorarci su. Lo stesso vale per le poesie che scrivo. Non ho mai fretta di spedire le cose all’editore appena le ho scritte, anzi a volte me le tengo in casa per mesi e ogni tanto ci lavoro su, aggiungo un tocco qua, ne tolgo uno la.
A buttar giu la prima stesura di un racconto non ci vuole poi molto, di solito lo faccio in una sola seduta, ma poi ci metto un bel pò per stenderne le varie versioni. Sono arrivato a farne anche venti o trenta dello stesso racconto. Comunque, mai meno di dieci o dodici. E’ molto istruttivo e rincuorante esaminare le prime stesure delle opere dei grandi scrittori. Penso alle riproduzioni delle bozze di Tolstoj, tanto per citare uno scrittore che amava correggere molto. Era sempre li a rivedere, fino al momento delle ultime bozze. Ha ripassato e riscritto Guerra e Pace otto volte.
Esempi del genere dovrebbero rincuorare ogni scrittore le cui prime stesure sono bruttissime, come le mie.

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[O.P.] Si, rincuorante, ma neanche troppo. 8 volte “Guerra e Pace”! ma neanche in 8 vite…

Sono molto lento a mettermi in moto. Se ho un’idea per un romanzo, trovo ogni pretesto immaginabile per non lavorci sopra. Se faccio un libro di racconti, testi brevi, ognuno ha un proprio momento di inizio. Anche con gli articoli, sono lento a mettermi in moto. Perfino con gli articoli per i quotidiani ho la stessa difficoltà a carburare. Una volta iniziato, sono anche abbastanza veloce. Insomma, sono veloce a scrivere, ma ho lunghi periodo di vuoto.
E’ un po come la storia del grande artista cinese: l’imperatore gli chiese di disegnare un granchio, e l’artista rispose: “Mi servono dieci anni, una casa grande e venti servi”. Passarono i dieci anni, e l’imperatore gli domandò il disegno del granchio. “Mi servono altri due anni”, disse. Poi chiese un’altra settimana. E alla fine prese la penna e disegnò il granchio in un attimo, con un unico, rapido gesto.

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[O.P.] Mi piace molto la storia del granchio. Cosi quando non ho voglia di fare.. immagino che poi ci riuscirò  in poco tempo…

Non sono abbastanza modesto per saper soffrire

[O.P] pagina 350. Questa frase per qualche problema di sinapsi mi fa ridere. Mi fa venire in mente una battuta di Woody Allen, quando gli chiedono “ma tu credi in Dio?” e lui risponde “bè a qualcuno mi devo pur ispirare”

Oggi siamo bombardati da una tale quantità di immagini da non sapere più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo.
Se ho incluso la visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.

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[O.P.] Finalmente ho preso il cervello e mi sono messo a leggere le ultime due lezioni che mi mancavano. Non lo consiglio a tutti (non so nemmeno se fa per me), ricordo che sono 6 conferenze tenute da Calvino sul mestiere dello scrivere. Per forza di cose il linguaggio non è il più scorrevole del mondo, ma ci sono un sacco di citazioni e riferimenti utili per cui vale la pena la faticosa lettura.
Secondo me l’importante è non spezzare la lettura della singola conferenza, è molto difficile tornare sui passi dopo qualche tempo in quanto è un vero e proprio bombardamento di concetti ed esempi.

Dato che non riesco a scrivere, ultimamente disegno. Almeno è qualcosa in cui capisco perchè non sono brava, e allora riesco a godermelo.

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[O.P.] Io preferisco scrivere comunque, in quanto il disegno è qualcosa per me avverso e impossibile da capire. La mia capacità di disegnare è inferiore a quella di un criceto. Probabilmente da bambino nessuno mi ha mai spiegato a cosa servivano le matite colorate, hanno preferito accendermi il televisore a palla e comprarmi poi l’atari! Me la sono spassata ma, quanto vorrei essere in grado di disegnare senza vergogna! non potete immaginarlo.

Il numero di libri che possiedo  cresce cosi costantemente che si rende necessaria una cernita altrettanto costante: se vengo meno a questa pratica rigorosa, si verifica una vera e propria eruzione vulcanica. Mi sono anche murato vivo in mezzo alla musica: prima a forza di vinili, poi di cd. Le mie case sono sempre state incredibilmente dense di informazioni, come capsule di sopravvivenza dopo la guerra nucleare, o modelli ingranditi dell’interno del mio cervello. Questo - la stanza come cervello - è un paragone di cui mi sono spesso servito per descrivere le stanze altrui, ma ho cominciato a usarlo per il sospetto di aver esteriorizzato io per primo il contenuto del mio cervello, a beneficio di chiunque fosse interessato a guardarlo.
La verità più semplice, e forse più profonda, sta nel paragone che agli altri viene più immediato: che cioè questi imperi di dati immagazzinati costituiscano un castello, un’armatura o un guscio dentro cui nascondere la parte più delicata di me. Il mio esoscheletro di libri ha conosciuto i suoi picchi di arzigogolate protuberanze e proliferazioni disordinate nei momenti di crisi vissuti in solitudine…

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[O.P.] Conosco davvero molti, oltre a me, che vivono in un bunker di dati, siano questi film, foto, libri, quadri. E quando vado a casa loro sto bene, mi sento in un ambiente familiare, accolto e protetto da subito.

p.s. Il libro è fantastico ma ne parlerò nel prossimo post.

Le comunità virtuali non costruiscono nulla. Non ti resta niente in mano. Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quant’è bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti.

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[O.P] Che depressione passare la domenica pomeriggio a casa! pur avendo voglia di saltar fuori dalla porta e farsi vedere, girare per musei o parchi, ma la prigrizia…. e internet…

…Se iniziamo a propagarci su internet, possiamo attivare comunicazioni uno a uno. Non dobbiamo raggiungere un pubblico con un milione di persone per aver successo, possono anche bastare sei spettatori, dipende dall’obiettivo che si si è prefissi. Ciò sta a indicare la capacità di offrire contenuti tagliati su misura per i singoli individui. La gente potrà riarrangiare a piacimento quel che consuma, man mano che diventa sempre più consapevole del potere di controllare quel che vuol guardare.

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[O.P.] Openlecture quando è nato aveva un solo obiettivo, molto umile: tracciare da qualche parte il mio percorso di lettura. Poi quando arrivò la prima mail e il primo commento di qualche lettore che grazie a questo blog aveva scoperto un libro o un autore che non conosceva, e per questo mi ringraziava, ho pensato di aver raggiunto il secondo obiettivo mai dichiarato. Ora sto ragionando al passo successivo…

Quando ho cominciato io, in Finlandia di solito si faceva un film e poi si aspettava dieci anni prima di trovare i soldi per il successivo. Scegliendo Delitto e Castigo io mi sono detto che se uno deve fare un solo film in tutta la vita, tanto vale cascare dall’alto anche con il rischio di rompersi qualsosa di più che le gambe. Ma, Dio solo sa il perchè, mi hanno permesso di continuare sull’abbrivio e fare così un secondo film. Anche se “permesso” non è la parola giusta. Primo, perchè non ho chiesto l’autorizzazione a nessuno. E secondo, perchè Calamari Union è un film a zero budget.

A ogni modo, quello che facevano tutti all’epoca era girare due volte la stessa cosa, magari un pò più artistica. Ma io non sono caduto nella trappola. E ho deciso di fare il contrario, girare il film più disastroso e sbagliato possibile, cosa che mi è perfettamente riuscita, almeno a mio modesto avviso. Le riprese, del resto, sono state fatte in un’atmosfera di follia totale. Se non ricordo male, io ero l’unica persona, fra tutte, dotata di un qualche buon senso.

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[O.P.] L’edizion isbn di questa lunga folle intervista è favolosa, piena di foto tratte dai film di Aki che tra le risposte si rivela un personaggio davvero divertente. Dice cose da matti con una serietà spiazzante. Leggendo questa intervista si capiscono meglio i suoi film che addirittura diventano tutto ad un tratto delle commedie. Infatti tutte le sue scene si basano sulla teoria che un evento quando è troppo drammatico diventa comico.

Il Rasoio di Occam (Ockham’s Razor) è il nome con cui viene contraddistinto un principio metodologico espresso nel XIV secolo dal filosofo e frate francescano inglese William of Ockham (noto in italiano come Guglielmo di Ockham).

Tale principio, alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma più semplice suggerisce l’inutilità di formulare più assunzioni di quelle strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno: il rasoio di Ockham impone di scegliere, tra le molteplici cause, quella che spiega in modo più semplice l’evento.

La formula, utilizzata spesso in ambito investigativo e - nel moderno gergo tecnico - di problem solving, recita:
« Non aggiungere elementi quando non serve. »

oppure
« Non supporre pluralità quando non serve. »

oppure ancora
« È inutile fare con più quanto si può fare con meno. »

In altri termini, non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. All’interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno invece ricercate la semplicità e la sinteticità. Tra le varie spiegazioni possibili di un evento, è quella più semplice che ha maggiori possibilità di essere vera (anche in base a un altro principio, elementare, di economia di pensiero: se si può spiegare un dato fenomeno senza supporre l’esistenza di qualche ente, è corretto il farlo, in quanto è ragionevole scegliere, tra varie soluzioni, la più semplice e plausibile).

[O.P.] Questo è l’unico bel ricordo che ho de “lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” e reputo il rasoio di Occam “parole sante”.

Se pur gridassi, chi mi udrebbe dalle gerarchie
degli angeli ? E se uno mi stringesse d’improvviso
al cuore, soccomberei per la sua troppo forte presenza.
Perché nulla è il bello, se non l’emergenza
del tremendo: forse possiamo reggerlo ancora,
ed ammirarlo anche , perché indifferente
non degna distruggerci. Ognuno degli angeli è tremendo.
E mi trattengo così, e inghiotto l’appello d’oscuri
singulti. Ah ! chi possiamo allora chiamare in aiuto ?
Gli angeli no, gli uomini no, e i sagaci
animali lo notano già quanto noi inadeguati
siamo qui di casa nel mondo già interpretato.

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[O.P] Questa è la terza e ultima memoria dal festival del silenzio. Un brano citato durante il workshop “Quel fruscio che arricchisce il silenzio: la scrittura di sè come ascolto interiore” tenuto da Duccio Demetrio. Interessanti appunti sul significato del silenzio che si apre e chiude con la citazione de: “il gioco del silenzio” di Carlo Sini

Praticamente non c’è persona a Teotitlan del Valle che non abbia conoscenza profonda e dettagliata delle tecniche di tessitura e di tintura nelle sue varie fasi: cardatura e pettinatura della lana, filatura a mano, allevamento degli insetti nel loro cactus preferito, scelta dell’indigofera giusta. E’ una conoscenza radicata nei componenti delle famiglie di questo villaggio. Non c’è bisogno di chiamara nessun “esperto”, non è necessaria nessuna conoscenza esterna che non esista nel villaggio. Ogni aspetto di questa esperienza è già presente qui.

Com’è diverso tutto ciò dalla nostra cultura più “progredita”, dove nessuno sa nè è in grado di costruire qualcosa da sè. Come nascono, per esempio, una penna o una matita? Saremmo in grado di crearne una se ce ne fosse la necessità? Temo per la sopravvivenza di questo villaggio e di quelli simili, che esistono da oltre mille anni. Temo per la loro sopravvivenza nel nostro mondo massificato e specializzato.

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[O.P.] Mi è capitato di percepire la “conoscenza radicata in un villaggio” nei dintorni di Merida. Dove ogni famiglia è un produttore di amache. Guardo chi sa “usare le mani” con grande rispetto e un pò di invidia, io inetto per natura a qualsiasi lavoro manuale.

Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi. Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d’intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’Essere Stato Scritto. E cosí superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Piú Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque E’ Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza

i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,

i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,

i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,

i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,

i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest’Estate,

i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,

i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.

Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D’Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.

Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d’un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae. Anche all’interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D’Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D’Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l’attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).

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[O.P.] Riporto un bel commento tratto da Homolaicus: Se Calvino avesse resistito oltre i sei anni di silenzio, forse non avrebbe scritto neanche queste parole.
Se si fosse chiesto quanto davvero conta la lettura per essere quel che si dovrebbe essere, forse non avrebbe scritto nulla.
Se un numero incalcolabile di persone analfabete ha fatto la storia per migliaia e migliaia di anni, forse è il caso di chiedersi quanto siano davvero utili la lettura e la scrittura.
Se pensiamo che le tragedie più grandi dell’umanità, le sofferenze più incredibili inferte alla natura sono state il frutto di civiltà capaci di leggere e di scrivere, forse riusciamo a capire perché i grandi personaggi di tutti i tempi non hanno scritto una sola riga.
La lettura isola e la scrittura fossilizza la vita.
Beato che vive la vita e non ha il tempo di fare né l’una né l’altra cosa.

Ho trovato in Internet una serie di istruzioni su come scrivere bene.
Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura.

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10.Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11.Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12.I paragoni sono come le frasi fatte.
13.Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14.Solo gli stronzi usano parole volgari.
15.Sii sempre più o meno specifico.
16.L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17.Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18.Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19.Metti, le virgole, al posto giusto.
20.Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21.Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
22.Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23.C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24.Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25.Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26.Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27.Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28.Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29.Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30.Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31.All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32.Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33.Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34.Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.
35.Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36.Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37.Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38.Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.
39.Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.

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[O.P] Il buon umbertone sa essere molto spiritoso ma a modo suo. Per intenderci, un Eco spiritoso mi ricorda gli ingeneri informatici che se la ridono di gusto facendo battute sulle capacità degli Hard disk o menzionando i floppy.

Jenkins definisce i Pokèmon “la prima forma di narrativa per il mondo dei media convergenti”, capace di diffondere elementi del suo universo attraverso lo spetto mediatico. “La storia può colpirci da svariate direzioni: sotto forma di serie televisive, videogame, libri, film e carte da gioco.
Intrattenimenti quali i Pokèmon o Matrix insegnano ai giovani appassionati come essere cacciatori e raccoglitori all’interno della propria esperienza d’intrattenimento”, prosegue jenkins,”consentendo loro di scavare fino al livello di coinvolgimento voluto”.

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[O.P.] Chi l’avrebbe mai detto. Un giorno gridavo ai bambini negli spogliatoi di calcio “mettete via le figurine dei pokemon!” e ora leggo che sono un modello spartiacque nel mondo della comunicazione integrata.
 

L’uomo può vivere senza preghiera, ma non senza la possibilità della preghiera…
L’inferno è la proibizione della preghiera.

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Concepire un pensiero, uno solo - ma che faccia a pezzi l’universo.

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Era di una bontà morbosa.

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Sogno una lingua le cui parole, come pugni, fracassino mascelle…

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Chiunque si scaldi e alzi la voce tradisce la mancanza di fiducia in se stesso.

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Aveva il pentimento facile: crisi di coscienza senza sforzo ne pena. Un automa del rimorso.

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Aleksandr Blok, nel suo Diario, in data 15 aprile 1912: “Il naufragio del Titanic ieri mi ha rallegrato in modo indicibile: dunque c’è ancora l’Oceano.”

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Chiunque è più contemporaneo di me.

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[O.P.] Avevo “dimenticato” i diari di Cioran per un paio di mesi. L’altra sera mi ci sono perso. Pensare che ho ancora da leggere 800 pagine mi riempie di gioia.

Il fatto che siano state brevettate delle procedure informatiche estremamente stupide (come ad esempio, quelle necessarie per visualizzare una finestra) è un fatto assurdo.
Questo vuol dire che se io, in un software scritto da me, scrivo una procedura simile a quelle già brevettate, facendomi venire un’idea che qualcun altro ha già messo sotto brevetto, sto commettendo una grave violazione e sono perseguibile a norma di legge.
[...] Un’operazione del genere, tradotta dall’informatica alla letteratura, sarebbe equivalente alla concessione di brevetti su alcune frasi di uso corrente. Scrivere “Ciao, come stai?” in un libro o in una rivista diventerebbe un’operazione accessibile solo a grandi gruppi editoriali che possono permettersi di assumere uno staff legale per controllare che quella semplice frase non sia già stata brevettata da qualcun altro, ed eventualmente pagare profumatamente il diritto di utilizzo della frase.

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[O.P.]Consiglio vivamente. Sopratutto i capitoli sui ciber-pirati e sulle radio private sono esemplificativi dell’importanza degli hacker e dei coraggiosi in nome della libertà culturale. Ovviamente il libro è copyleft

- con il progressivo aumento di una popolazione che detiene un livello culturale di tipo universitario, non aumenta tanto il numero di lettori quanto il numero di chi desidera essere letto.
- Se tutti quelli che desiderano essere letti leggessero a loro volta, assisteremmo ad un boom senza precedenti, in quanto mai prima d’ora ci sono stati cosi tanti milioni di persone che sognano di essere pubblicate.
- Il poeta Judson Jerome ha detto che, se gli scrittori fossero realmente riguardosi, inserirebbero una banconota da cinque dollari in ongi loro libro in circolazione, come riconoscimento simbolico del tempo che hanno chiesto ai loro lettori e amici.

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[O.P.] A volte penso che sarebbe bello un sistema editoriale in cui ognuno può scrivere e pubblicare un solo libro nella sua vita. Questo perchè sono quasi convinto che per ogni autore il primo libro è il migliore, il più sincero. Inoltre in questo modo a nessuno fregherebbe molto di vendere tanto o poco.

Un capolavoro come Dracula di Bram Stoker, uscito nel 1897, non sarebbe mai esistito se l’autore non avesse potuto attingere da un lato a una ricca tradizione orale dedicata ai miti vampirici dell’Europa Orientale e dall’altro alle biografie di Vlad Tepes, nobile romeno vissuto nel xv secolo e passato agli annali del brivido come il più sanguinario dei cristiani in lotta contro gli ottomani.
Del resto, senza Dracula, sarebbero mancate anche opere di autori successivi come Anne Rice, Stephen King e Kin Newman e pellicole come quelle di Francis Ford Coppola o John Carpenter. Inoltre anche quando gli eredi di Stoker, appellandosi al diritto d’autore loro spettante dopo la morte dello scrittore, avrebbero voluto impedire la realizzazione del film Nosferatu girato nel 1922 da F.W. Murnau, si trovò la scappatoia: si ridefini il personaggio principale cambiando la posizione dei denti tipici del principe degli inferi - non più i canini ma gli incisivi - e l’aristocratico non morto, invece di Dracula si chiamò come un’altra tipologia di aggressivi trapassati che infestano i Carpazi, i Nosferatu appunto.
A dimostrazione che se si tenta di imbrigliare un’idea, c’è sempre un modo per tornare a liberarla.

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[O.P.] Non mi sento un ladro se ho voglia di ascoltare più musica  o se ho voglia di vedere più film di quanto mi potrei permettere comprando. Se voglio il cd o il dvd devo pagare. se invece voglio la musica o delle immagini, cioè opere dell’intelletto, perchè dovrei pagarle? ovviamente non ho scopi di lucro ma solo personalissime curiosità intellettuali. Ho diritto di studiare e comunicare con ogni mezzo a mia disposizione. Emule è un mezzo a mia disposizione.

Solo i nostri mali ci danno una “profondità”. Se anche avesse del genio, uno in buona salute è fatalmente superficiale.

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Dato che sono colpevole di questo e di quello (io ho, io trovo cento ragioni per esserlo), io mi punisco, mortifico il mio corpo: mi faccio tagliare i capelli cortissimi, nascondo il mio sguardo dietro a degli occhiali scuri (come se dovessi entrare in convento), mi consacro allo studio di una scienza seria e astratta. Come un monaco, mi alzerò presto per mettermi al alvoro mentre è ancora notte. Sarò molto paziente, un pò triste, in poche parole, degno, come si addice all’uomo risentito. Mostrerò istericamente il mio lutto (il lutto che io m’immagino) attraverso il mio vestito, il taglio dei miei capelli, la regolarità delle mie abitudini. [...]

L’ascesi è rivolta all’altro: voltati, guardami, renditi conto di cosa stai facendo di me. E’ un ricatto morale: io metto di fronte all’altro la figura della mia propria scomparsa, quale essa sicuramente avrà luogo se lui non cede (a che cosa?)

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C’è una frase di Chamfort che ho trascritto nel mio quaderno di citazioni: “La plupart des livres d’à present ont l’air d’avoir ètè faits en un jour, avec del livres lus de la veille” (la maggior parte dei libri di adesso sembra fatta in un gionro, con i libri letti il giorno prima).
Se è vero che vengono pubblicati 170 libri al giorno, è inevitabile che le librerie siano diventate magazzini di una merce a brevissima scadenza, per non dire scadente o scadentissima.
Ormai bisogna andare in biblioteca per trovare un libro uscito due o tre anni fa. L’anno scorso ho cercare “Aprire Venere” di Georges DidiHuberman (Einaudi, 2001), per prepararmi alla lezione che avrebbe tenuto agli studenti di Brera. Non l’ho trovato. La settimana scorsa ho cercato il “Canzoniere” del Petrarca della Bur con la prefazione di Zanzotto (2004) per un incontro di pugilato letterario. Non ho trovato neanche quello, e sono finita ko.
La responsabilità di questa vergogna, bisogna dividerla equamente tra i librai e gli editori, o bisogna imputarla tutta quanta agli editori? Non lo so; so solo che mi gira la testa, che mi viene da vomitare davanti a quei banconi di “novità” tutte lustre, tutte rilucenti, tutte straelogiate, tutte strapubblicizzate.
Domani mi metto alla ricerca di “Fitzcarraldo” di Herzog (Guanda ‘82 e ‘97), ma siccome “non ci ho scritto gioconda” - espressione sentita da Antonio DiPietro e che mi ha fatto tenerezza - non andrò nè alla mondadori nè alla feltrinelli. So benissimo dove posso trovarlo: prima tappa “L’atlante” di via tadino, poi il Libraccio di via Vittorio veneto, poi il “trovalibri” di viale Montenero a Milano…
Per me le vere librerie, i luoghi dove si può comprare il vero nutrimento della mente, solo le librerie di libri vecchi e usati.

[articolo pubblicato su D - sabato 2 giugno 2007]

Un uomo che sia destinato a creare o che semplicemente abbia qualcosa da dire, non si interroga di continuo sulle proprie capacità, sulla loro natura o sui loro limiti. Ci dà dentro.

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Una malattia, per quanto terribile, è sopportabile a patto di non darle un nome

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Il mio amore per la concisione mi impedisce di scrivere, perchè scrivere è sviluppare

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Penso di non avere un solo organo a posto

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F.T. - Abbiamo visto che alcuni suoi film, come Notorious, Vertigo, la donna che visse due volte, Psyco, assomigliano a dei sogni. Vorrei chiederle se sogna molto

A.H. - Non molto… qualche volta… e i miei sogni sono molto ragionevoli. In uno, mi trovavo sul Sunset Boulevard, sotto gli alberi, e stavo aspettando un taxi giallo per andare a pranzo. Non c’erano taxi gialli, perchè tutte le macchine che passavano erano del 1916. E mi sono detto: “E’ inutile star qui ad aspettare un taxi giallo, perchè sto facendo un sogno del 1916″. Allora ho camminato fino al ristorante.

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Se non è confortante, è comunque lusinghiero pensare che si morirà senza aver dato il proprio meglio.

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Definirsi “senza nome” non significa nascondere i nostri nomi come facevamo al tempo del Luther Blisset project, proprio perchè è il concetto generale quello che conta, cioè l’allusione che l’opera è più importnate dell’autore, non che noi non esistiamo e non facciamo quello che facciamo o che non siamo noi a farlo. E’ evidente che non apparire in tv o in fotografia non significa nascondere le nostre facce, dato che incontriamo di persona migliaia di lettori in tutta italia, ma appunto allude all’opacità verso i media e alla trasparenza assoluta verso i lettori. Insomma è l’allusione a uno stile diverso, al ribaltamento del canone comportamentale dello scrittore classico e dello star system e di conseguenza alla concezione della letteratura e della narrativa che andiamo esponendo nelle nostre presentazioni pubbliche.
[...]
Noi abbiamo dichiarato che i nomi non sono importanti, o comunque non più di quelli di chiunque altro partecipi direttamente o indirettamente alla costruzione delle narrazioni collettive che viaggiano per il mondo. Occorreva quindi liberarsi dell’ultimo vincolo che il nome ti pone: la necessità di negarlo e di nasconderlo. Se si rimane prigionieri di quella paura e dall’imponenza del nome, anzi, del “non nome”, che a quel punto diventano la stessa cosa.

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Ieri, domenica 3 giugno, nel treno che mi riportava da Compiègne a Parigi. Di fronte a me, una ragazza (diciannove anni?) e un giovane. Cerco di vincere l’interesse che suscita in me la ragazza, il suo fascino, e per riuscirci la immagino morta, in stato di avanzata decomposizione, gli occhi, le guance, il naso, le labbra, tutto completamente putrefatto. Niente da fare. Il suo fascino continuava ad agire su di me. E’ questo il miracolo della vita.

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F.T. [...] Penso che in “The lodger” lei appaia per la prima volta in un suo film.

A.H. In effetti ero seduto dietro una scrivania nella redazione di un giornale.

F.T. Era un gag, una superstizione o non aveva a disposizione abbastanza comparse?

A.H. Era strettamente funzionale, perchè bisognava riempire lo schermo. Più tardi è diventata una superstizione e in infine un gag. Comunque oggi è un gag abbastanza ingombrante, e per permettere alla gente di vedere il film con tranquillità, mi preoccupo di farmi notare nei primi cinque minuti.

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Non filmo mai un “pezzo di vita”, perchè tutti lo possono trovare senza alcuna difficoltà a casa loro, nelle strade e anche davanti all’ingresso del cinema. Non c’è bisogno di pagare per vedere “un pezzo di vita”. Del resto non mi interessano nemmeno i soggetti puramente fantastici, perchè è importante che il pubblico possa riconoscersi nei personaggi. Girare un film, per me, significa innanzitutto raccontare una storia. Questa storia può essere inverosimile, ma non deve mai essere banale. E’ preferibile che sia drammatica e umana. Il dramma è una vita dalla quale sono stati eliminati i momenti noiosi.

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Certo la letteratura non sarebbe mai esistita se una parte degli esseri umani non fosse stata incline a una forte introversione, a una scontentezza per il mondo com’è, ad un dimenticarsi delle ore e dei giorni fissando lo sguardo sull’immobilità delle parole mute.

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Il pensiero deve svolgere un ruolo catastrofico, essere esso stesso un elemento catastrofico, di provocazione, in un mondo che vuole epurare tutto, sterminare la morte, la negatività. Ma deve nello stesso tempo restare umanista, preoccuparsi dell’uomo e, per questo, ritrovare la reversibilità del bene e del male, dell’umano e dell’inumano.

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La sua mancanza di talento rasentava il genio…

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Questo pomeriggio volevo scrivere sulla gloria; ma siccome non mi veniva in mente nulla, sono andato a letto. Spesso i miei grandi progetti mi hanno portato a letto, conclusione pietosa delle mie ambizioni.

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La scortesia di essere “profondi”

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Il delirio…? Supponiamo che risponda: “Sono sempre razionale. Qualsiasi cosa dica o scriva è sempre improntata alla ragione, alla chiarezza e alla logica”. Cosa penserebbe di me? Penserebbe che sono completamente cieco riguardo a me stesso, una specie di paranoico. Se invece rispondessi: “Certo, sono assolutamente delirante; scrivo sempre come se fossi in trance, non so proprio come faccio a scrivere cose così assurde”, penserebbe che sono falso, che interpreto un personaggio neanche troppo credibile. Forse la domanda da cui dovremmo partire è questa: Quanto di me stesso metto in ciò che scrivo? E la mia risposta è: Metto la mia ragione, la mia volontà, il mio gusto, la cultura a cui appartengo, ma al contempo non posso, per così dire, controllare la mia nevrosi, o ciò che potremmo definire delirio.

[da Italo Calvino, Uno scrittore pomeridiano. Intervista sull’arte della narrativa, a cura di William Weaver e Damien Pettigrew, Roma, minimum fax, 2003, pp. 35-6]

E’ vero che una immagine può valere più di mille parole. Ma è ancora più vero che un milione di immagini non danno un solo concetto. Riassumo in tre punti. Primo: il vedere non è conoscere. Secondo: il conoscere può essere aiutato dal vedere. Terzo: conoscere per concetti (il conoscere in senso forte) dispiega tutto quanto oltre il visibile.

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Se avessi portato a termine solo un decimo dei miei progetti, sarei di gran lunga il più fecondo autore mai esistito. Per mia disgrazia, o per mia fortuna, mi sono sempre dedicato molto di più al possibile che al reale, e niente è più estraneo alla mia natura del concludere. Ho approfondito nei minimi dettagli tutto ciò che mai avrei fatto. Mi sono spinto all’estremo del virtuale.

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Lo psicotico vive nel timore del crollo [..]
Ma la paura clinica del crollo è la paura d’un crollo che è già stato subito (primitive agony) [...]
e vi sono dei momenti in cui un paziente ha bisogno che gli si dica che il crollo la cui paura mina la sua vita è già avvenuto.
Lo stesso avviene a quanto sembra per l’angoscia d’amore: essa è la paura di una perdita che è già avvenuta, sin dall’inizio dell’amore, sin dal momento in cui sono stato stregato. Bisognerebbe che qualcuno potesse dirmi: “Non essere più angosciato, tu l’hai già perduta”.

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L’arte figurativa
deve riprodurre esattamente
le forme della natura
o può deformarle?

una figura è vera solo nell’armonia del quadro
la gente scapperebbe se incontrasse per la strada
la venere di Botticelli
a braccetto della maddalena di Tiziano

L’uomo comune cerca sempre
invece
la verosimiglianza
proprio ciò che al pittore interessava meno

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