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“Ecco” disse l’uomo, “Finito, ora volerò”
“Non sembri contento” disse il bambino.
“Forse emozionato. Contento no, sapevo che ci sarei riuscito. Ero sicuro, perchè se non si è sicuri non si vola”
[O.L.] Non amo il Guccini-scrittore quanto il Guccini-cantante però questa raccolta di brevissimi racconti mi è piaciuta. I racconti sono molto semplici e si leggono tutti in fila in un’ora. Ho visto Guccini che presentava il libro da Fazio e gli è scappato di dire “sono racconti quasi carveriani, in cui non succede niente”. In effetti sono “momenti rapidi” quelli raccontati, che si esauriscono al massimo in una giornata narrativa, ma lo stile non è carveriano è emiliano. Comunque buono.
(Si rivolge all’inserviente, quindi si rivolge al pubblico). Chiuda, chiuda la bara. E voi, allo stesso modo, andate a chiudervi nelle vostre case.
[O.L.] Gli unici due racconti che mi sono piaciuti sono: In morte di Babsi j di Babsi Jones (piaciuto molto) e Baby Blues di Alina Marazzi.
Veronica: Oh, posso ben dirlo. Lei pensava troppo. Spesso la sorprendevo assente. Le domandavo: che cos’hai? E lei rispondeva: niente, penso. Pensava decisamente troppo.
Stella: Pensava e basta. Non si può pensare troppo o troppo poco. Non si può pensare un pò meno.
[O.L.] Questo è un libro che non avrei comprato. Me lo sono ritrovato nel paccono di Minimum Fax. Non sono un grande amante delle raccolte AA.VV. e anche questa non mi ha entusiasmato. Non so perchè ma ogni volta la sensazione finale è che questi racconti sia “scarti” o scritti di fretta per finire nella raccolta.
Il missionario non sorrise.
- Desidero che lui faccia ciò che è giusto. Non dovrebbe esserci bisogno del mio intervento.
- Ma ognuno ha il diritto di avere opinioni diverse su ciò che è giusto o sbagliato.
- Se un uomo avesse un piede in cancrena, come si comporterebbe con chiunque esitasse ad amputarglielo?
- La cancrena è un dato di fatto.
- E il Male?
[O.L.] Ho ripreso questa raccolta di racconti solo per leggerne il primo: “Pioggia”. Era passato inosservato a suo tempo, come l’intera raccolta, ma ultimamente ho ritrovato citazioni da questo racconto e alcuni riferimenti leggendo di polinesia e viaggi. Un bel racconto, felice di averlo riletto (anche perchè non ricordavo niente). La figura del missionario è davvero ben costruita e la tensione aumenta fino ad esplodere in un finale inaspettato. Ora me lo ricorderò questo racconto, almeno per un pò di tempo.
Io andai verso di lei, direttamente, e mi sedetti su una sedia lì accanto, come un folle. Ella mi fissò con uno sguardo penetrante, come se le stessi facendo paura: le presi la mano e non ricordo più che cosa le dissi, o meglio che cosa volessi dire, perchè non ero più nemmeno capace di parlare correttamente. La mia voce si ruppe, lei non mi ascoltava. Del resto non sapevo nemmeno che cosa dire, mi sentivo mancare il respiro.
“parliamo.. sai… dimmi qualcosa!” bisbigliai ad un tratto una di queste stupidaggini; anche se, in quel momento, cosa volete che mi importasse dell’intelligenza!… Ella sussultò ancora una volta e indietreggiò tutta presa dalla paura, guardandomi in faccia; ma all’improvviso una severa meraviglia si era impressa nel fondo dei suoi occhi.
Questa severità, questa severa meraviglia, mi schiacciò davvero, tutto d’un tratto: “Allora tu vuoi ancora amore? Tu vuoi dell’amore?” ecco quale domanda si era quasi espressa in un baleno in questo stupore, anche se lei non mi diceva niente.
[O.L.] Che bello! e pensare che ho questo libricino da anni, ha cambiato case e librerie ma mai mi ha attirato. Poi settimana scorsa ho messo un pò in ordine e mi sono chiesto perchè non avevo mai letto questo racconto… c’è un tempo per ogni libro probabilmente. Bellissimo! e mi ha fatto venire la nostalgia dei “100 pagine 1000 lire”! ma ho scoperto che esistono ancora e ovviamente costano 1 euro, il problema è che non si trovano in edicola come una volta.
Hemingway non era andato e tornato dal fronte prima dei vent’anni? Ebbene anch’io. Nel mio caso, lo ammetto, non c’erano state nè ferite nè medaglie al valore, ma il fatto sostanziale c’era. Hemingway si era forse preso la briga di andare all’università, perdendo tempo e ritardando la sua cariera? No di certo; e io altrettanto. Hemingway poteva mai prendere sul serio l’attività di giornalista? Naturalmente no. Dunque c’era solo una differenza marginale tra il mio squallido lavoro nella redazione finanziaria e il fortunato esordio allo Star. La cosa importante per uno scrittore, e sapevo che Hemingway sarebbe stato il primo a convenirne, era comunque quella di cominciare.
[O.L.] Il racconto più bello è l’ultimo: “Costruttori” che inizia con questa nota - “Gli scrittori che scrivono di scrittori possono produrre facilmente il peggior genere di aborti letterari”. Ovviamente il racconto è su uno scrittore… ma è un capolavoro.
“Che ti succede, Ken?”, fece. “Non ti sei divertito?”
Le sue parole non avevano nessuna importanza (per un attimo sembrò che non avessero mai avuto importanza) ma sulla faccia di Carson Ken vide dipinta l’espressione, stranamente familiare, del suo stesso animo, la medesima espressione che lui, Platt Culo di Lardo, aveva mostrato tutta la vita agli altri: lo sguardo di un essere tormentato, vulnerabile e incapace d’indipendenza, desideroso di sorridere, uno sguardo che diceva: “non lasciatemi solo per favore”
[O.L.] Yates con questa raccolta di racconti conferma quanto avevo detto su Revolutionary Road diventando il mio scrittore preferito del momento.
L’esempio di sillogismo che aveva studiato nella logica di Kizeveter - Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, quindi anche Caio è mortale - gli era sempre parso giusto, ma solo in relazione a Caio, non a se stesso.
[O.L.] Forse il racconto è un pò troppo nichilista, se proprio ci si deve sforzare a trovarci un difetto.
Non si può ammettere una cosa del genere - e sorrideva a fior di labbra, come se qualcuno potesse vedere quel sorriso e restarne ingannato - Non c’è spiegazione! La sofferenza, la morte.. perchè?”
[O.L.] Giustamente ritenuto un capolavoro della letteratura questo breve racconto ti si attacca alla memoria, si nutre di memoria, produce a sua volta memoria.
Anche la sofferenza ti lega a un posto, perchè dove hai provato dolore non puoi accettare di essere dimenticata
[O.P.] Questa frase è presa da “Pellossa” uno dei racconti più belli che ho letto in questo inizio anno.
Anche la sofferenza ti lega a un posto, perchè dove hai provato dolore non puoi accettare di essere dimenticata
[O.P.] Non conoscevo Cognetti, poi in un paio di giorni ho letto alcune recensioni e sono finito alla presentazione di questo libro. bè giorni fortunati quelli, perchè questa raccolta di racconti è bellissima.
Non esistono meriti morali o intellettuali. Omero compose l’Odissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre, almeno una volta, L’Odissea. Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini.
[O.P.] Mi piace moltissimo questo teorema dell’immortalità, mi ricorda quelli geometrici delle superiori che si sviluppavano alla lavagna.
Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacchè ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortale.
[O.P.] Qualcuno mi manderà a quel paese, ma questi racconti non mi hanno fatto impazzire. sopratutto lo stile aneddotico mi annoia a morte. E’ uno dei casi in cui mi dispiace non condividere l’entusiasmo di molti lettori.
“Ha gli occhi bellissimi”, disse Carol.
“Tutti i bambini hanno gli occhi belli”, disse Phyllis.
“Le labbra sono tutte quelle del nonno”, disse la nonna. “Guardate che labbra”.
“Non lo so…”, disse la madre. “Non direi”.
“Il naso! Il naso!”, esclamò Alice.
“Che cos’ha il naso?”, chiese la madre.
“Mi ricorda il naso di qualcuno”, rispose la bambina.
“Mah, non so,” osservò la madre. “Non mi pare.”
“Quelle labbra…” mormorò la nonna. “I ditini…”, disse, scoprendogli la manina e allargandogli le dita.
“A chi somiglia il pupo?”
“Non somiglia proprio a nessuno”, disse Phyllis. E tutte si strinsero ancora di più attorno alla cesta.
“lo so io! Lo so io!” esclamò Carol, “Somiglia a papà!” Tutte guardarono il neonato con maggior attenzione.
“Ma papà a chi somiglia?”, ripetè Alice, e tutte insieme si voltarono per guardare verso la cucina dove il padre era seduto sul tavolo, dando loro la schiena.
“Bè a nessuno!, disse Phyllis e cominciò a piagnucolare.
“Shhh”, fece la nonna, distogliendo lo sguardo dalla cucina e rivolgendolo di nuovo al bambino.
“Papà non somiglia a nessuno!”, esclamò Alice.
“Ma deve per forza somigliare a qualcuno”, disse Phyllis, asciugandosi gli occhi con uno dei nastri. A parte la nonna, guardavano tutte il padre, ancora seduto al tavolo.
Si era girato sulla sedia e aveva il viso bianco e senza espressione.
[O.P.] Se non altro Cechov mi ha “restituito” Carver. Non l’avevo capito la prima volta. Poi mentre leggevo Cechov mi tornava in mente l’apparente inutilità dei racconti di Carver e sono andato a rispulciare questa raccolta. Non so cosa è successo nella mia testa in questi anni ma ora, AMO questi racconti! [dopo qualche giorno...] No, che palle. Inconcludenti. noiosi. [dopo qualche giorno ancora...] Ho capito. Di Carver bisogna leggere 1 racconto ogni tanto. 1 da solo ha il suo fascino. 1 attimo di tempo bloccato e ritagliato dal flusso della quotidianità (ecco cosi suona bene), ma la raccolta non è sostenibile. I racconti si annullano a vicenda, perdono forza, perdono la loro capacità evocativa data dalla loro unicità di stile e struttura, che nel ripetersi, nel ritrovarsi perdono paradossalmente il loro significato. (ecco, si cosi ci siamo…)
Ella se ne andò lasciandosi dietro un lieve, delicatissimo profumo di vesti femminili. Vorotov poi per un bel poco non lavorò ma, seduto davanti alla tavola, ne accarezzò con le palme il panno verde e riflettè.
“Fa molto piacere veder delle ragazze che si guadagnano un pezzo di pane”, pensava. “D’altro lato però, è molto spiacevole vedere che il bisogno non risparmia nemmeno delle fanciulle eleganti e graziose come questa Alissa Ossipovna, e che anche a lei tocca sostenere la lotta per l’esistenza: E’ un guaio!..”
[O.P.] Mha, bo, Mha. La raccolta è davvero altalenante. Alcuni racconti sono davvero inutili, credo che siano tremendamente datati e quindi di difficile comprensione. Le scene drammatiche che soffrono i protagonisti ai nostri occhi “moderni” fanno ridere. Quindi non essendoci immedesimazione non c’è neanche drammaticità. Sono pochi i racconti entusiasmanti. Il migliore credo sia quello che dà il titolo alla raccolta. Ne “lo scherzetto” un ragazzo sussurra “ti amo” ad una ragazza in situazioni di gran rumore (mentre scendono con lo slittino in montagna), cosi che lei non è mai sicura di quello che sente, ma sopratutto al ragazzo non interessa nulla della ragazza, dice “ti amo” solo per scherzo.
Dunque ascoltiamo senza battere ciglia
La famosa invasione degli orsi in Sicilia.
La quale fu nel tempo dei tempi
Quando le bestie eran buone e gli uomini empi.
In quegli anni la Sicilia non era
Come adesso ma in un’altra maniera:
alte montagne si levavano al cielo
con la cima coperta di gelo
e in mezzo alle montagne i vulcani
che avevano la forma di pani.
Specialmente uno ce n’era
Con un fumo che pareva una bandiera
E di notte ululava come ossesso
(non ha finito di ulular neppure adesso).
Nelle buie caverne di queste montagne
vivevano gli orsi mangiando castagne,
funghi, licheni, bacche di ginepro, tartufi
e se ne cibavano finchè erano stufi.
[O.P.] Ho realizzato che questo è il primo libro della mia vita. Nella mia classe delle elementari c’era in un angolo una piccola libreria con una ventina di titoli. Potevamo prendere i libri e portarli a casa. Ricordo di aver preso “L’invasione” un sacco di volte, mi piaceva il titolo, mi piacevano le immagini ma mai, mai, l’ho letto. Mi piaceva tenerlo e basta. Mi piaceva riportarlo e dopo qualche giorno riprenderlo, era come la prima volta.
Quando l’ho rivisto sullo scaffale del libraccio l’ho preso impulsivamente e altrettanto impulsivamente l’ho letto! Ovviamente fantastico. L’ho infilato nella mia libreria, poi l’ho ripreso per riguardare le illustrazioni, poi lo ripreso per rileggere l’inizio, poi l’ho ripreso per inserirlo in openlecture…
Sulla mia terra, semplicemente ciò che sono mi aiuterà a vivere.
[O.P.] La frase più bella del libro.
Agosto è bello starsene a casa con la città vuota nessun rompiballe in giro, magari arrivi che senti la tua solitudine farsi pesante ma è un gioco diverso esser soli fa molto più male in mezzo alla gente, allora sì che è doloroso e pungono le ossa e il respiro è davverso brutto, come vivere un trip scannato e troppo lungo. Ma agosto è bello starsene soli in città, prendere l’auto e girare fino a mattino spingendosi pieni di alcool verso la montagna che tutto è uno scenario disteso e silenzioso e passi col rombo dell’auto come al cinema, uscendo dal quadro un attimo dopo esservi entrato e non si rovina nulla. La via Emilia è la dorsale di questo mio agosto inquieto e torbido, selvatico e moribondo. Stasera mi sono messo in macchina lasciando il Gigi a sonnecchiare, menomale che la faccenda di Bombay è morta lì. Ora non voglio muovermi, soltanto scorrazzare la notte in questa prateria. E la scommessa è venuta da sè. I bar tra Reggio e Parma, ventuno? No, trentatrè.
[O.P.] Molto bello il racconto di mezzo: “viaggio”. Il più intimistico. Gli altri meno. alcuni molto meno.
L’ho detto, non sono un viaggiatore. Ammetto che un viaggio ogni tanto possa far bene, anch’io a volte vado all’edicola a comprare il giornale. Mi sento però di poter affermare che l’uomo, nonostante tutto, non è nato per volare. Se il buon Dio avesse voluto farci volatori, avrebbe sicuramente creato un sistema per recuperare le valigie dopo l’atterraggio in un tempo molto più breve.
[O.P.] Il tempo è lungo quando il bagaglio arriva… Raccolta di racconti consigliata ai fan di guccini, non ad altri. Grazie L.
Mi preparai un bagno e, appena prima di entrare nella vasca, sentii la porta d’ingresso chiudersi e mi bloccai con un piede a mezz’aria; lei se n’era andata. A volte lo faceva. Nei momenti in cui altre coppie litigherebbero o si consolerebbero, lei mi piantava in asso. Con un piede nella vasca e l’altro fuori, rimasi ad aspettare il suo ritorno. Aspettai per un tempo irragionevolmente lungo, abbastanza lungo da capire che ormai non sarebbe più tornata per quella sera. E se l’avessi aspettata fino alla fine, se fossi rimasta lì tutta nuda fino al suo ritorno? Poi, appena fosse entrata dalla porta, potevo terminare il gesto e accovacciarmi nell’acqua ormai fredda. Avevo già fatto cose strampalate in passato. Mi ero nascosta per ore sotto le macchine parcheggiate, aspettando che mi scoprissero; avevo scritto la stessa parola settemila volte, cercando di alchemizzare il tempo. Studiai la mia posizione nella vasca da bagno. Il piede nell’acqua era già rangrinzito. Come mi sarei sentita al calar della notte? E quando lei tornava a casa, quanto ci avrebbe messo a guardare nella stanza da bagno? Avrebbe capito che il tempo si era fermato mentre lei era via?
[O.P.] Questo è un esempio di originalità della July. Di trovate del genere nel libro se ne trovano parecchie e racchiudono il valore di questa raccolta di racconti. Mi sono piaciuti: la veranda comune - qualcosa che non ha bisogno di niente - bacio una porta - dieci cose vere - la voglia di vino.
Mi sono svegliata e ho pensato, Questo è il primo giorno del resto della mia vita.
E poi?
Poi ho preso la macchina e sono venuta a lavorare.
Oh.
[O.P.] Questo è quello che è successo questa mattina. E’ al femminile ma non sono diventato donna. Grazie per gli auguri.
Eduard, benchè sia sicuro che Dio non esiste, ama ugualmente accarezzare con nostalgia la sua immagine. Dio è l’essenza stessa, mentre Eduard non ha mai trovato nulla di essenziale nè nei suoi amori, nè nella sua professione di insegnante, nè nei suoi pensieri. E’ troppo acuto per ammettere di vedere l’essenziale nell’inessenziale, ma è troppo debole per non desiderare segretamente l’essenziale. Ah, signori e signori, triste è la vita dell’uomo che non riesce a prendere sul serio nulla e nessuno!.
Quanto più la ragazza si allontanava da lui mentalmente, tanto più egli la desiderava fisicamente; l’estraneità dell’anima rendeva singolare il suo corpo di ragazza; o meglio, era proprio quell’estraneità a renderlo per la prima volta un corpo; come se fino ad allora quel corpo per lui fosse esistito solo nelle nubi della compassione, della tenerezza, della sollecitudine, dell’amore e dell’emozione; come se fosse stato perduto in quelle nubi (si, come se il corpo fosse stato perduto!). Al giovane sembrava di vedere quel giorno, per la prima volta, il corpo della ragazza.
Il maestro tiene a lungo sott’acqua la testa del discepolo; poco a poco le bollicine d’aria si diradano; all’ultimo momento, il maestro tira fuori il discepolo e lo rianima: quando desidererai la verità come hai desiderato l’aria, allora saprai cos’è.
E c’era altra gente catturata nelle maglie di quei cinque minuti di giugno, di fronte a un posto sull’Ottava Strada dove si spacciava, negli istanti subito prima e subito dopo: Buck Miller e Susan Ward e un tizio che vedevo sempre al Marlin Cafè; e Debby, la ragazza che aveva accompagnato Doris all’aeroporto, che conosceva anche Yvonne; e Ray, il tipo che lavava le cabine del Peep World; e Crystal, il transessuale pre-operazione che una sera era andato a letto con Jorge e poi gli aveva rubato tutto; e la banditrice di Wendy’s; e la donna, Huck, col fallo finto che risplendeva di neon violetto; e il tizio che si faceva ficcare i pugni in culo da due uomini contemporaneamente; e l’amico di Randy, Noel; e gli uomini che si erano scopati Marlene quando faceva la puttana, la maggior parte dei quali non sapevano che era morta; e due deu ragazzi della band senza nome (il terzo era stato spedito a un lussuoso centro di riabilitazione). E certa gente che conosco ma che non ho ancora citato, come Robert e David e Frank del Mudd Club e Dan e Crutch e Bob, Julia, Karen, Kenny e Kate. Lizzie. E ci sono altri nomi che ancora non conosco. E poi io stesso. Io. Io ero lì. Noi tutti facevamo su e giù per l’ottava Strada come fosse una vera e proprio arteria dentro una forma di vita più grande, un organismo più grande. Mentre uno del nostro gruppo sgattaiolava dentro un negozio sull’ottava Strada, un altro passava lì davanti. Nessuno di noi sembrava essere consapevole della natura delle coincidenze che ci univano, come ione sono consapevole ora, nè del fatto che i tossici e i masochisti e le puttane e quelli che hanno sprecato tutto nella vita sono la più lucente corona d’angeli in cielo.
“A ogni modo io non ci vado più alle sue lezioni. Con i suoi discorsi mi ha tutta sconvolta, stanotte non ho chiuso occhio, continuavano a guizzarmi pensieri intorcinati, e mi è montata un’angoscia da soffocarmi”
“E di che hai paura? la serenità è degli imbecilli… solo un beota non si crea problemi.”
“Ma lui mi riempie il cervello e lo stomaco di dubbi. Io odio il dubbio… e chi semina il dubbio, come dice Isaia, di certo gioca un ruolo malvagio.”
E pach!. Un altro ceffone. Questa volta su un’altro orecchio. Lo zio, difensore della dialettica, non si dimostrava certo dialettico nella pratica.
Quando mia madre stava morendo continuavo a scendere in strada a fumare. Magari voi credete che facessi la figura del paria ad accendere una cicca davanti a un reparto oncologico, ma nessuno ci faceva caso. Uomini calvi, donne calve, adolescenti calvi sedevano nel crepuscolo estivo, in vestaglia. Tagliuzzati, ricuciti, inghirlandati di flebo, avvelenati dalle loro inutili cure fosforescenti, tiravano boccate come eroi ribelli.
Vecchia, ammalata, distrutta anzi, consapevole che la fine stava precipitando su di lei, la mamma si sarebbe accontentata, per essere un poco meno triste, che io fossi venuto a pranzo a casa. Magari per non dire una parola, ingrugnato magare per le mie maledette faccende di ogni genere. Ma lei, dal letto, perchè non poteva muoversi dal letto, avrebbe saputo che io ero di là in tinello e si sarebbe consolata.
Io invece no. Io andavo in giro per Milano ridendo e scherzando con gli amici, idiota, delinquente che ero, mentre il costrutto della mia stessa vita, l’unico mio vero sostegno, l’unica creatura capace di comprendermi e di amarmi, l’unico cuore capace di sanguinare per me (e non ne avrei trovati altri mai, fossi campato anche trecento anni) stava morendo.
Le sarebbero bastate due parole prima di pranzo, io seduto sul piccolo divano e lei distesa in letto, qualche informazione sulla mia vita e sul mio lavoro. E poi, dopo pranzo, mi avrebbe lasciato andare volentieri dove diavolo volevo, non le sarebbe dispiaciuto, anzi, era lieta se avevo occasione di svagarmi. Ma prima di uscire nella notte sarei rientrato nella sua camera per un ultimo saluto. “Hai già fatta l’iniezione?”. “Si, questa notte spero proprio di dormire.”
Cosi poco chiedeva. E io neanche questo, per il mio schifoso egoismo.
“Non sono mai stata amata.”
“Cazzate, Sheila. Buster ti ha amato”
“Bus?” Con la mano si protegge gli occhi dai raggi dell’ultimo sole.
“Credeva che lo stavamo facendo al torrente.”
Lei si stringe le mani intorno alla nuca, sorride di nuovo. “Non sono mai stata con un uomo, ma vi volevo entrambi. Non mi hai mai voluto tu?”
Lui scuote la testa.
Lei gli lancia un’occhiata di traverso e le mani le scivolano via dalla nuca; indietreggia, si gira, affretta il passo verso casa. Osservandola andarsene tra i cespugli di coda di topo e gli alberi, lui spera che le i non si volti indietro; spera di non ritrovarla nel cortile pieno di gente.
Oggi sto lavando i piatti di Hilda. Ogni volta ne rompo uno, cosi la volta dopo ne ho uno in meno da fare.
“Oooh!”, dice lei, “Dal suono sembrava un piattino”.
“Ci è andata vicino” dico io.
“Una coppetta da dessert?”
“No, un piatto, per l’esattezza”.
Dopo ci sediamo a prendere il tè.
“Quand’è che ti trovi un lavoro?”, dice Hilda.
“Non mi tratti come se fosse mia madre”.
“Tua madre era una santa”.
“Ce l’ho un lavoro”, dico. “Sono un libero professionista, un lavoratore autonomo”.
“Anche i barboni sono liberi professionisti”, dice Hilda.
“Non c’è problema” dico, “Non pretendo che lei capisca. Anche se la signora Lizzari mi appoggia molto, devo dire”
“Quella li non poteva soffrire tua madre”, dice Hilda.
“Non ci credo”.
“Nessuno crede più a niente”, dice Hilda. “Perchè dovrei inventarmi una cosa del genere? Ah, a proposito, te l’ho già detto che voglio morire?”
“Si, me l’ha detto, ma non ci credo”.
“Perchè me lo dovrei inventare? Che senso ha vivere? E poi c’è l’affitto che aumenta. In pratica mi vogliono morta”.
“Il suo affitto non è aumentato”, dico io.
“Bè, non è nemmeno diminuito”, dice Hilda. “Sono finita, qui. Non riesco nemmeno a leggere. Amo i libri e non li posso leggere.”
“Glieli posso leggere io”
“Leggere cosa?”
“I libri”
“Non credo proprio, caro. Non è che me ne importi molto. Ma un favore me lo potresti fare: ammazzarmi. Non lo verrebbe a sapere nessuno”.
“Io si che lo verrei a sapere”.
“Hai fatto di peggio. Basta guardarti per capirlo”.
“Ma lei è cieca, Hilda”
“Le cose del mondo le vedo lo stesso”.
“Capii che era morto da come si avvicinò mia madre. Mi abbracciò, erano anni che mia madre non mi abbracciava. Mi abbracciò e iniziò a pettinarmi, conoscendo i miei tempi di reazione. Io dopo un pò ho distrutto tutto quello che vedevo, la televisione, ho gettato dal balcone le bomboniere, volevo che nulla sopravvivesse a Gaetano. Neanche le cose. Neanche io.”
Maria si ostinava che voleva vederlo, che doveva vederlo, che aveva il diritto di vederlo. Ma non si poteva mostrare un corpo morto in guerra. Anche la morte ha la sua grammatica.
Tutte le volte che penso alle antiche civiltà classiche, mi assale una tristezza che è forse in parte anche un’invidia malinconica per la dolce e languida lentezza della storia di allora: la civiltà egizia era durata alcune mogliaia di anni; quella greca quasi un millennio. In questo, la vita dell’individuo somiglia alla storia dell’umanità: all’inizio affonda in un’immobile lentezza e solo in seguito comincia pian piano ad acquistare sempre più velocità.
Marley, prima di tutto, era morto. Niente dubbio su questo. Il registro mortuario portava le firme del prete, del chierico, dell’appaltatore delle pompe funebri e della persona che aveva guidato il mortoro. Scrooge vi aveva apposto la sua: e il nome di Scrooge, su qualunque fogliaccio fosse scritto, valeva tant’oro. Il vecchio Marley era proprio morto per quanto è morto, come diciamo noi, un chiodo di porta.
Badiamo! non voglio mica dare ad intendere che io sappia molto bene che cosa ci sia di morto in un chiodo di porta. Per conto mio, sarei stato disposto a pensare che il pezzo più morto di tutta la ferrareccia fosse un chiodo di cataletto. Ma poiché la saggezza dei nostri nonni sfolgora nelle similitudini, non io vi toccherò con sacrilega mano; se no, il paese è bell’e ito. Lasciatemi dunque ripetere, solennemente, che Marley era morto com’è morto un chiodo di porta.
La natura degli uomini è tale che subito vanno in collera se non capita loro di continuo tutto quanto sembra aver loro promesso un destino casuale e passeggero.
“Mai avuto un tetto sopra la testa, neppure quello. Rimani Sal”
Con la forchetta, Sally disegnava curve pigre nella zuppa di fagioli. Scosse la testa. “No, sono stanca di vivere di parole”.
“Queste non sono parole. Che cosa ti ha fatto stare con me cosi tanto tempo?”
“Le parole.”
“E l’amore?. L’amore non è parlare”
“Fare la puttana è parlare.”
La sua mano schizzò sopra il tavolo; per il colpo la testa di Sally si girò da un lato e lei diventò tutta rossa. Si tirò su con calma, mise il piatto nel lavello e camminò per l’ingresso fino alla camera da letto. Buddy la sentì accendere la televisione, ma il brusio diminuiva e lasciava spazio soltanto al guaire dei cani. Osservò il suo piatto che diventava freddo, mentre il grasso si incrostava sui bordi.
Passarono un certo tempo a bere e mangiare e poi, di nuovo col tassì, tornarono in città, e d’un tratto la sfera sfolgorante di Parigi fu dinanzi a loro, e loro non sapevano che cosa farsene, proprio come succede a quelle persone che non hanno nulla in comune e si sono incontrate soltanto per caso. La notte si apriva dinanzi a loro come un deserto troppo luminoso.
E non sapevano piu che cosa farsene l’uno dell’altro, dopo avere con leggerezza dissipato l’esperienza essenziale che è data a un uomo e una donna. Cosi decisero per quella che è la risposta degli uomini del nostro tempo quanto non sanno che cosa fare: andare al cinema.
“So anche” disse Candide “che bisogna coltivare il proprio giardino”.
“Hai ragione” disse Pangloss; “perchè quando l’uomo fu posto nel giardino dell’Eden, ci fu posto ut operaretur eum, perchè lo coltivasse; il che dimostra che l’uomo non è fatto per il riposo.”
“Lavoriamo senza ragionare” disse Martin; “è l’unico modo di render la vita tollerabile.”
Tutta la minuscola compagnia condivise quel lodevole disegno; ciascuno si mise a esercitare i propri talenti. La poca terra fruttò molto. Cunègonde in verità era ben brutta, ma divenne un’ottima cuoca; Paquette ricamò; la vecchia badò alla biancheria. Persino fra Giroflèe si rese utile; fu ottimo falegname e divenne addirittura galantuomo; e a volte Pangloss diceva a Candide:
“Tutti gli eventi sono concatenati nel migliore dei mondi possibili; perchè insomma, non t’avessero cacciato da un bel castello a pedate nel sedere per amore di madamigella Cunegonde, non fossi caduto nelle mani dell’Inquisizione, non avessi percorso l’America a piedi, non avessi dato un bel colpo di spada al barone, non avessi perduto tutte le pecore del buon paese di Eldorado, non saresti qui a mangiar cedro candito e pistacchi..”.
“Ben detto” rispose Candide “ma dobbiamo coltivare il nostro orto”.
Una cosa desideravo ardentemente: diventare un mago.
A lungo questo desiderio e questo sogno mi rimasero fedeli, ma presto cominciarono a perdere tutta la loro forza, avevano dei nemici, ad essi si oppeneva dell'altro, qualcosa di reale, di serio, di innegabile. A poco a poco il fiore appassì, a poco a poco dallo sconfinato si fece largo qualcosa di limitato, il mondo reale, il mondo degli adulti. Lentamente, sebbene continuassi ad anelarvi ancora con ardore, il mio desiderio di diventare un mago divenne anche per me privo di valore, divenne una fanciullaggine. Qualcosa in me non apparteneva più all'infanzia. Il mondo del possibile, infinito, dai mille aspetti, si era ristretto, diviso in caselle, tagliato in compartimenti stagni.[...]
[...] Questa riduzione si compì senza che me ne accorgessi, impercettibilmente si dissolse la magia intorno a me.
Ecco, di nuovo salgo alle tue fonti
dolce fiaba d'un tempo
ascolto di lontano il canto d'oro
e come ridi, o sogni, o piano pangi.
Dal profondo ammonisce
la tua parola magica, un sussurro;
è come fossi ubriaco e dormissi
e tu, ancora e ancora, chiamassi…
