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Il blog si butta nel mare della grecia.
Un mese da solo per isole con 1500 pagine da leggere.
Americana - Don DeLillo
Trilogia della città di K - Agota Kristof
21racconti - Hemingway
Stella del mattino - Wu ming 4
riapertura prevista: seconda settimana di settembre.. forse.
P.S. si è aggiunto anche questo: il cavallo di troia di Crithoper Morley (grazie L.)
Era notte quando li vidi
Lui appoggiato di schiena alla porta del guidatore
Lei lo fissava da pochi centimetri
abbracciati
Il fascio di luce del lampione li sfiorava appena
ad illuminarli completamente ci pensava la luna
immensa
Nessuno passeggiava in strada
a quell’ora tarda di notte
nemmeno l’umanità consueta di quel quartiere
di periferia.
Lui e lei
senza parole, comunicavano a gesti
a mani dietro le magliette
a sospiri e sorrisi
ma con due passi rapidi e improvvisi
lei si staccò dal gioco
guardando l’asfalto senza più espressione.
Lui preso alla sprovvista aveva in volto
gli occhi del dubbio
poi la voce di lei spezzò
l’incantesimo del silenzio:
“non ce la faccio… mi imbarazzi troppo”
Lui non rispose e la guardava allontanarsi inebetito
“non ce la faccio” si duplicava la voce di lei
nell’aria
Come un burattinaio di sentimenti
ero presente in quella scena
nascosto
all’interno della mia auto
e paragonavo la mia solitudine alla loro
non capendo quale fosse la
peggiore
Poi uscii allo scoperto
con un gran fracasso di portiera sbattuta
Loro si voltarono insieme
forse per l’ultima volta nella
vita
come spesso succede lei accellerò i propri pensieri
bruscamente
e si incamminò lontano da Lui
lasciando un’ultima frase sul marciapiede
“non ce la faccio… perchè sei tu…”
Passai di fronte a Lui senza guardarlo
ma sentì di condividere
per un attimo
il magnifico stupore
che solo la donna riesce a ricreare
anche nelle sere apparentemente più semplici
con la luna piena al proprio posto
e la felicità a portata di mano
nella tasca dei blue jeans
A me ricordi
un’isola
e il traghetto per raggiungerla
l’illusione di un qualcosa che poteva durare
A me ricordi
i rumori di stoviglie domenicali
che ci donavano una parvenza
di timida famiglia
A me ricordi
limpidamente oggi
la delicatezza della prima volta
e lo stupore rabbioso dell’ultima
A me ricordi
che sono stato…
sarei potuto essere…
sarei dovuto essere…
fino in fondo a me stesso
ti ci ho portata presa per mano
“perchè a darsi un appuntamento
che speranza c’è?”
La tavola è colorata
come l’usanza domenicale richiede.
La frutta gialla e rossa
ci ricorda che siamo nella bella stagione
e arricchisce il risultato pittorico
ricercato da mia madre.
Una soffice brezza muove le foglie del ficus:
dall’ingresso l’aria si spinge fino alla
finestra di fronte.
Non devo avere un bell’aspetto
perchè mio fratello mi fissa
basito.
Immagino di essere
l’unico elemento fuori posto
di questa fotografia di famiglia
quasi perfetta.
La mia mano trema afferrando il coltello
e dopo l’antipasto
non ho più fame.
Mi alzo dal mio posto,
neanche a metà pranzo
ed esco all’aperto.
Mia madre mi segue senza far rumore,
mi si affianca e dice:
“Mi sembri giù di morale”
Mi sentivo solo stanco,
non mi sentivo giù di morale,
fino a quel momento…
Questo blog è stato selezionato tra 130 partecipanti per un’antologia di racconti pubblicata da lasvegas edizioni.
Sorpresa e scompiglio, e ora?
Gli altri blog partecipanti sono qui, tutti meritevoli, peccato per l’assenza di LUI (perchè mi ha fatto conoscere il concorso e perchè è bravo), ma si sa che le giurie sono ingiudicabili, spero di meritarmi la presenza nella toplist.
E’ un vizio incompleto
questo scrivere su fogli volanti.
Un camminare senza meta.
E’ tremendamente banale
in questo paese di scrittori
comporre una poesia sullo scrivere poesie,
è la deriva della mente,
la deriva della scrittura.
giuro che non so cosa darei
per scrivere con uno scopo,
anche semplice ma diverso,
dall’egoistico
“sentirmi un pò meglio”
Non credo esista la possibilità che da quella porta di tende blu possa entrare qualcuno per me.
Questa è la solitudine? Ne ho sentito parlare come un dramma, eppure non c’è disperazione in me.
Solo qualche sintomo lieve di noia.
Dal flusso anonimo riconosco un viso noto.
Il mio corpo si muove senza comando e in un batter di ciglia mi ritrovo sprofondato nella poltrona.
Non ho voglia, proprio adesso, che la solitudine è seduta al mio fianco, di allontanarmi dalla sua seducente compagnia.
Cosa avrei in cambio? con ogni probabilità una manciata di sorrisi inconsistenti e parole già usate.
Mi potresti trovare sul divano con gli occhi semichiusi
una bottiglia vuota sul tavolo
e il volume del televisore troppo alto
aggiungici anche la pioggia che scende e non scende
e potrai capire come questo maggio sia insolito
almeno per me.
“la primavera l’abbiamo saltata a piè pari”
dice una voce
“cazzata” si sente mormorare da fuori
l’inquadratura.
Un’allarme risuona all’improvviso
è l’appartamento di fianco.
Vuoto. Da mesi.
Mi potresti trovare distratto, stanco
più del solito
eppure andare a letto non è la soluzione
quindi esco
mi rifugio in macchina e poi in fondo
fino al centro della città infinita
alla disperata ricerca
di ciò che non trovo più dentro me
e allora qui rimarrà solo
un divano, un televisore, una bottiglia vuota
e segni lievi di un passaggio poco convinto
di qualcuno che non conosci
Le notti sono occasioni da bere
a sorsi brevi
con un piede appoggiato
al muro, vicino alla porta
d’uscita
le ragazze della notte cosa pensano
di uno come me
perso tra alcolici e fiati
che passa abitualmente inosservato
cosa pensano,
degli occhi puntati come fari
che chiedono risposte semplici
ma immediate, perchè la vodka nel bicchiere
si è mescolata al ghiaccio,
è calda
e come una clessidra
scandisce il tempo
che mi resta per tentare
Il parcogiochi è deserto, come spesso accade nei freddi pomeriggi invernali. Solo un cane attraversa il sentiero che porta agli scivoli trascinando a fatica la gamba posteriore sinistra, mi appare come un orologio naturale in uno spazio altrimenti immobile.
Posso osservare il parcogiochi in qualsiasi momento della giornata, affacciandomi alla finestra della cucina. Mi piace la metamorfosi che subisce, sfacciatamente vivo in alcuni momenti dell’anno e inutile in altri: scandisce inesorabilmente il passare delle mie stagioni.
Arrivò un tempo in cui non mi bastava più osservare il parco dal quinto piano, e decisi di trascorrere qualche ora seduto su una delle sue panchine, in particolare mi piaceva quella vicino alle altalene. Prendetelo come un segno di amicizia per quel mio vicino di casa, verde e ignaro. Almeno un paio di volte al giorno iniziai a trascorrere una ventina di minuti seduto a non fare nulla, osservando i secondi passare per quel luogo. Un’abitudine dura tutt’ora.
A volte mi concentro sul vento che gioca con le altalene o su qualche foglia che dolcemente abbandona l’albero, il momento che preferisco è quando le ombre si allungano velocemente e si mischiano nell’abbraccio della sera, ma in questo luogo non accade niente di più. La mia è osservazione e pensiero, un lusso di chi ha tanto tempo da sprecare.
Durante l’inverno cerco di ascoltare nei rimasugli di memoria le voci dei bambini che sono passati di qua, e perché no, i bambini che verranno. Più di una volta mi è sembrato di sentirli davvero gli schiamazzi e le risate, i nomi e anche i richiami delle mamme ansiose. Io amo i bambini. Non li ho sempre adorati ma ora che sono vecchio li amo. Non c’è altra parola per spiegare meglio ciò che provo. Li vorrei abbracciare e parlargli di tutto quello che ancora non sanno e che non sapranno mai. Come potrebbero imparare il sapore dell’uva rubato ad un filare o il colore della terra alzata giocando a calcio scalzi? Gli sembrerà una favola e mi chiederanno di raccontarglielo di nuovo e poi di nuovo ancora.
Mi piace il parcogiochi e più i giorni passano e più la mia esistenza si accorcia, scopro un legame atavico con questo posto illusorio. Quanto un luogo di natura divertente possa diventare infinitamente triste lo può intuire solo un vecchio. Ogni realtà tangibile nasconde una manciata di simboli e metafore. Per i vecchi questi simboli sostituiscono la realtà stessa che si corrompe irrimediabilmente. Poco importa dell’altalena, del legno e della catena che la sostiene. Importa che su quel altalena non mi siederò mai più senza risultare ridicolo.
Ogni volta che mi prende la malinconia è il segnale che devo tornare a casa, al quinto piano là in alto, dove vivo solo con un orologio che ticchetta troppo forte. Come un cane zoppicante attraverso la strada di sassi e cemento fino all’ingresso del palazzo. E senza chiedermi se domani ritornerò abbandono il parcogiochi.
passo un dito sulle labbra
poi sotto il naso
con movimenti orizzontali precisi
sono moro, ma potrei non esserlo
sono bello e brutto, ridicolo e serio
potrei essere diverso, molto diverso
da questo riflesso
continuo a sentirmi col dito
ora disordinato, ora concentrato
e trovo tutto al suo posto
gli occhi e le orecchie
fino dentro, fino a scivolare tra i capelli
fino ad un punto al di là del mio orizzonte
dove finisce il mio essere
e io non sono…
in quell’assenza
all’improvviso
perdo interesse per
me stesso
Ricordo chiaramente il colore del cielo di quella sera, perché cosi viola, non l’ho mai più rivisto. Non so se le luci natalizie di Milano rendevano l’effetto ottico ancora piu suggestivo ma sta di fatto che sotto quel cielo aspettavo Lana, tra l’andirivieni di donne incappottate e un perpetuo strusciare di borse e tacchi. Lei arrivò con l’abituale ritardo portandosi dietro una leggera pioggia che gli inumidiva i capelli ricci. Avvolta in uno scialle rosso avanzava a testa bassa con la borsa e le scarpe impeccabilmente in tinta.
“Ciao Lana” dissi restando immobile. Avrei voluto baciarla ma non sapevo esattamente cosa fare, quindi rimasi ad un passo di distanza.
“Ciao Nick, come stai?” disse lei, contrariamente senza lasciare l’impressione del dubbio sul da farsi. Prese a camminare fino all’interno di un locale vicino, che prima non avevo nemmeno notato.
Le andai dietro rispondendo a bassa voce: “male, grazie”.
Ricordo che il locale era anonimo, cosi nel profondo che non me lo sarei mai ricordato in altre circostanze. Ci sedemmo al tavolo più lontano dall’ingresso con movimenti essenziali e senza guardarci mai negli occhi. Chiunque ci avesse visto avrebbe scommesso che non ci conoscevamo neppure, invece neanche un paio di settimane prima avevamo fatto l’amore con grande passione.
“allora come stai?” mi richiese Lana dopo aver ordinato un thè ad un cameriere di passaggio.
“come sempre: male” le risposi ancora, questa volta ad alta voce, ma neanche questa volta sembrò interessata alle mie parole.
Il cameriere portò il thè caldo in tempo record, a me nulla perché non si era preoccupato di chiedermi cosa desiderassi. Lo guardai senza curiosità e le chiesi una sambuca. Già da allora non facevo più caso ad avere lo stomaco pieno per bere come si deve.
Dopo altri secondi lenti di silenzio Finalmente la freddezza di Lana si sciolse in un movimento nervoso della mano destra all’interno della borsa in tinta. Si mise a cercare qualcosa spazientita. Ancora non mi aveva guardato in faccia. Passò qualche minuto perché proprio non trovava l’oggetto del desiderio e notai il nervosismo crescergli tra le labbra tremanti. “Guardami Lana” pensavo, “Guardami e sarà tutto più semplice”.
Ma non mi guardò, neppure quando la ricerca si concluse ed estrasse dalla borsa un quadrato di plastica grigia. Capii dopo un attimo che era un preservativo.
Non mi guardò nemmeno quando lo lanciò sul tavolo e con voce strozzata disse: “tienilo sempre con te, cosi eviterai di fare altri danni”
A questo punto, ogni volta mentre lo racconto, il ricordo si complica, anzi si moltiplica. La mente era una vertigine di immagini scollegate incapaci di diventar parola. Ogni mia cellula era immobile a quel tavolo anonimo nel tentativo di trovare un significato profondo nelle parole che apparentemente non mi riguardavano ma che rimanevano a mezz’aria attorno a me. Non le volevo quelle parole. Non facevano parte del mio disegno mentale di quel incontro. Non ricordo quindi esattamente cosa feci e neppure quanto tempo passai ipnotizzato, annaspando nel tentativo di venire a galla di un mare oscuro e terribile.
Ma Lana non si fermò davanti alla mia eclatante sconfitta dei sensi. Si alzò spostando la sedia rumorosamente, per introdurre l’atto finale. In quel momento mi guardò negli occhi. Finalmente? I suoi lucidi e vivi, i miei opachi e lontani. Mi disse: “ti odio, ma questo lo sai già” e andò via senza rumore di tacchi, senza esitazione, per sempre lontano da me.
Rimasi solo come mai prima di quel momento. E finalmente tornai a funzionare.
Era incinta… la mia Lana.
Era incinta e pochi giorni prima l’avevo lasciata. Per una diciottenne conosciuta per caso, che ora mi appariva come uno scherzo del destino che non ho saputo leggere. Sono sempre stato Incapace di prendere una decisione sana, e questa era l’ennesima caduta in basso.
Ovviamente non c’entrava la diciottenne, il suo fisico o quello che rappresentava per un trentaduenne sognatore impaurito come me. Ogni causa delle mie azioni le portavo dentro e le conoscevo e le annunciai tra me e me, seduto a quel tavolo di quel locale anonimo.
Ricordo bene che nella mia mente prese forma la coscienza e mi svegliò come uno schiaffo improvviso: aspetto un bambino e l’ho già abbandonato. Avrei voluto alzarmi e urlare: Lana non è colpa tua! sono io quello sbagliato! Ero quasi felice con te, quasi, ma quel quasi bastò a terrorizzarmi. La felicità è una condizione insopportabile! L’ho dovuto fare.
Ma senza dir niente, pagando a testa bassa il conto, presi il marciapiede ormai bagnato e scappai da quel locale anonimo e dalla vita.
Occhi gonfi - Dormire sembra l’unico destino.
E come spesso accade, sento crescere in me una sconosciuta voglia di vita.
Vita nel senso terreno del termine: Correre, guardare, parlare, pensare.
La negazione del riposo.
Invece di mattina, quando il corpo sarebbe ben disposto
la mente non risponde, atrofizzata, telecomandata si muove in autonomia fino a sera.
Quella voglia notturna…. Che sia la frenesia della libertà dalla gabbia quotidiana?
L’ingresso è muto e ha la forma di una porta in legno intarsiato pesantissima. Un cartello nelle vicinanze ricorda che è necessario un abbigliamento adeguato, altri cartelli piu piccoli intimano di spegnere i cellulari, poi a mano su un foglio c’è scritto anche che durante le funzioni liturgiche sono vietate le visite turistiche.
Mi avvicino un pò imbarazzato perchè non so se questo è un orario da messa, e se così fosse? Farei finta di niente sedendomi in ultima fila, pronto a sgattaiolare all’aperto appena il prete si volta.
Per fortuna, o purtroppo, appena spingo la porta in legno che si rivela molto leggera sbatto contro un capannello di anziani con il naso all’insù e le orecchie consegnate ad una giovane guida che parla indicando con il dito gli affreschi sui muri.
Santa Maria delle Grazie è caratterizzata da quattordici celle disposte in due file di sette lungo i lati più lunghi della chiesa. All’interno di ogni cella, dietro un cancello di bronzo più o meno lavorato, giaciono inerti cimeli recuperati da antiche epoche e, quà e là un affresco di qualche allievo di ben più famosi pittori del 500.
La prima di queste celle sulla sinistra è occupata da un pretino di campagna (almeno cosi me lo sono immaginato) e due perpetue incappottate. Mente e braccia dedicate alla preparazione dei rami di ulivo per la Pasqua. Il commercio della fede si manifesta palese all’interno del luogo di culto. Mi viene voglia di dirgli sottovoce “non fatevi vedere”, “capiscono che gli state vendendo un ramo secco”, “non c’è nulla di santo in quello che fate, vi sgameranno”. Ma in verità quelle vecchine imbellettate, servitù perpetua dei preti, mi fanno un pò tenerezza: protese ad aiutare la chiesa, forse da anni, senza dubbi, cieche di dovere e gratitudine per quel contatto divino, mi spingono a prendere carta e penna perchè non ho una macchina fotografica.
E su questa carta diventano storia di qualcosa che si sta sgretolando sotto i loro piedi. Non sanno che i loro gesti sono tra gli ultimi nel loro genere. Chi prenderà il loro posto tra qualche anno?
Il mio pensiero oscilla tra nostalgia di sensazioni antiche e rabbia intellettuale. Come possono vendere un ramo per qualche euro perchè è “benedetto”? Non si vergognano? Ovviamente non si vergognano perchè la benedizione del Signore è buona cosa e perchè la chiesa va aiutata. Così mi risponderebbero le perpetue e non può che essere la sacro santa verità.
Il prete non si prodigherebbe in risposte, farebbe andare avanti le vecchine, mosse da una lucidità santa che forse lui non ha più, corrotta da anni di attività politico-religiosa dedicata alla custodia dell’ultima cena di Leonardo.
Esco dalla chiesa dopo un rapido girovagare disordinato in cui sfioro una ragazza ispanica in ginocchio con gli occhi chiusi, piegata di fronte a S. Giuseppe. “Lei ci crede con il cuore” penso, ma poi la vedo come una povera disperata bisognosa di aiuto. Sono troppo cinico, distaccato, possiedo rabbia atavica, si, no, sono solo curioso.
Distesa su tutta la piazza all’aperto c’è la massa di turisti brulicante e fastidiosa. Per un attimo all’interno della chiesa avevo dimenticato che in occidente la religione è diventata una categoria di viaggio da tour operator.
S. Maria delle Grazie
1463 - 1514
Solari - Bramante
Tardogotico / Rinascimento
Mi piace tutto questo
Visi e pensieri tra l’andare e il venire
giri di giostra sempre uguali ma unici quando li cavalchi
cani con il muso nella ghiaia e occhi attenti verso l’alto
cani al guinzaglio in lotta col padrone
mani che si stringono per un saluto fugace
mani nelle tasche, nelle borse, strette in pugni inconsapevoli
aperte, fannullone, che bramano qualche cosa da toccare
rami secchi di questa stagione di mezzo
pronti a tornare in vita da una pausa che non ha conosciuto morte
Mi piace tutto questo
Che non riconosco al mattina appena sveglio
quando, incapace di gustare la felicità che si spalanca
con le palpebre del risveglio
rimango inebetito e sospeso nell’aria della notte trascorsa
la felicità rimane lì in attesa, e forse la userò ma non oggi
abito sgualcito inadatto a tutte le occasioni
abito da solo dentro di me e senza chiavi di scorta
e cammino con ciò che mi piace addosso
Mi piace tutto questo
Scrivere senza forma, costrutto, obiettivo, seduto su una panchina di un parco
incapace di analizzare quello che vedo e forse non mi è richiesto
quando i simboli attorno sono troppi perdono la loro efficacia
volteggiano senza peso nell’universo dei significati, delle possibilità
nelle speranze, nelle abitudini.
Mi piace tutto questo
Ma ora mi alzo e proseguo il mio andare e venire
nel flusso perpetuo della folla
che mi trasporterà senza voglia
ed in tasca un foglio in più
ed in faccia un vento che prima non c’era.
La stazione è fredda, intrisa fin dentro i muri di Febbraio e tramontana. Vuota nelle banchine su cui scorre il vento silenzioso.
Un solo, piccolo bar in cui bere qualcosa di caldo o mangiare un panino prefrabbricato con lo sguardo che segue i binari. Entro e mi siedo. Il tempo nell’attesa è lento e accumula ritardo come il treno che aspetto. Un vecchio con pochi capelli in testa cammina nella mia direzione inclinato con la schiena a novanta gradi e gli occhi sul pavimento. Cerca qualcosa, e scruta ogni angolo, anche il più lercio e buio.
Lo osservo incuriosito al di quà della vetrina. Una ragazza giapponese seduta al tavolo a fianco al mio lo segue qualche passo con lo sguardo, poi si volta verso di me. Ci scambiamo un sorriso complice mentre il vecchio sparisce dietro un angolo uscendo dalla stazione..
Un ricordo che non durerà a questo viaggio se non lo trascrivo in poche righe.
Non particolarmente significativo per la mia vita, neanche per la vita della giapponese, forse neppure per il vecchio e allora perchè questo ricordo viene fissato sul quaderno e gli altri no?
E’ solo un minuto su questo mondo, che girando incurante ha creato un incontro di sguardi senza futuro nè passato.
Mi è arrivato il primo pacco da Minimum Fax. Ho fatto l’abbonamento annuale, quindi periodicamente mi arrivano a casa le nuove uscite della casa editrice. In questo però ci sono anche regali a scelta e non a scelta. Insomma non so bene con che criterio ma nel pacco ho trovato:
Impubblicabile! - Bangs Lester
Les cahiers du cinéma
Non ho risposte semplici - Kubrick Stanley
Io confesso. - Hitchcock Alfred
tu sei lei - otto scrittrici italiane
Mercoledì delle ceneri - Hawke Ethan
Tsotsi - Fugard Athol
Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato - De Majo Cristiano; Viola Fabio
Le prigioni che abbiamo dentro. Cinque lezioni sulla libertà - Lessing Doris
finestra e una tenda scura
l’informe - un’onda che batte
e tuona e si riforma e ribatte
ascolto dall’interno della stanza
sotto una luce calda e soffice
attimi… attimi… attimi… di pace
stringo tra le dita la speranza
che l’onda si esaurisca
negli occhi, troppe irrealtà
la finestra è una tenda scura
l’informe è un’onda che batte
e tuona e si riforma e ribatte
lo ascolto dall’interno della stanza
coperto da una luce calda e soffice
godendo fuggitivi attimi di pace
stringo tra le dita la speranza
che l’onda si esaurisca
consapevole di troppe irrealtà
… quel senso di colpa
nel pensare una vita diversa…
che qualcuno mi conduca
senza farmi dubitare - in ogni istante
di me e di voi
altrimenti vedrò in continuazione
paralizzandomi
ciò che non sono
ciò che potrei essere
oscillando tra il giusto e lo sbagliato
Quante volte facendo queste scale
mi son fermato a guardare oltre il muro
il giardino e gli alberi di kiwi
in cerca di un coniglio ignaro
con occhi diversi
ma anche oggi
osservo
quanto mi piacerebbe
rivedere un riccio
ma il campo è ricoperto dal cemento
I miei occhi son diversi
ma anche oggi
cerco
vivo lontano
dalle malinconie di un momento
ma di nuovo e innumerevoli volte
mi perderei nella nebbia del mattino
ridisegnerei la mappa dei boschi attorno a questa casa
tornerei dal campo di calcio all’imbrunire
con l’odore di erba umida addosso
e scrivo con un indescrivibile sentimento tra le dita
ma forse è solo una giustificazione
del mio partire
in fondo però lo sento,
che non posso ritenermi responsabile
di non aver trattenuto dentro di me
gli anni dolci
trascorsi in quella camera.
Un treno, una orizzontale taglia il cielo
il cielo che volta, muta, smorfia e si acciglia,
potrebbe piovere.
Il treno scompare in un ricordo di rotaie
che vibra nell’aria per alcuni secondi
il cielo, sempre quel cielo d’irlanda, lo avvolge in una luce
poi in un’ombra poi in nulla più.
Dublin apre le sue porte dipinte di vivacità e religione.
la città si riflette nello specchio nero del Liffey
e mi consegna un ritratto di una ragazza
che saltella tra bambini randagi e cani giocherelloni
una ragazza che ormai è giovane donna, ormai bella,
e non sa ancora che diventerà ciò che vorrà.
Ed io, dall’alto, da dietro il viso di Dublin,
non riesco a scorgere che questo appunto
ed è il mio saluto mentre volo via.
Il blog chiude, forse fino al 2008. E se riesco ad arrabattarmi con wordpress potrei cambiare anche indirizzo. Vabè, lo prendo come uno dei propositi per il nuovo anno. Per salutare vi lascio la temibile classifica, ebbene si, anche io ci sono cascato quest’anno… ecco i miei libri preferiti del 2007:
LA VITA AGRA (L. BIANCIARDI)
REVOLUTIONARY ROAD (R. YATES)
MEMORIE DI UN ARTISTA DELLA DELUSIONE (J. LETHEM)
LA PIU’ LUCENTE CORONA D’ANGELI IN CIELO (R. MOODY)
LA BOUTIQUE DEL MISTERO (D. BUZZATI)
IL CINEMA SECONDO HITCHCOCK (F. TRUFFAUT)
CUORE DI CANE (M. BULGAKOV)
CHE COSA TI ASPETTI DA ME? (L. LICALZI)
TERRA DEGLI UOMINI (de SAINT-EXUPERY)
IL PIACERE (G. D’ANNUNZIO)
Stavo in piedi di fianco ad un semaforo in attesa che L mi prelevasse dalla confusione del mercato di piazza S. Agostino. Il traffico però presagiva un’attesa infinita. E quindi quale miglior modo di aspettare se non leggendo? A dir la verità la confusione era tale che non riuscivo proprio a concentrarmi, fino quando una voce mi colpì alla nuca: “Bel libro quello” e voltandomi mi ritrovai faccia a faccia con un omino basso e grassoccio con una folta barba bianca. Mi sorrise e iniziò a parlarmi guardando al di là della strada. “lo sa che Bianciardi era un grandissimo traduttore?”
“si, ho letto nell’introduzione” risposi un pò spiazzato.
“E pensare che venne a Milano per far esplodere una fabbrica… e c’è rimasto per tutta la vita. Quando parla delle Braida del Guercio sa che si riferisce a Brera?”
“No, non lo sapevo”
Risposi sempre con frasi brevi, anche se non mi mancava la voglia di mettermi a chiacchierare a lungo con quel signore ma la disabitudine di parlare per strada con sconosciuti mi rese schivo e freddo. E’ un gran peccato, pensai, ma non riesco a comportarmi diversamente.
Infatti per colpa mia ci furono attimi di silenzio che lui riempì sempre con un sorriso. Mi diede l’impressione che Bianciardi gli fosse entrato nel cuore in un certo momento della sua vita e da lì non se ne sia più andato, e quando pronunciava “Bianciardi” poco dopo diceva sempre “Milano”, come se le due figure siano perfettamente incastrate, due ingranaggi di un meccanismo sconosciuto.
E cosi, dopo qualche minuto di frasi buttate sul marciapiede mi salutò: “buona lettura” e attraversando la strada si gettò tra le bancarelle di frutta e verdura.
Mi lasciò con l’amaro in bocca. Da un lato ero felice di aver parlato con qualcuno che si mostrasse interessato ad una mia lettura, dall’altro lato ero triste nell’associare quel signore, che immaginai solo, alla vita agra di Milano.
Credo che “La vita agra” sia Milano. E’ un libro che solo un milanese può davvero capire e amare.
C’è una similitudine nebbiosa tra la struttura del romanzo e l’approccio di molti con Milano.
Il romanzo inizia con parolone erudite e l’avvicinamento è complesso, non è ammaliante, non aiuta per niente la lettura. In un secondo momento il protagonista scopre un obiettivo, una meta e si trasferisce a Milano per raggiungerla, mosso da energie e speranze e illusioni che appaiono incrollabili. Ma poi, dopo un certo periodo di tempo a Milano, entra in una sorta di routine dettata dallo spirito di sopravvivenza, perchè a volte vivere a Milano, vuol dire sopravvivere. Chi,tra i milanesi di adozione, non si ritrova in questo percorso di sensazioni ?
Per questo motivo dico che “la vita agra” è il romanzo di Milano, perchè ne denuncia tutti i limiti e i problemi ma non finisce con una via di fuga o con una speranza che qualcosa cambierà. Dalla vita agra sembra che non si possa fuggire, l’unica soluzione è racchiusa nella stupenda frase che conclude il libro: “il sonno è già arrivato e per sei ore io non ci sono più.”
Sento che dovrei piangere
sarebbe bene
ma la tristezza che è in me
non ne conosce motivo
Sento che dovrei piangere
per ogni - motivo
una lacrima in dono
per sciogliermi
piano
lento
ancora piu piano
sento il mattino amaro in bocca
la gola gonfia
spugna che vive e soffre
in me - respira
piano
calmo
sempre più…
… e dopo tutto questo tempo
e dopo tutto questo sfogliare
rendersi conto quasi per caso
in una notte d’agosto
riscoprendo dimenticati quaderni
che
scrivevo con maggior passione
efficacia
talento
dieci anni fa
ora, sono
ammutolito
dal mio “essere” …
Dovrei sistemare i libri sugli scaffali
non li trovo quando li cerco
ma è uno spreco di tempo
mi dice la pigrizia
è uno spreco di tempo
ripete l’esperienza che l’ordine non dura
il pensiero fisso
è un quadro storto
sul muro di fronte
A- sono dieci anni che LUI mi chiama, si presenta a casa mia, facciamo l’amore e poi sparisce per qualche mese. E sai una cosa? sua moglie mi adora! se solo sapesse…
B- com’è sua moglie?
A- molto carina. secondo me ci starebbe anche.
B- ti fa venir voglia di tornare etero?
A- No. Ma quando mia mamma, durante il pranzo domenicale, se ne esce dal suo silenzio circospetto e mi dice “fatti una famiglia!”, penso di esserci molto vicino.
Non me ne sono neppure reso conto, ma al terzo giorno ho sfogliato l’ultima pagina. Finito. Pensavo di essere in un momento di scarse letture invece ho letto al parco, in coda alla posta, nella pausa pranzo, in attesa di un appuntamento, prima di dormire e cosi 350 pagine si sono esaurite in un paio di giorni. Ho scoperto Jonathan Lethem per puro caso seguendo l’istinto in un sabato pomeriggio. Con in mano la solita lista di titoli mi aggiravo tra i corridoi del Libraccio di porta genova fino a scovare tra le nuove uscite “Memorie di un artista della delusione”; bel titolo ho pensato ma, quello che mi ha convinto a comprarlo è stata la copertina: un cono gelato caduto a terra - in cui la pallina di gelato verde giace semi sciolta lontano dal cono. Una sintesi perfetta del concetto di delusione. Inoltre l’edizione minimum fax è quasi una garanzia.
Comprato e come detto, letto in un paio di giorni. Tra l’altro numerose sono le sottolineature e le pieghe agli angoli, indice della presenza di numerose pagine davvero interessanti.
Va detto che “Memorie” non è un romanzo ma è una autobiografia composta da sette saggi (più una bonus track finale). Si passa dall’amore per i fumetti, alle influenze musicali, dalla vita del padre pittore alla morte prematura della madre: scritto con uno stile semplice ma mai banale. Per molte pagine ho pensato che Lethem è arrivato dove sono arrivato io (che azzardo!) con una decina di anni di anticipo ed è capace di raccontarlo come io non potrei neanche immaginare.
Poche volte mi è successo di appassionarmi ad uno scrittore tanto da voler leggere TUTTO quello che ha scritto, e da quanto mi ricordo, è sempre successo dopo un periodo di scarsa soddisfazione letteraria. Una passione sfrenata quale conseguenza di un periodo arido, come se la ricerca fosse finalmente finita ed ora è giusto sbronzarsi per festeggiare.
E le poche volte che è accaduto questo fenomeno maniacale è stato quando ero più giovane e più incline all’enciclopedismo, il primo fu Oscar Wilde, poi Saint-exupery, Herman Hesse, WU ming, Calvino, più recente invece è John Fante. Questa è la volta di Lethem? Tutti i presupposti ci sarebbero ma nella mia testa ronza una strana idea sempre più insistente, quella di non leggere mai più niente di Jonathan Lethem.
Il titolo dell’autobiografia nasce da una semplice considerazione dell’autore che Quando si è innamorato artisticamente di qualcuno, con il passare del tempo ne è rimasto immancabilmente deluso. Questo come conseguenza di una crescente consapevolezza dell’arte, delle tecniche e dell’uomo. Lethem è rimasto folgorato da Kubrick in gioventù per poi rendersi conto che Kubrick, a suo dire, era troppo perfetto e calcolatore e quindi poco incline alle sfumature psicologiche. Lethem ama Dick anche se nel momento in cui lui stesso è diventato uno scrittore si rende conto che DIck “ha scritto troppo”, di molti romanzi se ne poteva fare a meno. E infine amava i “talkin Heads” per poi a distanza di anni ridere della sua passione per una musica sempliciotta e troppo legata al suo tempo.
Ecco dove nasce l’”artista della delusione” del titolo, cioè dalla capacità dell’autore nella propria vita di creare il presupposto per ricevere una cocente delusione. Innamorarsi convulsivamente prima, e poi analizzare freddamente la realtà e rendersi conto che tutto è stato sovraesposto ed enfatizzato.
Non leggere più Lethem sarà difficile ma il fatto di non essere ancora passato in libreria a fare man bassa è un segno tangibile della mia calma apparente e del neonato controllo del portafoglio.
Poi un giorno vorrei essere deluso anche io da Kubrick, dai Pearl Jam, da Calvino, vorrebbe dire aver fatto un passo in avanti verso la vera comprensione di queste realtà e della loro arte. Perchè vorrebbe dire spolverare un pò di idealismo e qualche preconcetto immobile da tempo immemore nel mio cervello. Un piccolo scarto tra l’eterna speranza della gioventù e il realismo del tempo che passa? non lo so, quello che so è che non esiste al mondo niente e nessuno che possa ritenersi immune dalla nostra delusione.
il pendolo non si ferma
tra i “vorrei” e i “sono”
dondola dondola dondola
perpetuo tichettio
nella mente e nella stanza
e intanto
la notte
mi scivola
tra le dita
Qualcuno mi ama: che gelida illusione
Denti stretti
mandibole doloranti
pugni chiusi.
non si ferma
la mente mai stanca
la pioggia neppure
inzuppa placa rallenta.
non sono
adatto
frugo tra le pagine
rubo un sospiro
respiro
e lontano mi getto
perchè è importante “fare”
non “stare”
ma la donna che pago
ha detto
“impara a stare”
e mi chiede
“come stai?”
“Bene” rispondo, ma non mi crede
lo leggo negli occhi
e mi chiedo
“come stai?”
“Bene” mi rispondo, ma non mi credo.
Denti stretti
mandibole doloranti
pugni chiusi
sono un lupo in agguato
affamato, disperato
eppure potrei sentirmi
diverso
ne ho il diritto
avessi il potere…
ho però un divano
per distendermi
sulla pioggia e nel
silenzio
Ma chi si ferma
è perduto,
lo dicevano
l’ho sentito
quindi lascio andare la mente
che non si stanca - mai
di fare
questo è il mio modo di
restare.
Quando hai “strappato” un minuto di silenzio?
Un pò di tempo in meno
Un pò più veloce
è una bilancia indomabile
questa giornata.
Ma arrivato a casa
prima degli altri
ho un divano sul silenzio
che mi aspetta.
Quella volta che mi accorsi che esisteva il silenzio è stato l’inizio di una abitudine.
Un bambino solo, in una camera da letto vuota…
Fuori dalla finestra un piccolo albero ricoperto di neve.
Il mio primo “topolino” di una collezione poi diventata numerosa, l’ho letto ovattato da una vigilia di natale.
Sospeso tra la cena con i parenti e la messa che non potevo rifiutare di seguire, con i genitori e tutto il paese.
lasciati sul comodino vari romanzi e poesie, diari e racconti gli ultimi giorni sono stati interamente dedicati ad alcuni saggi. Una lettura non monotematica ma che ha svariato tra diversi argomenti. Siccome tutti mi sono piaciuti, tutti ve li consiglio:
Permesso D’autore di Alessandra Beccaria: una raccolta di interviste a chi “tra gruppi informali, associazioni e aziende che fanno della propria professionalità strumenti per veicolare informazioni. Protagonisti accomunati dalla scelta delle licenze Creative Commons o della nota del copyleft letterario in modo che i contenuti siano quanto meno liberamente riproducibili.” Ovviamente anche il libro è copyleft quindi scaricabile gratuitamente.
Elogio della pirateria di Carlo Gubitosa. Un viaggio tra leggi, aneddoti storici e ragionamenti di buon senso per dimostrare come senza la pirateria non ci sarebbe stata un’evoluzione culturale e creativa dell’umanità. Tocca tutti i settori, dalla musica, ai film, alla letteratura passando dalle radio e tv private. Ovviamente anche questo è scaricabile gratis.
Fido non si fida di Stefano Apuzzo e Edgar Meyer. Un’allarmante inchiesta giornalistica sul vero contenuto dei cibi per cani e gatti. Si fermasse li… invece è solo il punto di partenza per un excursus preoccupante sulle leggi e le “buone abitudini” delle industrie alimentari.
I troppi libri di Gabriel Zaid. Una lucida (come dicono quelli che… ) analisi dell’editoria dell’abbondanza. Esistono molti più scrittori che lettori, e tutta questa abbondanza di libri ci ha reso in proporzione molto più ignoranti. Consigliato a chi legge, chi scrive, chi compra un sacco di libri.
E non ultimo per importanza, stasera il buon thomas mi ha regalato Darknet - hollywood contro la generazione digitale. Non so ancora nulla tranne che si parla dello scontro tra i grandi produttori di media, chi produce l’elettronica di consumo e il consumatore finale. e che ha una bella copertina. Grazie!
Sopravvissuto al messico. Poi ho fatto il giro dei libracci di milano (non tutti…)e intanto pensavo se continuare questo blog. Poi ho pensato che violare continuamente il diritto d’autore è una cosa giusta e buona. Quindi continuerò a copiare e trascrivere brani. Dal giro dei libracci ho portato a casa
Tu più di chiunque altro - Miranda July
Il fucile da caccia - Inoue Yasushi
Altri libertini - Vittorio Tondelli
Trilogia di New York - Paul Auster
Memorie di un artista della delusione - Jonathan Lethem
Il maestro e Margherita - Michail Bulgakov
La nausea - Jean-Paul Sartre
Montezuma airbag your pardon - Nino G. D’Attis
L’ insostenibile leggerezza dell’essere - Milan Kundera
Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte - Mark Haddon
Dialogo sul cinema, la vita, la vodka - Aki Kaurismäki. Peter von Bagh.
La mano che non mordi - Ornela Vorpsi
Caos calmo - Sandro Veronesi
L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello - Oliver Sacks
Vado
Ciao
oggi il blog festeggia un anno di vita
qualche lettore col tempo si è fatto addirittura
quotidiano - impensabile…
Il blog compie un anno e io lo impacchetto
e lo porto via
Ciao
Vado
un mese lontano con il blog nello zaino
tanto lo spazio c’è
e poi tornerò, come ogni volta
ma nello spettro delle probabilità
può anche essere che il blog me lo dimenticherò in chapas
oppure lo spingerò in mare furtivamente
andrà via senza futuro con tutte le sue parole
via
senza futuro
con un milione di futuri
con semplicità e senza patemi
Vai
Ciao
i libri che mi porto in viaggio, dopo lunga lunghissima indecisione sono:
Manituana - Wu Ming
Revolutionary Road - Richard Yates
Diario di Oaxaca - Oliver Sacks
Un segno invisibile e mio - Aimee Bender
Ho cercato qualcosa di Carlos Fuentes ma ogni volta che mi trovavo un suo libro in mano non mi “prendeva”. Ho cercato “pedro paramo” di Juan Rulfo senza trovarlo. La mia volgia di letteratura messicana si accontenterà del diario di Oaxaca, scritto da un’americano…
Il menu sopra è per due persone, un mese di tempo.
Quando la maggior parte dei tuoi
amici
quelli di sempre
con cui giocavi a calcio nelle
strade
si sposa - compra casa - magari,
addirittura
fa un figlio.
tu,
ancora lontano da tutto
questo
torni a casa la notte,
apri la porta, solo
un cane ti scodinzola
non riesci a capire quale
tra le possibili vite
sia quella giusta per
te.
ti svegli al mattino
amaro
ancora il cane scodinzola
un caffè in cucina
un lavoro fino a sera
ti convinci
che per oggi se non altro
questa è
la vita migliore
che ti possa capitare
L protesta il suo ruolo, importante, nella formazione della mia libreria, sopratutto rivendicando il merito della mia scoperta di Pessoa.
Effettivamente se L mi ha regalato uno scrittore, quello è Pessoa.
Ancor prima di conoscerla lei già scriveva sui muri:
Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d’essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.
E cosi davanti ad una padellata di gamberi richiede il giusto merito, secondo lei sempre negatogli, divertita ma in fondo in fondo risentita. Una forma di gelosia per qualcosa che era solo suo ed ora è condiviso con me.
Io che mi vanto di avere tra i miei librelli “il libro dell’inquietudine” intanto che lei si anima penso alle diverse personalità dello scrittore di Lisbona. L tra l’altro ama quella città che io non ho nemmeno visitato.
Con lo scorrere delle frasi e lo sparire dei gamberi dal piatto, sposto l’attenzione alle diverse personalità di L e alle mie.
E concludo che questa sera, durante questa cena, si incontrano due tra le migliori personalità in nostro possesso.
L è bellissima dietro a quel rossetto, tra quelle due rughe, confine di un’anima, e gli occhi ridenti.
E io osservo, perchè è la cosa che so fare meglio, e parlo poco perchè le parole pesano e mi sento pigro. Ma tutto sembra bilanciato.
Dopo il dolce basterebbe andare a casa perchè tutto stasera è stato detto.
Ma le case, come le identità, sono molteplici, diverse e distanti.
Allora, l’ultima volta che vedo L, voltandomi dall’ultimo scalino, è in macchina che mi osserva andar via. E la intravedo dietro un’altra maschera ancora, quella del saluto prima di dormire.
La maschera che mi stringo nel petto, a letto, da solo.
Bè, in quattro giorni credo di aver finito http://www.anobii.com/people/nick
e adesso?
Noi sottoscritti A. S. Cafri P. dichiariamo di aver ritirato al Sig. Confalonieri C. La patente di guida cat. B n. Mi5079632J rilasciata da DTTSIS di MI - invitato a Pref. VC
Perchè dovrei andare a torino, con lo sbattimento che ne consegue? Perchè dovrei pagare 8 euro per entrare in una fiera, in pratica un’enorme libreria ? Perchè in questa enorme libreria nessuna casa editrice crea delle promozioni ad hoc per l’evento? i libri costano esattamente come sotto casa mia. Ok sotto casa mia non ci sono gli “scrittori” che raccontano e presentano i loro libri, ma avete mai sentito uno scrittore parlare? lo scrittore che parla è uno dei mammiferi piu noiosi sulla terra. Quindi rimango a casa mia, ma con qualche senso di disagio, perchè in fondo, quella grande, enorme, infinita mole di carta, copertine rigide e nomi di autori, titoli ed etichette mi attira come un buco nero.
Vorrei rimanere sotto le coperte, al caldo, con un cane acciambellato a lato, senza nessuna intenzione di… Vorrei ascoltare con gli occhi chiusi la pioggia tamburellare sulla tettoia di plastica. Senza voglie particolari, solamente rimanere dove sono.
Restare. Ecco la soluzione.
ma per natura siamo qualcosa che non resta.
Il torpore si spegne all’improvviso, un interruttore invisibile si è azionato.
Mi alzo.
Ho un sacco di cose ancora da fare.
a volte
in macchina
col sole di fronte
basso
e la strada illuminata
spoglia
mi scopro felice.
ma prima che il pensiero prenda sostanza
non ci credo più
la felicità è una sensazione informe
nudo
a letto
fisso il soffitto e rispolvero ricordi
nella stanza accanto
rumori di pranzo
non conosco chi
sta cucinando per me
le sensazioni
sono semplici, familiari
potrebbe essere mia madre
come un nostalgico
derubato
della nostalgia
scivo
ma non capisco
se parlo di me
abbandono “i quaderni di Cioran”
sul comodino
abbandono me stesso
sul cuscino
Un’ora e mezza. Il libraccio in bovisa e 50 euro hanno riempito la mia borsa con:
Quando eravamo giovani - C. Bukowski *
I turbamenti del giovane Torless - R. Musil *
Il cinema secondo Hitchcock - F. Truffaut
La boutique del mistero - D. Buzzati *
Il mondo nuovo - A. Huxley *
Ritorno al mondo nuovo - A. Huxley *
Il piatto piange - P. Chiara *
Lamento di Portnoy - P. Roth
Trilobiti - B. Pancake
Amori ridicoli - M. Kundera *
Al faro - V. Woolf *
La leggenda del santo bevitore - J. Roth *
Fernando Pessoa - M. de Lancastre (regalo di P.) *
* usati
al di là del vetro
comignoli e balconi
malinconici nella loro veste scura
regalatagli dal tempo che non torna
è sera, di nuovo sera, il sipario si chiude
i due visi soliti si specchiano
le parole si rincorrono sul pavimento
e senza freni escono dalla stanza
quanto fa male aprirsi e non rimarginarsi
la luna riflette speranza
i due visi soliti si sfiorano
increduli ritrovano un’aria conosciuta
torneranno presto ad amarsi
è lungo un giorno
anche i sorrisi, al tramonto, sono più pesanti
i due visi soliti non sono gli stessi del mattino
lui è stanco ma non sa perchè
lei piange su macerie inesistenti
torneranno presto ad amarsi
Sanremo è noioso e non promuove il meglio della musica italiana come tentano di farci credere da anni. Ma noi lo sappiamo. Quest’anno ho visto una serata col Fagio ed L e mi ha sorpreso positivamente trovare qualche testo “meno sanremese”. Oggi mi sono letto tutti i testi delle canzoni dei big in gara e confermo quello che è stata la prima impressione:
bellissimo il testo di “Ti regalerò una rosa” di Simone Cristicchi.
“Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore I matti sono punti di domanda senza frase
Migliaia di astronavi che non tornano alla base
Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole
I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole
Mi fabbrico la neve col polistirolo
La mia patologia è che son rimasto solo Ora prendete un telescopio…
misurate le distanze
E guardate tra me e voi… chi è più pericoloso? “
http://www.sanremomania.com/testo/simone_cristicchi_1115/ti_regalero_una_rosa_1646.html
Mi sembrava interessante quello scritto da Faletti per Milva, ma invece era brava lei ad interpretarlo.
Bello il tema di “Oltre il giardino” di Fabio Concato
“A me piace più di prima la mia vita,
Perché ridimensionata, si è pulita
Come questa pianta e questi fiori nuovi
Che profumano la sera, e che danno un senso nuovo.
Danno un senso che non c’era …
E pensare di poter cambiare mestiere
Sono ancora forte potrei fare il giardiniere!”
http://www.sanremomania.com/testo/fabio_concato_38/oltre_il_giardino_1645.html
Il resto è noia compreso il Califfo imitato da Max Tortora.
Rimane da proclamare La mia canzone preferita. Siniori e siniore… è “la Paranza” di Daniele Silvestri. Stupidissima all’apparenza ma fidatevi di Silvestri che è un genietto e sa cosa dire e come dire.
“La panacea di tutti i mali è la distanza
E poi ci si consola
Con la paranza
La paranza e una danza
Che si balla nella latitanza
Con prudenza
E eleganza
E con un lento movimento de panza “
http://www.sanremomania.com/testo/daniele_silvestri_105/la_paranza_1657.html
piove.
in questa casa la pioggia non fa rumore
dietro queste mura
il tempo è lento
casa mia
così l’ho sentita
un giorno invernale qualunque
mentre rientravo dal lavoro
bagnato di pioggia muta
casa mia
e mi stupisce questa
appartenenza
in cosi poco tempo…
casa mia con lory e pixel
[2002]
notti
in cui dormire
sembra un dovere
la notte
non è
eterna
e il bagliore
in fondo alla via
ce lo ricorda
la mia mente
è un rubinetto
che gocciola
08/07/2001
Non sono mai stato cosi rilassato, infatti sto ingrassando.
Non sono mai stato cosi grasso. Mi sto innervosendo.
San Siro - giorno di natale
un urlo soffocato dal silenzio festivo
uomini e bambini avvolti nei cappotti
galleggiano nell’immenso parcheggio vuoto
osservano confusi
le torri a spirale, il ferro lontano
i cancelli chiusi e i parapetti bianchi
osservano timorosi
percependo nella foschia
una magia vaga
che è stata e ora riposa.
b - come si chiama la casa editrice interessante? ah, no.. era ibs
penso che abbia il magazzino vicino alla tangenziale ovest
oggi mi ci sono trovato davanti
beh, nn te ne fregherà un cazzzz ma almeno sai che se compri qualcosa da loro, sai in che direzione guardare quando aspetti il tuo libro..
(italiano approssimativo, il mio lessico è andato a ballare, stasera lasciandomi in intimità con illustrator)
nick - sto scrivendo i post di settimana prox di openlecture.. il blog per pochi intimi
menù: personal, di là dal fiume e tra gli alberi, il piacere, la morte felice, quaderni di cioran
b - ottimo
nick - il picco è sempre il lunedi… mha
b- scherzi? è un faro nella notte, fatto a pezzi e tenuto in tasca
da usare un po’ come l’aulin (quando fa troppo male), ma senza ripercussioni allo stomaco
ed io con l’acidità che ho, l’aulin proprio non posso prenderlo.
meglio openlecture
quando ci si aggira per le vie strette di Parigi
sintonizzare la radio su Jazz - 98,8
qualcosa, dentro e fuori, cambia…
“Perchè a vent’anni date sempre la vita?”
“non ne ho venti ma venticinque”
“sempre venti comunque”
Pochi tratti, quasi uno schizzo progettuale, era quanto riuscivo a percepire della conversazione tra Blu e Tanja. Eppure gli ero di fronte, pochi passi e li avrei toccati. Il battere dei tasti di un computer faceva da sfondo monotono alle voci. Ferma e profondo di lui, lenta e fresca di lei. Una voce lenta, una voce fresca; non riesco a spiegare altrimenti quel suono stupendo che si espandeva nell’aria e riempiva piano la stanza.
Me parlare bello un giorno - David Sedaris
La vita agra - Luciano Bianciardi
Il futuro non è più quello di una volta - Mark Strand
La morte felice - Albert Camus
Come dio comanda - Niccolò Ammaniti
Il bazooka della verità - Sam Lipsyte
Cuore di cane - Michail Bulgakov
Manuale di immagine non coordinata - Pietro Corraini e Stefano Caprioli
Viaggio negli Islam del mondo - Abbas
Che cosa ti aspetti da me? - Lorenzo Licalzi
Buena vista social club - Wim Wenders
Maurizio Cattelan - Francesco Manacorda
Cuba va - Roberto Fumagalli
Crossroads - Michel Comte
Ho sognato, spesso anche ad occhi aperti, che me ne andavo da questa Milano
di code in auto e ore perse a cercar parcheggio sotto la pioggia, di parchi usati solo da extracomunitari che, loro sì, sanno cosa vuol dire comunità; Di strade affollate ma nessuno che ti guarda in faccia, di tubi di scappamento nell’ora di punta, di metropolitane, autobus, filobus, tram ma come cazzo ci arrivo in bicocca?
Me ne andavo da questa Milano triste e raggomitolata su se stessa, dove se non hai l’auto blu non fai 5 metri senza doverti fermare, delle biciclette e dei motorini sui marciapiedi, del lavoro e del divertimento a tutti i costi. Me ne andavo lontano dal duomo, dai navigli senza nemmeno più l’acqua, dalle cartomanti di brera, dall’inutile Scala, dalla Centrale brulicante di sconfitte e dal sacro concetto di San Siro. Icone. Carte lanciate sul tavolo senza cura, assi svalorizzati da un’enorme quantità di 2 di picche.
Me ne andavo con una lacrima in più in tasca, via dai semafori “che c’hai moneta?”, via da quel manto grigio steso sopra le teste, via dai cartelloni pubblicitari e fashionweek - designweek - happyhour - party. Basta con i cinema a 7 euro e le mostre a 9, e la cucina giapponese, thailandese, afro e indiana.
Me ne andavo senza meta negli occhi solo per abbandonare gli affitti e le rate, le menzogne e le illusioni di questa Milano beffarda.
Questa Milano del “ue figa” “non vorrai mica uscire sabato sera!” “facciamo l’aperitivo?” “domani vieni all’inaugurazione?”. Milano inquinata non nei polmoni ma nella testa, succube del suo stesso gioco ormai incapace di smettere di farsi del male.
Ho sognato, e sogno ancora, di andarmene da questa Milano che ridicolizza la fatica quotidiana, per paura di vederla un giorno, in ginocchio, sfinita e stanca di se stessa.
Sono le 4 in punto
e ancora sveglio
la pioggia copre
il silenzio.
una penna tra le dita
pensieri sotto le lenzuola,
ho tante cose da dire
ma mi accontenterei di
dormire
Le pupille si perdono
in questa pagina
la scrittura aiuta
sempre
spero di perdermi
completamente.
Quanti fogli spogli di pensieri esistono ancora,
ed io non so come riempirli.
afferare le parole
seppur la stanza ne è ricolma,
è difficile.
come fissare in qualche riga
la mia identità in continua
veloce mutazione?
Di questi fogli rimane ben poco
carta intrisa di sogni
speranza e noia
passione e tristezza.
E capirai, nemmeno dopo tanto
che queste cose
usate
non sono un granchè
come regalo.
Ricordi?
Stavamo seduti in macchina proprio di fronte casa mia,
la strada era silenziosa, solo la luce dei lampioni le donava vita
sembravamo soli nel mondo.
Si parlava senza guardarci dei giorni trascorsi a scuola
però senza accennare alla delusione per la nostra storia mai nata,
quel sentimento sconosciuto e incontrollabile,
soffocato dalla paura e dalla mia maledetta timidezza,
che successivamente abbiamo sotterrato con l’amicizia:
splendida scusa capace di spegnere le scintille di un amore giovanile.
Durante quella notte le parole servivano solo ad arginare i fiumi delle nostre vite,
ormai paralleli e sconosciuti,
ma col tempo le frasi iniziarono a mancare
e all’interno dell’abitacolo il silenzio cominciò a soffocarci;
mascherammo il disagio con sorrisi precompilati e battute stupide,
senza nessuna confessione su quanto ci sentivamo tristi e soli
perchè dovevamo apparire grandi amici felici, ancora e per sempre.
Quanto si è stupidi a diciott’anni!
Ma la malinconia irrefrenabile ci avvolse insieme all’afa estiva
e la luna pareva guardarci con un sorriso bonario
Mentre tu dicevi: “la lontananza non può spegnere un’amicizia”
e mentre parlavi forse ne eri davvero convinta.
Erano mesi che non ci vedevamo e i tuoi capelli rossi,
il tuo nuovo accento e i modi di fare
mi fecero quasi uno sgambetto.
Eri cresciuta molto rispetto a me.
Portavi facilmente la responsabilità di vivero sola e lontano,
io invece nemmeno lo sognavo.
In un lampo il cielo si oscurò inverosimilmente
a quel punto la luna sembrò stanca di noi
ti accesi un’altra sigaretta dicendo che avresti dovuto smettere,
io ascoltai appena e restai in silenzio guardandoti riflessa nel vetro
all’improvviso ti vidi scomparire dietro il fumo di un tiro
e in quell’istante avrei voluto parlare, rompere la scorza di timidezza che mi opprimeva,
e dirti: “le nostre vite hanno preso strade diverse, perchè ne abbiamo cosi paura?”
ma tra le labbra non si formò nessuna domanda.
Al primo rintocco giornaliero della campana
sentimmo dei passi lontani risuonare per la via
i nostri occhi impauriti finalmente si incontrarono
sembravano parlarsi
loro si, che erano sinceri.
Bastò un attimo per spiegare il dilemma nascosto.
Poi di scatto fissai lo specchietto retrovisore,
tu facesti lo stesso con un altro accessorio,
mai mi sono sentito cosi vicino al vuoto.
Presi coscienza che tutto era cambiato.
Ti raccontai gli ultimi mesi con un saluto,
due baci di rito
e inutili promesse di arrivederci,
ripetute a memoria.
A casa accesi subito lo stereo.
La musicà riempì la stanza buia di amara nostalgia.
Sdraiato sul letto non avevo pensieri, tantomeno sonno
e ancora oggi mi capita, come allora
di sentir salire in me una strana sensazione, fino alla gola,
come se quella sera, in quell’auto, avessi lasciato qualcosa a cui tenevo veramente,
e solo oggi mi rendo conto cosa fosse,
ora che non ti sento da sette anni e non mi manchi.
Eccomi qua a regalarti nuovamente un libro!
La fantasia è poca ma questo è un libro che tutti i designers dovrebbero conoscere. Vi è poi anche il fatto che è un testo che intendo leggere e donandotelo avrò qualcuno con cui parlarne, e discutere di un libro non è una cosa che si può fare con chiunque!
Il post sotto: Hemingway, è apparso su cambiapelle e ha ricevuto dei commenti interessanti:
PAROLERIA: Sai credo che spesso in ambito artistico bisogna cercare di valutare e apprezzare l’opera d’arte in sè e per sè, senza pensare troppo a chi è l’autore nella sua vita normale e cosa fa o come si atteggia, concordi?
Gli artisti si sa sono esseri bizzarri e i loro comportamenti non sono sempre condivisibili a livello morale.
OPENLECTURE: concordo, ma non sempre è facile. Bukowski piace anche perchè mentro lo leggi te lo immagini ubriaco e sfatto e cosi Rimbaud e cosi Edgar Allan Poe. Sono persone ed è inevitabile che, sopratutto per la letteratura, ti viene voglia di conoscerle oltre alla scrittura. Chi legge Pessoa sa che sta leggendo un caso clinico di schizofrenia. E questo inevitabilmente influenza il rapporto con il libro, non sempre lo peggiora.
NOIANIMALIMODERNI: A volte chi fa cose straordinarie, scrive cose straordinarie, dipinge cose straordinarie non è necessariamente una bella persona. Straordinaria, sì, nel senso di fuori dall’ordinario. E questo in tutti i campi. Guarda ad esempio Einstein: un genio della fisica, estremamente antipatico nella vita. D’altra parte se Hemingway non fosse stato così tremendo, cosa avrebbe potuto scrivere mai? Se Van Gogh non fosse stato pazzo, non avrebbe dipinto con altrettanta meravigliosa pazzia; se Dalì non fosse stato un visionario eccentrico, oggi non potremmo condividere ed ammirare le sue eccentriche visioni. Queste persone vedono il mondo a modo loro e lo comunicano così come lo vedono. Leggendo i loro scritti, guardando le loro opere per un istante entri nel loro pazzo mondo… può essere un’esperienza bella o brutta, ma pur sempre un’esperienza.
Manca il tempo per far le cose belle…
-> Sfoglio catalogo Ikea sorseggiando camomilla… una volta era cubalibre e playboy
+ Stai invecchiando! quando ti sposi?
-> Non so, la mia ragazza non vuole
+ Magari non ti considera pronto…
-> Magari è una cosa che pensa di se stessa
+ Non credo proprio. Ma la camolilla non dovrebbe far dormire?
-> E’ colpa del catalogo Ikea forse…
+ Allora devi stare attento alle categorie che sfogli…
a me,
in un certo senso
imbarazza
avere dei sentimenti…
ma
perchè non vivi
abitualmente
come da te
ci si attenderebbe
perchè
non ti procuri
ostinatamente
una ragione,
per motivare le tue
azioni
ti amo.
Stavo bene, quando
imperturbabile
maneggiavo i sentimenti
come stoviglie.
Ora, ho l’anima sbucciata
come il ginocchio del bambino.
L’aria fresca scalpita sulla carne viva,
mi consuma, non mi fa dormire.
E di mattina
quando la gente ancora dorme
mi sento piccolo
immerso in questa disperata
pace.
Uomo,
manipolato
come creta
dal dio - società
moderna.
carattere mercantile,
privo di
interesse,
al di fuori del
successo.
Funzionante.
Ottimo manipolatore.
Conforme ai bisogni
sociali.
