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PEDALANDO NELLA DISCESA DI UN GARAGE
Vorrei saperle adesso le cose che sapevo da bambino
non il contrario
che i genitori non muoiono mai
che Babbo Natale riceve le mie lettere
che la mia maestra mi vuole bene
che da grande avrei fatto il pirata
che gli americani sono buoni e i russi cattivi
che il mio papà è il più alto di tutti quanti
che non mi sarebbe mai venuta la pancia
che non mi sarebbero mai caduti i capelli
che posso dare del tu a tutti quanti
che nuotare fa bene
che ogni anno si va in vacanza
che per il lunedi mattina c’è sempre una poesia
da imparare a memoria
che d’estate si mangia in terrazza che c’è vento
che le uniche malattie sono quelle infettive
che da quando cadono i denti ci sono sempre dei soldini
sotto il guanciale
che c’è sempre qualcuno che ti rimbocca le coperte
che un paio di tette non sono più interessanti
di un sacchetto di biglie
che di notte di dorme
che hai la vita davanti,
per sentire ancora una volta l’eternità
pedalando nella discesa di un garage.
[O.L.] Una raccolta di poesie che ricorda vagamente Bukowski ma senza l’amarezza sconfinata. La maggior parte delle poesia volano via senza toccare particolarmente e il continuo riferimento al sesso dopo un pò mi ha stancato. cmq non male.
SORTEGGIO FORTUNATO
dopo decenni di povertà
ora che mi avvicino alla
tomba.
d’improvviso ho una casa, la macchina nuova,
sauna, piscina, computer.
mi distruggerà tutto questo?
bè, qualche cosa mi dovrà distruggere
ben presto.
i ragazzi in galera, nei mattatoi,
nelle fabbriche, sulle panchine dei parchi, negli
uffici postali, nei bar
adesso non mi crederebbero
mai.
faccio fatica a credere a me stesso.
e non sono diverso
da come ero nei cubicoli
della fame e della pazzia.
l’unica differenza
è che sono
più vecchio.
e bevo vino
più buono.
tutto il resto sono
fesserie,
un sorteggio
fortunato.
la vita può cambiare in un decimo
di secondo
o a volta può impiegarci
70
anni.
[O.P] Pensando al silenzio mi sono venuti in mente due scrittori. Cioran e Bukowski. Non perchè avessero prodotto qualcosa sul tema ma perchè nella mia immaginazione hanno passato molto tempo da soli, in una camera spoglia e buia, con il solo rumore della macchina da scrivere nell’aria (buk) o con lo sguardo fisso sul soffitto (cioran).
In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
perole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole,amore
le tue parole,amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.
[O.P.] Buon autunno a tutti.
SPLASH
L’illusione è che tu semplicemente
stia leggendo questa poesia.
la realtà è che questa è
più di una
poesia.
questo è il coltello di un accattone.
è un tulipano.
è un soldato che marcia
attraverso Madrid.
questo sei tu sul tuo
letto di morte.
questo è Li Po che ride
sottoterra.
no, non è una dannata
poesia.
è un cavallo che dorme.
una farfalla dentro
il tuo cervello.
questo è il circo
del diavolo.
e non la stai leggendo
su una pagina.
è la pagina che legge
te.
la senti?
è come un cobra.
è un’acquila affamata
che sorvola la stanza.
questa non è una poesia.
la poesia è barbosa,
ti fa venire
sonno.
queste parole ti incitano
a una nuova
follia.
ti ha toccato la grazia,
sei stato spinto
dentro una
abbacinante
regione di
luce.
adesso l’elefante
sogna insieme
a te.
la volta dello spazio
curva e
ride.
adesso puoi morire.
tu puoi morire adesso come
si doveva morire da
uomini:
grande,
vittorioso,
con l’orecchio alla musica,
essendo tu la musica,
che romba,
romba,
romba.
GIOCO DI SPECCHI
Peter era un mostro, Peter era grasso, Peter
era scemo, Peter era goffo, Peter balbettava
e Peter inciampava e le ragazze ridevano di
Peter e i ragazzi lo punzecchiavano, e Peter
era costretto a restare a scuola dopo le lezioni
e a Peter cadevano gli occhiali e aveva le scarpe
slacciate e la camicia di fuori e vestiva come non
s’era mai visto e Peter sedeva sempre nell’ultimo
banco con il moccio che gli colava dal naso.
questo succedeva allora. cioè alle elementari e
alle medie, e il tempo passava
e passava e
adesso
Peter cambia ogni anno la sua fuoriserie e
ha sempre una ragazza nuova e graziosa e
non porta più gli occhiali ed è dimagrito,
sembra quasi bello comunque certo sicuro di sè,
ha una casa in Messico e una a Hollywood.
Peter commercia in arte e in borsa, parla
tre lingue, ha lo yacht e un jet privato e inoltre
qualche volta produce dei film.
chi lo conosceva allora non lo conosce
adesso.
è successo
qualcosa, che diavolo
è stato?
e la maggior parte dei fighi di allora
che ancora si vedono in giro
sono deformi, sconfitti, ingloriosi,
idioti, senzacasa, senili o
moribondi.
di rado va come ci aspettiamo che
vada.
per la precisione,
mai.
La notte si addensa attorno a me
selvaggio e gelido soffia il vento
ma una magia implacabile mi ha vinto
e non posso non posso fuggire
Alberi giganteschi piegano
i rami spogli gravi di nevi
veloce la tempesta si fa vicina
pure non posso fuggire
Nuvole e nuvole su di me
deserti e deserti ai miei piedi
nessun terrore potrà allontanarmi
non voglio non posso fuggire
Se riesci a non perdere la testa, quando tutti intorno
La perdono, e se la prendono con te;
Se riesci a non dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano,
Ma anche a cogliere in modo costruttivo i loro dubbi;
Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere;
Se sai non ricambiare menzogna con menzogna,
Odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono,
E a evitare di far discorsi troppo saggi;
Se sai sognare - ma dai sogni sai non farti dominare;
Se sai pensare - ma dei pensieri sa non farne il fine;
Se sai trattare nello stesso modo due impostori
- Trionfo e Disastro - quando ti capitano innanzi;
Se sai resistere a udire la verità che hai detto
Dai farabutti travisata per ingannar gli sciocchi;
Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti consumati,
Le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante;
Se di tutto ciò che hai vinto sai fare un solo mucchio
E te lo giochi, all’azzardo, un’altra volta,
E se perdi, sai ricominciare
Senza dire una parola di sconfitta;
Se sai forzare cuore, nervi e tendini
Dritti allo scopo, ben oltre la stanchezza,
A tener duro, quando in te nient’altro
Esiste, tranne il comando della Volontà;
Se sai parlare alle folle senza sentirti re,
O intrattenere i re parlando francamente,
Se né amici né nemici riescono a ferirti,
Pur tutti contando per te, ma troppo mai
nessuno;
Se riesci ad occupare il tempo inesorabile
Dando valore a ogni istante della vita,
Il mondo è tuo, con tutto ciò che ha dentro,
E, ancor di più, ragazzo mio, sei Uomo!
Io so bene che dentro la mia stanza
c’è un amico invisibile,
non si rivela con qualche movimento
né parla per darmi una conferma.
Non c’è bisogno che io gli trovi posto:
è una cortesia più conveniente
l’ospitale intuizione
della sua compagnia.
La sola libertà che si concede
è di essere presente.
Né io né lui violiamo con un suono
l’integrità di questa muta intesa.
Non non potrei mai stancarmi di lui:
sarebbe come se un atomo ad un tratto
si annoiasse di stare sempre insieme
agli innumerevoli elementi dello spazio.
Ignoro se visti anche altri,
se rimanga con loro oppure no.
Ma il mio istinto lo sa riconoscere:
il suo nome è Immortalità.
mio padre era un uomo pieno di
proverbi:
“il mattino ha l’oro
in bocca…”
“chi la fa
l’aspetti…”
“un penny risparmiato è…”
“chi si loda
s’imbroda…”
“l’erba del vicino è
sempre piu verde…”
ce n’erano altri ma li ho
dimenticati.
come li sciorinava
incessantemente!
quando morì andai a guardarlo
nella bara.
tutti parlavano del suo
bell’aspetto: “pacifico! guardalo
com’è pacifico! l’hanno rimesso
a posto per bene!”.
io lo guardai quasi
aspettandomi che sparasse
uno dei suoi proverbi:
“meglio un uovo oggi
che una gallina domani…”
“lontano dagli occhi
lontano dal cuore…”
ma non successe niente
cosi me ne andai
seguito dallo zio
che disse:”hey Henry, filiamo
a mangiare qualcosa”
“conosco un posticino” dissi
“seguimi…”
mi pareva quasi di sentirlo
dalla bara
“la via che porta al cuore di un uomo
passa per il suo
stomaco…”
Voglio che tu sappia
Una cosa.
Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se cio’ che esiste
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.
Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.
“ Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
chè già ti avrò dimenticata “
Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
Che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.
Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finchè tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.
Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io meditavo, debole e stanco, sopra alcuni bizzarri e strani volumi d’una scienza dimenticata; mentre io chinavo la testa, quasi sonnecchiando - d’un tratto, sentii un colpo leggero, come di qualcuno che leggermente picchiasse - pichiasse alla porta della mia camera.
«È qualche visitatore - mormorai - che batte alla porta della mia camera.»
Questo soltanto, e nulla più.
Ah! distintamente ricordo; era nel fosco Dicembre, e ciascun tizzo moribondo proiettava il suo fantasma sul pavimento.
Febbrilmente desideravo il mattino: invano avevo tentato di trarre dai miei libri un sollievo al dolore - al dolore per la mia perduta Eleonora, e che nessuno chiamerà in terra - mai più.
E il serico triste fruscio di ciascuna cortina purpurea, facendomi trasalire - mi riempiva di tenori fantastici, mai provati prima, sicchè, in quell’istante, per calmare i battiti del mio cuore, io andava ripetendo: «È qualche visitatore, che chiede supplicando d’entrare, alla porta della mia stanza. Qualche tardivo visitatore, che supplica d’entrare alla porta della mia stanza; è questo soltanto, e nulla più».
Subitamente la mia anima divenne forte; e non esitando più a lungo:
«Signore - dissi - o Signora, veramente io imploro il vostro perdono; ma il fatto è che io sonnecchiavo: e voi picchiaste sì leggermente, e voi sì lievemente bussaste - bussaste alla porta della mia camera, che io ero poco sicuro d’avervi udito». E a questo punto, aprii intieramente la porta.
Vi era solo la tenebra, e nulla più.
Scrutando in quella profonda oscurità, rimasi a lungo, stupito impaurito sospettoso, sognando sogni, che nessun mortale mai ha osato sognare; ma il silenzio rimase intatto, e l’oscurità non diede nessun segno di vita;
e l’unica parola detta colà fu la sussurrata parola «Eleonora!»
Soltanto questo, e nulla più.
Ritornando nella camera, con tutta la mia anima in fiamme; ben presto udii di nuovo battere, un poco più forte di prima.
«Certamente - dissi - certamente è qualche cosa al graticcio della mia finestra.»
Io debbo vedere, perciò, cosa sia, e esplorare questo mistero.
È certo il vento, e nulla più.
Quindi io spalancai l’imposta; e con molta civetteria, agitando le ali, si avanzò un maestoso corvo dei santi giorni d’altri tempi; egli non fece la menoma riverenza; non esitò, nè ristette un istante ma con aria di Lord o di Lady, si appollaiò sulla porta della mia camera, s’appollaiò, e s’installò - e nulla più.
Allora, quest’uccello d’ebano, inducendo la mia triste fantasia a sorridere, con la grave e severa dignità del suo aspetto:
«Sebbene il tuo ciuffo sia tagliato e raso - io dissi - tu non sei certo un vile, orrido, torvo e antico corvo errante lontanto dalle spiagge della Notte dimmi qual’è il tuo nome signorile sulle spiagge avernali della Notte!»
Disse il corvo: «Mai più».
Mi meravigliai molto udendo parlare sì chiaramente questo sgraziato uccello, sebbene la sua risposta fosse poco sensata - fosse poco a proposito; poichè non possiamo fare a meno d’ammettere, che nessuna vivente creatura umana, mai, finora, fu beata dalla visione d’un uccello sulla porta della sua camera, con un nome siffatto: «Mai più».
Ma il corvo, appollaiato solitario sul placido busto, profferì solamente quest’unica parola, come se la sua anima in quest’unica parola avesse effusa.
Niente di nuovo egli pronunziò - nessuna penna egli agitò - finchè in tono appena più forte di un murmure, io dissi: «Altri amici mi hanno già abbandonato, domani anch’esso mi lascerà, come le mie speranze, che mi hanno già abbandonato».
Allora, l’uccello disse: «Mai più».
Trasalendo, perchè il silenzio veniva rotto da una risposta sì giusta:
«Senza dubbio - io dissi - ciò ch’egli pronunzia è tutto il suo sapere e la sua ricchezza, presi da qualche infelice padrone, che la spietata sciagura perseguì sempre più rapida, finchè le sue canzoni ebbero un solo ritornello, finchè i canti funebri della sua Speranza ebbero il malinconico ritornello:
«Mai, - mai più».
Ma il corvo inducendo ancora tutta la mia triste anima al sorriso, subito volsi una sedia con ricchi cuscini di fronte all’uccello, al busto e alla porta; quindi, affondandomi nel velluto, mi misi a concatenare fantasia a fantasia, pensando che cosa questo sinistro uccello d’altri tempi, che cosa questo torvo sgraziato orrido scarno e sinistro uccello d’altri tempi
intendea significare gracchiando: «Mai più».
Così sedevo, immerso a congetturare, senza rivolgere una sillaba all’uccello, i cui occhi infuocati ardevano ora nell’intimo del mio petto; io sedeva pronosticando su ciò e su altro ancora, con la testa reclinata adagio sulla fodera di velluto del cuscino su cui la lampada guardava fissamente; ma la cui fodera di velluto viola, che la lampada guarda fissamente Ella non premerà, ah! - mai più!
Allora mi parve che l’aria si facesse più densa, profumata da un incensiere invisibile, agiato da Serafini, i cui morbidi passi tintinnavano sul soffice pavimento,
«Disgraziato! - esclamai - il tuo Dio per mezzo di questi angeli ti ha inviato il sollievo - il sollievo e il nepente per le tue memorie di Eleonora! Tracanna, oh! tracanna questo dolce nepente, e dimentica la perduta Eleonora!»
Disse il corvo: «Mai più».
- «Profeta - io dissi - creatura del male! - certamente profeta, sii tu uccello o demonio! -
- «Sia che il tentatore l’abbia mandato, sia che la tempesta t’abbia gettato qui a riva, desolato, ma ancora indomito, su questa deserta terra incantata in questa visitata dall’orrore - dimmi, in verità, ti scongiuro
- «Vi è - vi è un balsamo in Galaad? dimmi, dimmi - ti scongiuro. -
Disse il corvo: «Mai più».
- «Profeta! - io dissi - creatura del male! - Certamente profeta, sii tu uccello o demonio!
- «Per questo Cielo che s’incurva su di noi - per questo Dio che tutti e due adoriamo - di’ a quest’anima oppressa dal dolore, se, nel lontano Eden, essa abbraccerà una santa fanciulla, che gli angeli chiamano Eleonora, abbraccerà una rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Eleonora».
Disse il corvo: «Mai più».
- «Sia questa parola il nostro segno d’addio, uccello o demonio!» - io urlai, balzando in piedi. «Ritorna nella tempesta e sulla riva avernale della notte! Non lasciare nessuna piuma nera come una traccia della menzogna che la tua anima ha profferita! Lascia inviolata la mia solitudine! Sgombra il busto sopra la mia porta!
Disse il corvo: «Mai più».
E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza, e i suoi occhi sembrano quelli d’un demonio che sogna; e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento, e la mia, fuori di quest’ombra, che giace ondeggiando sul pavimento non si solleverà mai più!
HO FATTO UN ERRORE
Mi sono alzato fino in cima all’armadio
e ho tirato fuori un paio di mutandine blu
e gliele ho mostrate e le ho
chiesto “sono tue?”
lei ha guardato e ha detto:
“no, appartengono a un cane”
poi se n’è andata e da allora
non l’ho più vista. non è a casa sua.
continuo ad andarci, attacco biglietti
sulla porta. ci torno e i biglietti
sono ancora lì. porto la croce di Malta
tolta dal mio specchio retrovisore, la lego
alla sua maniglia con una stringa, lascio
un libro di poesie,
quando torno la sera dopo
è ancora tutto li
continuo a cercare per le strade quella
corazzata rosso sangue che lei guida
con la batteria debole, e le portiere
che penzolano dai cardini rotti.
guido lungo le strade
a un soffio dal piangere,
vergognandomi di essere cosi sentimentale e
del possibile amore.
un vecchio confuso che guida nella pioggia
chiedendosi dove sia finita la
buona sorte.
A VACANZA DAVVERO FINITA
Sarà strano
sapere infine che non si poteva andare avanti all’infinito,
con quella vocina a ripeterci sempre
nulla cambierà,
e ricordare anche,
perchè allora sarà tutto finito, come stavano
le cose, e come abbiamo buttato via il tempo, come se
non ci fosse nulla da fare,
quando, in un lampo
il clima cambiò, e l’aria lieve si fece
d’una pesantezza insopportabile, il vento straordinariamente
taciturno
e le nostre città cenere,
e sapere pure
ciò che non avevamo mai sospettato, che era qualcosa come
l’estate
al massimo della magnificenza tranne che le notti erano più
calde
e le nubi paravano rilucere,
e perfino allora,
perchè non saremo molto cambiati, chiederci
che ne sarà delle cose, e chi rimarrà a ripetere
tutto daccapo,
e in qualche modo cercare,
ma tuttora incapaci, di sapere cosa davvero
sia andato storto del tutto, o come mai
stiamo morendo.
IL CLUB DI MEZZANOTTE
Gli uomini di grande talento ci dicono da anni che vogliono
essere amati
per quello che sono, che essi, qualsiasi pienezza sia la loro,
nel crepuscolo sono deperibili, proprio come noi. Cosi lavorano
tutta notte
in stanza fredde e intessute di luce lunare;
a volte, di giorno, si appoggiano alle loro auto
e fissano la valle infocata, vitrea e dorata,
ma perlopiù stanno seduti, chini al buio, piedi sul pavimento,
mani sul tavolo, camicie con una macchia di sangue sul cuore.
URLO
Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche,
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa,
hipsters1 dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto2 celeste con la din-amo stellata nel macchinario della notte,
che in miseria e stracci e occhi ínfossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz,
che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated3 e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette4
che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra,
che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio5
che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro,
che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da Laredo6 con una cintura di marijuana per New York,
che mangiavano fuoco7 in alberghi vernice8 o bevevano trementina nello Paradise Alley9, morte, o notte dopo notte si purgatoratizzavano il torso
con sogni, droghe, incubi di risveglio, alcool e uccello e sbronze10 a non finire,
incomparabili strade cieche di nebbia tremante e folgore mentale in balzi verso i poli di Canada & Paterson11, illuminando tutto il mondo immobile del Tempo in mezzo,
solidità Peyota12 di corridoi, albe cimiteri alberi verdi retro cortili, sbronze di vino sopra i tetti, rioni di botteghe in gioiose corse drogate neon balenio di semafori, vibrazioni di sole e luna e alberi nei rombanti crepuscoli invernali di Brooklyn, fracasso di pattumiere e dolce regale luce della mente,
che si incatenavano ai subways13 in corse interminabili dal Battery14 al santo Bronx15 pieni di simpamina finché lo strepito di ruote e bambini li faceva scendere tremanti a bocca pesta e scassati stremati nella mente svuotata di fantasia nella luce desolata dello Zoo16,
che affondavano tutta la notte nella luce sottomarina di Bickford17 fluttuavano fuori e passavano un pomeriggio di birra svanita nel desolato Fugazzi18 ascoltando lo spacco del destino al jukebox all’idrogeno,
che parlavano settanta ore di seguito dal parco alla stanza al bar a Bellevut19 al museo al ponte di Brooklyn,
schiera perduta di conversatoci platonici precipiti dai gradini d’ingresso dalle scale di sicurezza dai davanzali dall’Empire State20 giú dalla luna,
farfugliando strillando vomitando sussurrando fatti e ricordi e aneddoti e sensazioni ottiche e shocks di ospedali e carceri e guerre,
intieri intelletti rigurgitati in un richiamo totale per sette giorni e notti con occhi brillanti, carne da Sinagoga sbattuta per terra,
che svanivano nel nulla Zen New Jersey21 lasciando una scia di ambigue cartoline del Municipio di Atlantic City22,
straziati da sudori Orientali e scricchiolii d’ossa Tangerini e emicranie Cinesi nel rientro dalla streppa in una squallida stanza mobiliata di Newark23,
che giravano e giravano a mezzanotte tra i binari morti chiedendosi dove andare, e andavano, senza lasciare cuori spezzati,
che accendevano sigarette in carri merci carri merci carri merci strepitanti nella neve verso fattorie solitarie nella notte dei nonni,
che studiavano Plotino Poe Sangiovanni della Croce telepatia e cabala del bop24 perché il cosmos vibrava istintivamente ai loro piedi nel Kansas,
che stavano soli per le strade dello Idaho in cerca di visionari angeli indiani che erano visionari angeli indiani,
che credevano di essere soltanto matti quando Baltimore luccicava in un’estasi soprannaturale,
che sobbalzavano in limousine col Cinese dell’Oklahoma sotto l’impulso di inverno mezzanotte luce stradale provincia pioggia,
che indugiavano affamati e soli a Houston25 in cerca di jazz o sesso o minestra, e seguivano il brillante Spagnolo per chiacchierare sull’America e l’Eternità, causa persa, e così si imbarcavano per l’Africa,
che scomparivano nei vulcani del Messico non lasciando che l’ombra dei jeans26 e la lava e ceneri di poesia sparse nella Chicago caminetto27,
che riapparivano sulla West Coast indagando sul F.B.I. barbuti e in calzoncini con grandi occhi pacifisti sexy nella pelle scura distribuendo volantini incomprensibili,
che si bucavano le BRaccia con sigarette protestando contro la nebbia di tabacco narcotico del Capitalismo,
che diffondevano manifesti Supercomunisti in Union Square28 piangendo e spogliandosi mentre le sirene di Los Alamos29 li zittivano col loro grido, e gridavano giú per Wall30 e anche il ferry di Staten Island31 gridava,
che crollavano piangendo in palestre bianche nudi o tremanti davanti al macchinario di altri scheletri,
che mordevano i poliziotti nel collo e strillavano di felicità nelle camionette per non aver commesso altro delitto che la loro intossicazione e pederastia pazza32 tra amici,
che urlavano in ginocchio nel subway e venivano trascinati dal tetto sventolando genitali e manoscritti,
che si lasciavano inculare da motociclisti beati, e strillavano di gioia,
che si scambiavano pompini con quei serafini umani, i marinai, carezze di amore Atlantico e Caribbeo,
che scopavano la mattina la sera in giardini di rose e sull’erba di parchi pubblici e cimiteri spargendo il loro seme liberamente su chiunque venisse,
che gli veniva un singhiozzo interminabile cercando di ridacchiare ma finivano con un singhiozzo dietro un tramezzo dei Bagni Turchi quando l’angelo biondo & nudo veniva a trafiggerli con una spada,
che perdevano i loro ragazzi d’amore per le tre vecchie streghe del fato la strega guercia del dollaro eterosessuale33 la strega guercia che strizza l’occhio dal grembo34 e la strega guercia che sta li piantata sul culo a spezzare i fili d’oro intellettuali del telaio artigianale,
che copulavano estatici e insaziati con una bottiglia di birra un amante un pacchetto di sigarette una candela e cadevano dal letto, e continuavano sul pavimento e giú per il corridoio e finivano svenuti contro il muro con una visione di fica suprema e sperma eludendo l’ultima sbora della coscienza,
che addolcivano le fiche di milioni di ragazze tremanti al tramonto, e avevano gli occhi rossi la mattina ma pronti ad addolcire la fica dell’alba, natiche lampeggianti sotto i granai e nude nel lago,
che andavano a puttane nel Colorado in miriadi di macchine notturne rubate, N.C.35, eroe segreto di queste poesie, mandrillo e Adone di Denver - gioia alla memoria delle sue innumerevoli scopate di ragazze in terreni abbandonati & retrocortili di ristoranti per camionisti36, in poltrone traballanti di vecchi cinema, su cime di montagna in caverne o con cameriere secche in strade familiari sottane solitarie alzate & solipsismi particolarmente segreti nei cessi dei distributori di benzina, & magari nei vicoli intorno a casa,
che dissolvevano37 in grandi cinema luridi, si spostavano in sogno, si svegliavano su una Manhattan improvvisa, e si tiravano su da incubi di cantine ubriachi di Tokay spietato e da orrori di sogni di ferro della Terza Strada38 & inciampavano verso l’Uffício Assistenza,
che camminavano tutta la notte con le scarpe piene di sangue su moli coperti di neve aspettando che una porta sullo East River si aprisse su una stanza piena di vapore caldo e di oppio,
che creavano grandi drammi suicidi in appartamenti a picco sullo Hudson sotto azzurri fasci antiaerei di luce lunare & le loro teste saranno incoronate di alloro nell’oblio,
che mangiavano stufato d’agnello dell’immaginazione o ingoiavano rospi nel fondo fangoso dei fiumi di Bowery39,
che piangevano sulle strade romantiche coi carretti pieni di cipolle e musica scassata40,
che sedevano in casse respirando al buio sotto il ponte, e si alzavano per fare clavicembali nelle loro soffitte,
che tossivano al sesto piano di Harlem41 incoronati di fiamme sotto il cielo tubercolare circondati da teologia in cassette da frutta42,
che scarabocchiavano tutta la notte in un rock and roll su incantesimi da soffitta destinati a diventare nella mattina giallastra strofe di assurdo,
che cuocevano animali marci polmoni cuori code zampe borsht43 & tortillas44 sognando il puro reame vegetale,
che si buttavano sotto furgoni di carne in cerca di un uovo,
che buttavano orologi dal tetto per gettare il loro voto all’Eternità fuori del Tempo, & per un decennio dopo le sveglie cadevano ogni giorno sul loro capo,
che si tagliavano i polsi tre volte di seguito senza seguito, rinunciavano ed erano costretti ad aprire negozi di antiquariato dove credevano di invecchiare e piangevano,
che venivano arsi vivi nei loro innocenti vestiti di flanella sulla Madison Avenue45 tra esplosioni di versi di piombo e il frastuono artificiale dei ferrei reggimenti della moda & gli strilli alla nitroglicerina dei finocchi della pubblicità & l’iprite di sinistri redattori intelligenti, o venivano investiti dai taxi ubriachi della Realtà Assoluta,
che si buttavano dal ponte di Brooklyn questo è successo davvero e se ne andavano sconosciuti e dimenticati tra la foschia spettrale di Chinatown minestra vicoli & autopompe46, neanche una birra gratis,
che cantavano disperati dalle finestre, cadevano dal finestrino del subway, si buttavano nello sporco Passaic47, saltavano su negri, piangevano lungo tutta la strada, ballavano scalzi su bicchieri rotti spaccavano nostalgici dischi Europei di jazz tedesco del ‘3048 finivano il whisky e vomitavano rantolando nel cesso insanguinato, nelle loro orecchie gemiti e l’esplosione di colossali sirene,
che rotolavano giú per le autostrade del passato andando l’un l’altro verso l’hotrod-Golgotha49 di veglia solitudine-prigione o l’incarnazione del jazz di Birmingham50,
che guidavano est-ovest settantadue ore per sapere se io avevo una visione o tu avevi una visione o lui aveva una visione per scoprire l’Eternità,
che andavano a Denver51, che morivano a Denver, che ritornavano a Denver & aspettavano invano, che vegliavano a Denver & meditavano senza compagni a Denver e infine se ne andavano per scoprire il Tempo, & ora Denver ha nostalgia dei suoi eroi,
che cadevano in ginocchio in cattedrali senza speranze pregando per l’un l’altro salvezza e luce e seni, finché l’anima si illuminava i capelli per un attimo,
che si sfondavano il cervello in prigione aspettando criminali impossibili dalla testa bionda e il fascino della realtà nei loro cuori che cantavano dolci blues a Alcatraz52,
che si ritiravano in Messico per conservarsi alla droga, o a Rocky Mount per il tenero Buddha o a Tangeri a ragazzini o alla Southern Pacific53 per la locomotiva nera o a Harvard54 o a Narciso o a Woodlawn55 alle orge56 o la fossa, che chiedevano prove di infermità mentale accusando la radio di ipnotismo & venivano lasciati con la loro pazzia & le loro mani & una giuria incerta,
che al CCNY57 buttavano patate in insalata ai conferenzieri sul Dadaismo58 e poi si presentavano sui gradini di pietra del manicomio con teste rapate e discorsi arlecchineschi di suicidio, chiedendo un’immediata lobotomia59,
e invece venivano sottoposti al vuoto concreto o insulina metrasol elettricità idroterapia psicoterapia terapia educativa ping pong e amnesia60,
che in malinconica protesta rovesciavano un unico simbolico tavolo da ping pong, riposando un poco in catatonia61,
ritornando anni dopo proprio calvi eccetto una parrucca di sangue, e lacrime e dita, al visibile destino da pazzo delle corsie delle città-manicomio dell’Est,
fetidi corridoi di Pilgrim State Rockland e Greystone62, litigando con gli echi dell’anima, rockrollando nella mezzanotte solitudine63-panca dolmen64- reami dell’amore, sogno della vita un incubo, corpi ridotti pietra pesanti come la luna,
con mamma finalmente…65, e l’ultimo libro fantastico scaraventato dalla finestra, e l’ultima porta chiusa alle 4 del mattino e l’ultimo telefono sbattuto in risposta contro il muro e l’ultima stanza ammobiliata svuotata fino all’ultimo pezzo di mobilia mentale, una rosa di carta gialla attorcigliata su una gruccia di fil di ferro nell’armadio, e perfino essa immaginaria, nient’altro che un pezzetto di speranza nell’allucinazione -
ah, Carl, mentre tu non sei al sicuro io non sono al sicuro, e ora sei davvero nel totale brodo animale66 del tempo -
e che dunque correvano per le strade gelate ossessionati da un lampo improvviso dell’alchimia dell’uso dell’ellisse il catalogo il metro & i piani vibranti,
che sognavano e facevano abissi incarnati nel Tempo & lo Spazio mediante immagini contrapposte, e intrappolavano l’arcangelo dell’anima tra 2 immagini visive e univano i verbi elementari e sistemavano insieme il sostantivo e il trattino della coscienza sobbalzando alla sensazione del Pater Omnipotens Aeterni Deus per ricreare la sintassi e la misura della povera prosa umana e fermarvici di fronte muti e intelligenti e tremanti di vergogna, ripudiati ma con anima confessa per conformarsi al ritmo del pensiero nella sua testa nuda e infinita,
il pazzo vagabondo e angelo battuto67 nel Tempo, sconosciuto, ma dicendo qui ciò che si potrebbe lasciar da dire nel tempo dopo la morte,
e si alzavano reincarnati nei vestiti spettrali del jazz all’ombra tromba d’oro della banda e suonavano la sofferenza per amore della nuda mente d’America in un urlo di sassofono elai elai lamma lamma sabacthani che faceva tremare le città fino all’ultima radio
col cuore assoluto della poesia della vita macellato dai loro corpi buono da mangiare per mille anni. [...]
“Alzi ora in questo istante
la mano sinistra,
chi pensa che sarebbe un mondo migliore
se non esistessero i soldi.
Alzi ora in questo istante
la mano destra,
chi pensa che sarebbe un mondo migliore
se qualcuno non cercasse sempre di fregarti.
Fermi cosi.
Questa è una rapina.”
XENIA II - 5
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche cosi è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perchè con quattr’occhi forse se vede di più.
Con te le ho scese perchè sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
PER ESSERE UN GRANDE SCRITTORE
Ti devi fottere un gran numero di donne
belle donne
e scrivere qualche decente poesia d’amore.
e non preoccuparti per gli anni
e/o per i nuovi talenti.
bevi solo più birra
ancora e ancora birra
e và alle corse almeno una volta alla
settimana
e vinci
se puoi.
imparare a vincere è duro -
qualsiasi fesso può essere un buon perdente.
e non dimenticare il tuo Brahms
e il tuo Bach e la tua
birra.
non fare troppa pratica.
dormi fino a mezzogiorno.
evita le carte di credito
e di pagare alcunchè per
tempo.
ricorda che in questo mondo non c’è
un culo che valga più di 50 dollari
(nel 1977).
e se hai la capacità di amare
ama innanzitutto te stesso
ma sii sempre cosciente della possibilità di una
sconfitta totale
che la ragione di quella sconfitta
ti sembri giusta o sbagliata -
un prematuro assaggio di morte non è necessariamente
una brutta cosa.
stai lontano da chiese bar e musei,
e come il ragno sii
paziente -
il tempo è la croce d’ognuno
oltre
all’esilio
alla sconfitta
al tradimento
a tutto quel ciarpame.
stai con la birra.
la birra è sangue continuo.
un’amante continua.
procurati una grossa macchina per scrivere
e mentre i passi vanno avanti e indietro
fuori dalla tua finestra
picchia quella cosa
picchiala duro
fanne un combattimento da peso massimo
fanne il toro quando carica la prima volta
e ricordati dei vecchi cani
che hanno combattuto bene:
Hemingway, Cèline, Dostoevskij, Hamsun.
se pensi che non siano diventati matti
nelle loro stanzette
proprio come sta succedendo a te adesso
senza donne
senza cibo
senza speranza
allora non sei pronto.
bevi altra birra.
c’è tempo.
e se non ce n’è
va bene
lo stesso.
Si è riempito di luci
il mio cuore di seta,
di campane perdute,
di gigli e di api,
e me ne andrò lontano,
oltre le montagne;
al di là dei mari,
vicino alle stelle,
per chiedere al Signore
che mi restituisca
la mia vecchia anima di bambino,
piena di leggende,
col cappello piumato
e la sciabola di legno.
LO STEDDAZZU
L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.
A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto?
Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, da quella Roma del “volemose bene e annamo avanti”, da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei “Sali e Tabacchi”, degli “Erbaggi e Frutta”, quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle…
Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma degli uffici postali e dell’anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione…
Me ne andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle, degli ex-voto, della Circolare Destra, della Circolare Sinistra, del Vaticano, delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti…
Me ne andavo da quella Roma degli attici con la vista, la Roma di piazza Bologna, dei Parioli, di via Veneto, di via Gregoriana, quella dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale, quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno, quella di notte, quella dell’orchestrina a piazza Esedra, la Roma fascista di Piacentini…
Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Romacaput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell’Altare della Patria, dell’Università di Roma, quella Roma sempre con il sole – estate e inverno – quella Roma che è meglio di Milano…
Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai: quella Roma dei Gucci, dei Ianetti, dei Ventrella, dei Bulgari, dei Schostal, delle Sorelle Adamoli, di Carmignani, di Avenia, quella Roma dove non c’è lavoro, dove non c’è una lira, quella Roma del “core de Roma”…
Me ne andavo da quella Roma del Monte di Pietà, della Banca Commerciale Italiana, di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei “che c’hai una sigaretta?”, “imprestami cento lire”, quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, Me ne andavo da quella Roma dimmerda! Mamma Roma: Addio!
…e poi ce so’ tornato!
CALDA LUCE
da solo
stanotte
in questa casa,
solo con
6 gatti
che mi dicono
senza
fatica
tutto quello che
c’è
da sapere.
QUANDO FA BUIO
Ci sono notti in cui non dormi.
logicamente
avere 3 o 4 gatti sul letto
non aiuta.
a mia moglie piace portarli su
dal piano di sotto
ma
non sono sempre i gatti, è
quasi niente,
per dire,
mettermi a ricomporre a mente i sistemi
delle corse, o è una fredda notte di luna, la schiena
che prude, il
pensiero della morte lì
fuori
dietro le persiane
oppure
mettermi a pensare cose carine su mia
moglie, è cosi piccola lì
sotto la coperta, una piccola
cosa, tutto qui
(morte, prendimi per primo, per favore,
questa signora ha bisogno di un breve periodo di
tregua
senza di me).
poi una sirena di una nave fischia dal
porto.
alzo la testa, stirandomi
il collo tozzo, guardo
l’orologio:
le 3:36
questo trucco funziona sempre: guardare
l’orologio.
alle 3:45 già dormo, proprio
come i gatti, proprio come mia
moglie.
le persiane ci chiudono
tutti dentro.
IL MONDO DELLO SPETTACOLO
Io non posso farcela
e tu non puoi farcela
e noi non
ce la faremo
e dunque non investirci sopra
e non ci pensare
nemmeno
limitati ad alzarti dal letto
ogni mattina
lavati
fatti
la barba
vestiti
e vai là
dentro
perchè
al di fuori di quello
tutto ciò che rimane è
suicidio e
follia
e dunque
non puoi proprio
aspettarti troppo
non puoi nemmeno
aspettare qualcosa
e la cosa da fare
è
partire da una base
minima
modesta
tipo quando
esci di casa
essere contento che la tua macchina
probabilmente
è ancora lì
e se c'è -
che le gomme
non sono
a terra
poi entri
dentro
e se lei
parte - tu
parti.
e
questo è il più maledetto
film
che hai mai
visto
perchè
ci sei dentro
tu -
a basso costo
e
con 4 miliardi
di critici
e la più lunga
tenuta in sala
in cui
puoi mai sperare
è
un solo
giorno.
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto
Più bello il fiore cui la pioggia estiva
lascia una stilla dove il sol si frange;
più bello il bacio che d'un raggio avviva
occhio che piange;
