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“Ma perchè collocano Shakespeare tanto in basso, in compagnia di semplici e sconosciuti calzolai, veterinari e arrotini?”
“Effetto della giustizia divina. In terra non hanno avuto la ricompensa adeguata ai loro meriti, ma qui occupano la posizione che loro compete. Billings, il sarto del Tennesse scrisse poesie che Omero e Shakespeare non avrebbero potuto nemmeno lontanamente uguagliare, ma nessuno volle pubblicarle, nessuno le lesse salvo i suoi vicini di casa, gente ignorante, che ne risero.
Ogni volta che nel suo villaggio c’erano simposi e divertimenti, Billings era trascinato nella folla e incoronato di foglie di cavolo, mentre tutti gli facevano, per schernirlo, grandi inchini.
Una notte che Billings era malato e quasi morto di fame, lo trascinarono fuori di casa e dopo averlo incoronato lo portarono in trionfo per il villaggio, seguito da tutto il paese che urlava e percuoteva padelle. Morì prima dell’alba. Egli non pensava neppure di salire in cielo, nè che l’attendessero grandi onori. Fu molto sorpreso, ricordo, delle accoglienze ricevute”

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[O.L.] Una satira sul paradiso che migliora con il trascorrere delle pagine fino al gran finale in cui si legge una lettera di un angelo ad un uomo che pregando ha chiesto di esaudire qualche proprio desiderio. Dissacrante verso l’ideologia cristiana ma con toni leggeri da favola.

Il pianista del “My Way” è un giamaicano, si chiama Ozzie ed è l’unico pianista sonnambulo che conosca. Lavora di notte da quarant’anni ma non ha mai invertito il bioritmo. La mattina si sveglia alle sette, di notte quando deve lavorare crepa di sonno. Suona la prima canzone e poi si addormenta e suona in trance, basta che qualcuno gli sussurri all’orecchio il titolo di un’altra canzone e va avanti. E’ come un Juke-box.

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[O.L.] Avevo deciso di non leggere mai più Benni dopo BAR SPORT. Ricordo che mi era piaciuto SALTATEMPO, non un granchè LA COMPAGNIA DEI CELESTINi ma BARSPORT proprio non l’avevo sopportato. E invece mi regalano BAOL. Non male a dir la verità ma continuo a non sopportare la ricerca continua della battuta comica, inoltre, sarò un classicone, ma faccio davvero fatica a seguire la trama.

Gli occhi degli esseri viventi possiedono la più straordinaria delle proprietà: lo sguardo. Nulla è più eccezionale dello sguardo. Quando parliamo delle orecchie delle creature non diciamo che hanno un “ascoltardo”, oppure, delle loro narici, che hanno un “sentardo” o un “annusardo”.
Cos’è lo sguardo? E’ qualcosa di inesprimibile. Nessuna parola esprime, neanche lontanamente, la sua strana essenza.
Eppure lo sguardo esiste. Poche sono le realtà che hanno un tale livello di esistenza.
Che differenza c’è fra occhi che possiedono uno sguardo e occhi che ne sono sprovvisti? Questa differenza ha un nome: si chiama vita. La vita inizia laddove inizia lo sguardo.

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[O.L.] Grazie E. per questo regalo. Una lettura veloce e divertente. La Nothomb viene osannata (forse è un pò sopravvalutata) per la sua capacità di far sorridere e di creare situazioni fantasiose attraverso cui rileggere la quotidianeità che conosciamo. E questo è sicuramente il grande pregio. La scrittura è semplice e si fa leggere in un sol boccone. Una lettura estiva godibile, senza accezioni negative.

“Il fatto è”, si sentì dire, “che la vita non è mai la somma delle cose che otteniamo. C’è sempre qualcos’altro che cambia il risultato. Che ci fa essere (chissà come, chissà perchè) felici o infelici”.
Sabrina, intenta a ritoccarsi il profilo delle labbra, rimase con la matita tra le dita e la bocca spalancata. Nel guardarlo, prima le cadde la matita e dopo la mascella.
“Matò!, Tonì, filosofo sei!”
Vergognoso (in entrambi i sensi, chè il suo pudore era un’ignobile manfrina), lo Storduto dondolò il capoccione. Per sottrarsi allo sguardo di Sabrina non sapeva più dove appoggiare il suo: il mistero femminino, in quel momento, gli pareva in cielo, in terra e in ogni luogo.
“Che filosofo, Sabrì?! La terza elementare, tengo.”

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[O.L.] D’amicis sa scrivere. Bene. Ma questo romanzo non mi è piaciuto. Non mi ha coinvolto particolarmente lo scenario e i personaggi. Lo stile e il ritmo rendono faticoso lo svolgersi della storia. Spessissimo perdevo il filo, sarò particolarmente distratto in questo periodo?, probabile ma d’altro canto il libro non è mai riuscito a rapirmi. Peccato.

Pensare vuol dire Turbare.

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Stanotte, ne sono certo, ho trovato la definizione di libertà. Quanto ad averla tenuta a mente, è un altro paio di maniche.

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La volgarità, specialmente in una donna, è un eccesso di amabilità - è oltrepassare ogni limite nel desiderio di essere piacevole, gentile. La volgarità? il calore innestato sulla stupidità.

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Nella vita la cosa più terribile è “non cercare più”

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Si può amare chiunque, tranne il proprio vicino
(A rigore si può amare il prossimo, ma non il vicino)

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Mi sento più disarmato davanti a un notaio che davanti a un aguzzino.

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Sarò giudicato per ciò che ho scritto, e non per ciò che ho letto. Verità lapalissiana che perdo troppo spesso di vista. Mi attribuisco qualche merito a ogni libro che divoro.

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[O.L.] pagina 550. Metà.

Dove mai, infatti, sulla lista delle mete che si era posta nella vita, si faceva menzione del suo essere responsabile dell’esistenza terrena di una persona di nome Omar?
Ignorando sua madre, scrisse: “Non domandare, a noi non è dato sapere…”
Si fermò, mordicchiando la matita; poi concluse il pensiero con un brivido di soddisfazione: “… che cosa il destino abbia in serbo per me, che cosa per te…”

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[O.L.] Non mi soffermo mai a leggere le citazioni dei lettori celebri che le case editrici imprimono sull’ultima di copertina di ogni libro. Di solito sono pure e semplici scelte pubblicitarie. Però stavolta, riprendo quanto detto da Margherita Oggero: “I racconti contenuti in Nemico, amico, amante… sono tutti bellissimi, e Quello che si ricorda è, a mio parere, il più bello dei bellissimi.”

La cosa più straziante è sempre la normalità, il costatare ancora una volta che la realtà della morte schiaccia ogni cosa.
In pochi minuti tutti erano andati via. Avevano voltato le spalle, stanchi e lacrimosi, all’attività meno gradita dalla specie, e lui rimase indietro.
Naturalmente, come quando muore qualcuno, anche se molti erano addolorati, altri rimasero impassibili o provarono un senso di sollievo o, per ragioni buone o cattive, erano sinceramente contenti.

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[O.L.] Breve ma intenso, anzi, troppo intenso per non essere breve. In poche pagina.. la vita di “ogni uomo”. Il protagonista è un uomo qualunque, una vita tra i soliti condivisi desideri, dubbi e paure. C’è tutto ed è raccontato da Dio. Questo romanzo è già un classico per quanto mi riguarda. Stupendo l’epilogo con il racconto minuzioso di un becchino che spiega il suo quotidiano lavoro.

Se la realtà è “ciò che vediamo con i nostri occhi”, è stato con i nostri occhi che abbiamo visto Cogne in televisione ed è grazie ai nostri occhi che la parola Cogne è diventata rimando automatico a un universo tragico e sanguinolento, ma è sempre con i nostri occhi che oggi, passeggiando per le strade di Cogne protetti dai nostri cappotti invernali, guardiamo il paese, le sue strade pulite,le vetrine curatissime dei negozi di grastonomia locale, le esposizioni di articoli per la montagna, gli alberghi semivuoti o addirittura chiusi con le facciate in stile baita, i SUV che sfilano sporadicamente su via Grappein, i paesani che s’incontrano e chiacchierano nei bar, i due giornalai (un uomo e una donna) tutti e due sovrappeso e in abiti death metal.
Quale Cogne allora?

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[O.L.] Bellissima l’idea meno il risultato. Viaggiare per i luoghi italiani più inflazionati dai media (sanremo, cogne, la puglia di Padre Pio…) è un’ottimo spunto. Sopratutto l’idea di rintracciare il vero “mulino bianco” diventato icona delle merendine è ottima, peccato che gli autori sono stati molto neutri nel loro racconto, forse invece che due giornalisti ci sarebbero voluti due studiosi di comunicazione, di antropologia, di che ne so, mi sono mancate le osservazioni in profondità, è tutto molto superficiale e poco divertente. Si parla molto della spettacolarizzazione e della trafigurazione della realtà prodotta dalla tv in modo molto poco spettacolare e appetibile, insomma, mi sono annoiato. Con questo non voglio togliere nulla al lavoro dei due giornalisti sicuramente apprezzabile, una notevole intuizione, ma forse l’analisi e le conclusioni dovevano essere esplicitate in modo diverso.

Come si può difendere un paese che ha massacrato l’intera razza dei nativi americani, una civiltà maestosa che ha brevettato i mocassini e che controllava i fenomeni atmosferici grazie a una forma primitiva e senza fili di breakdance? Perchè, in quanto popolo, avremmo dovuto esaltarci per aver eliminato il calumet della pace in nome della pipa di crack? un paese la cui bandiera affamata di pubblicità è un profilattico contro la compassione versol il prossimo, ed equivale a un pene termoguidato (Dio) che spande il suo seme ignorante di disprezzo e presunzione sopra ogni faccia in difficoltà che si trova davanti. Un paese i cui servizi segreti hanno complottato per assassinare l’uomo che con i suoi discorsi più lo ispirava, Martin Luther King. Un paese che avanza per tutto il pianeta con la forza di un rullo compressore, come una pallina da golf obesa, contaminando innocenti popolazioni indigene con il suo Virus Bianco a base di tecnologia, incoronando nel contempo dittatori sanguinari come massimi dirigenti della cosidetta nuova economia globale. Un paese in cui le donne vengono prese e rinchiuse in una cella (la cucina) e tenute prigioniere dai lacci di un grembiule, ammanettate a forza di mestoli e spatole per le torte, e in cui sul piano della dignità umana una vagina relega chi la possiede al ruolo di bollino in una raccolta punti. Perchè L’elite di potere  americana non riconosce che una persona in grado di versare latte dai propri capezzoli è nettamente superiore a una che non ne è capace? Una presidente donna sarebbe in grado di nutrire i figli affamati dell’America grazie ai suoi capezzoli. E come si inserisce la parola Amore in tutto questo?

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[O.L.] Ero scettico, sia perchè non mi piaciono molto le raccolte di autori diversi, sia perchè non mi fido troppo di Dave Eggers (il curatore) per fortuna però è una buona raccolta. Più si legge, più il livello dei racconti sale. Alcuni sono davvero ottimi, come gli ultimi due: “L’uomo venuto da fuori città di Sheila Heti” e “Si prega di non disturbare” di A.M. Homes.
Ce ne sono di tutti tipi e ho scoperto di non sopportare i racconti biografici di personaggi mai esistiti, li trovo di una banalità sconcertante e noiosi. Mi è rimasta impressa l’idea di “Civiltà” di Ryan Boudinot, in cui i figli devono uccidere i genitori perchè richiesto dalle leggi sul controllo demografico in una America futuristica ma non troppo. L’unica vera delusione è il racconto di Lethem, forse era troppo alta l’aspettativa ma è talmente folle da non riuscire a seguirne lo svolgimento, però vi lascio con la sua chiosa: “Ridete col viso! Piangete nel cuore!”

Tanto tempo fa, quando ero ancora giovane e questi ricordi erano molto piu freschi, ho tentato diverse volte di scrivere di lei.
Ma allora non sono riuscito a finire neanche un rigo. Sapevo bene che se fossi riuscito a scrivere almeno quel rigo iniziale, poi tutto il resto sarebbe venuto da solo, ma non c’era niente da fare: quel rigo non veniva proprio. Era tutto talmente chiaro che non sapevo da dove cominciare. Era come avere una mappa dettagliata, ma cosi dettagliata da diventare inservibile. Ma adesso capisco. Capisco che in fondo a poter riempire quel contenitore imperfetto che è la scrittura, sono solo ricordi e pensieri altrettanto imperfetti. E poi, più i ricordi di Naoko sbiadiscono dentro di me, più sento di capirla. Oggi capisco anche la ragione per cui mi pregò di non dimenticarmi di lei. Naturalmente lo sapeva benissimo. Sapeva che prima o poi in me il suo ricordo avrebbe cominciato a sbiadire. Ed è per questo che mi aveva pregato: “Non ti dimenticare mai di me. Ricordati sempre che sono esistita.”
Ma a pensarci provo una pena terribile per lei. Perchè Naoko non mi amava nemmeno.

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[O.L.] Finito di leggere l’ultima pagina in una camera d’albergo. Da solo. Forse dovrei metabolizzarlo maggiormente dopo una full immersion di cento pagine ma la voglia di scrivere è troppa. In un certo senso la voglia di ringraziare Murakami per aver scritto alcune tra le pagine più poetiche che mi sia capitato di leggere. Murakami racconta l’innamoramento facendo innamorare il lettore delle ragazze del libro, donne complesse e strambe perchè la vita è complessa e stramba. L’innamoramento e la morte, altra presenza puntuale e schiva che toglie ma non interrompe il flusso della narrazione. La morte appare sempre inevitabile tra queste pagine. Innamoramento e morte legate dal ricordo, quella sostanza di cui siamo fatti tutti noi. Insomma i temi fondamentali come dicono alcuni, ma trattati con tanta poesia e calma, un lungo racconto a lume di candela. Rimane un sapore lieve nella stanza a chiusura del libro, spero domani mattina di riuscire a portarmene via un pò da questo anonimo hotel.

La strada e l’alba si
abbracciavano

Lui mi disse: “guarda che spettacolo”
ma io pensavo solo a rimanere
sveglio
Lui disse ancora
abbassando poco il finestrino
“guarda che spettacolo”
Allora gli risposi
“si, me lo ricorderò”
ma non sarebbe stato vero
in quel momento avevo solo
paura
di non riuscire a portare a casa
la macchina
e il mio romantico passeggero
sbronzo

Poi non parlò più
anche la macchina
spense il proprio rombo
e io
spensi il mio
quello che ricordo
è il caldo
e la felicità
arrivare
come poche altre volte
nella vita.
Ma quel bastardo
mi tirò un pugno
proprio sull’orecchio
e ringhiò: “cazzo fai, dormi?”

Lo fissai bene bene
mi sembrò uno sconosciuto
guardai la strada
e l’alba
non si abbracciavano più
come prima
tornò anche il rombo della macchina
qualche istante
ancora
e avrei aperto la porta di
casa

PER TESS

Giù nello Stretto le onde schiumano
come dicono qui. Il mare è mosso e meno male
che non sono uscito. Sono contento d’aver pescato
tutto il giorno a Morse Creek, trascinando avanti
e indietro un Daredevil rosso. Non ho preso niente.
Neanche un morso. Ma mi sta bene così. È stato bello!
Avevo con me il temperino di tuo padre e sono stato seguito
per un po’ da una cagnetta che i padroni chiamavano Dixie.
A volte mi sentivo così felice che dovevo smettere
di pescare. A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda
e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l’acqua
e il vento che fischiava sulla cima degli alberi, lo stesso vento
che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso.
Per un po’ mi son concesso il lusso di immaginare che ero morto
e mi stava bene anche quello, almeno per un paio
di minuti, finché non me ne sono ben reso conto: Morto.
Mentre me ne stavo lí sdraiato a occhi chiusi,
dopo essermi immaginato come sarebbe stato
se non avessi davvero potuto più rialzarmi, ho pensato a te.
Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito
e son ritornato a esser contento.
È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.

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[O.L.] Carver mi piace moltissimo come uomo-scrittore, meno la sua produzione letteraria. Diciamo che teoricamente è uno dei miei preferiti poi praticamente… non riesco a leggere i suoi racconti, se non uno ogni tanto, non conoscevo il Carver poeta e questa poesia la trovo bellissima. In sintesi il libro è la “sua teoria” quindi mi piace davvero tanto. Carver come insegnante è uno di quelli che non si dimenticano e anche gli esercizi sul fondo del libro, se si avesse la pazienza, il tempo e la voglia di farli credo che darebbero molti input positivi. Grazie B per il regalo.

CITAZIONE

adesso
è una vecchia
ancora assai bella
che ha conosciuto
molti uomini
celebri.

sediamo in un caffè messicano
e mi dice:
“Hemingway era
sbalorditivo, se ne stava lì
e su due piedi faceva certe osservazioni,
una dopo l’altra, parole
straordinariamente vere…”

bello.
ma non ho niente da dire,
io.

no, ce l’ho.
le dico: “la salsa rossa
nella ciotoletta
è molto piccante per cui
non usarla a meno che
quel genere di roba
ti piaccia”.

- parole simili non
creano una leggenda
ma per i comuni mortali
hanno anch’esse
un valore
piuttosto
robusto.

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[O.L.] Avevo davvero bisogno di nuove poesie di Buk, sono uscito per cercale e ho trovato questa raccolta che fa davvero al caso mio. Una raccolta non certo fondamentale ma ho paura che quelle fondamentali le ho esaurite: Bukowski il miglior poeta contemporaneo?

Ho passato tutta la mia infanzia a temere la morte dei miei genitori…
A partire dal famoso “prima o poi tutti moriamo” che un qualche zio mi buttò lì senza troppe precauzioni, quella era diventata per me una vera e propria ossessione.
Mia madre non tornava dal supermercato? incidente d’auto!
Mio padre tornava tardi dal cantiere? incidente sul lavoro!
Ho avuto il tempo di abituarmi alla loro morte…
Oggi che “questa cosa” si avvicina a passi da gigante capisco meglio quello che prima riuscivo solo a intravedere…
capisco che la loro morte non sarà la mia, il che evidentemente non toglierà nulla all’inevitabile orrore della cosa, ma almeno non sbaglierò lutto… è il minimo che devo loro.

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[O.L.] Un fumetto dai contenuti alti. Capisco l’enorme successo che ha avuto in Francia, è difficile trovare delle strisce cosi intense e profonde, seppur i disegni sono molto cartoon i dialoghi sono impregnati di malinconia. Il tema è la difficoltà quotidiana che tutti condividiamo. Alla fine della lettura si ha già la nostalgia dei personaggi appena conosciuti, alterego di noi stessi.

Una lettera sul fondo del cassetto
dice che sono capace di amare
quello che ho perso col tempo
è l’inchiostro, è la carta, è il coraggio

cosa ritrovi di tutto l’amore ceduto
in un giorno come questo
lontano e caldo da morire?
forse non una grande ricchezza
forse è solo un sollievo momentaneo
utile a colmare il pensiero
di immagini sfocate

forse
è un sorriso orgoglioso di autostima
perchè quella ragazza era bellissima
era un traguardo impensabile
e ora mi posso vantare di averla stretta
di averci camminato a fianco
mano nella mano
e non importa se non so nuotare
se non so l’inglese, se non la so difendere
mano nella mano
siamo andati ovunque.

La notte prima dell’incontro di Rio Petro, nonostante Olga gli dormisse accanto, la solitudine gli ronzava nelle orecchie come una marea, il rombo ostinato e prigioniero di una conciglia. Lo stesso rumore che doveva avvertire anche Aljechin a Parigi o dovunque fosse. Non riusciva a dormire, ma non soltanto per il vino bevuto. Gli era tornata in mente una domanda che si erano fatti una sera, per gioco, a Pietroburgo. Cosa sogna un pedone?, gli aveva chiesto il russo, e allora era parsa a entrambi una questione divertente. Adesso, a tanti anni di distanza, la faccenda gli suonava piu misteriosa e ostile. E per poco, in questa camera arredata con umiltà, ebbe l’impressione di aver capito. Cambiare natura. Raggiungere l’ottava traversa. Non rassegnarsi all’infelicità del proprio stato. La chiave di tutto era nell’ansia di una metamorfosi, nel sogno dei pedoni di diventare regine.

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[O.L.] Mi piace molto come scrive Stassi, davvero ammiro la sua semplicità. Però il romanzo non mi ha entusiasmato, la struttura narrativa si intreccia troppo, passato e presente a volte si mescolano fin troppo e mettici la mia scarsa capacità di concentrazione e mettici la primavera… mi prometto di leggere qualcos’altro di Fabio Stassi.

Ricordo chiaramente il colore del cielo di quella sera, perché cosi viola, non l’ho mai più rivisto. Non so se le luci natalizie di Milano rendevano l’effetto ottico ancora piu suggestivo ma sta di fatto che sotto quel cielo aspettavo Lana, tra l’andirivieni di donne incappottate e un perpetuo strusciare di borse e tacchi. Lei arrivò con l’abituale ritardo portandosi dietro una leggera pioggia che gli inumidiva i capelli ricci. Avvolta in uno scialle rosso avanzava a testa bassa con la borsa e le scarpe impeccabilmente in tinta.

“Ciao Lana” dissi restando immobile. Avrei voluto baciarla ma non sapevo esattamente cosa fare, quindi rimasi ad un passo di distanza.

“Ciao Nick, come stai?” disse lei, contrariamente senza lasciare l’impressione del dubbio sul da farsi. Prese a camminare fino all’interno di un locale vicino, che prima non avevo nemmeno notato.

Le andai dietro rispondendo a bassa voce: “male, grazie”.

Ricordo che il locale era anonimo, cosi nel profondo che non me lo sarei mai ricordato in altre circostanze. Ci sedemmo al tavolo più lontano dall’ingresso con movimenti essenziali e senza guardarci mai negli occhi. Chiunque ci avesse visto avrebbe scommesso che non ci conoscevamo neppure, invece neanche un paio di settimane prima avevamo fatto l’amore con grande passione.

“allora come stai?” mi richiese Lana dopo aver ordinato un thè ad un cameriere di passaggio.

“come sempre: male” le risposi ancora, questa volta ad alta voce, ma neanche questa volta sembrò interessata alle mie parole.

Il cameriere portò il thè caldo in tempo record, a me nulla perché non si era preoccupato di chiedermi cosa desiderassi. Lo guardai senza curiosità e le chiesi una sambuca. Già da allora non facevo più caso ad avere lo stomaco pieno per bere come si deve.

Dopo altri secondi lenti di silenzio Finalmente la freddezza di Lana si sciolse in un movimento nervoso della mano destra all’interno della borsa in tinta. Si mise a cercare qualcosa spazientita. Ancora non mi aveva guardato in faccia. Passò qualche minuto perché proprio non trovava l’oggetto del desiderio e notai il nervosismo crescergli tra le labbra tremanti. “Guardami Lana” pensavo, “Guardami e sarà tutto più semplice”.

Ma non mi guardò, neppure quando la ricerca si concluse ed estrasse dalla borsa un quadrato di plastica grigia. Capii dopo un attimo che era un preservativo.

Non mi guardò nemmeno quando lo lanciò sul tavolo e con voce strozzata disse: “tienilo sempre con te, cosi eviterai di fare altri danni”

A questo punto, ogni volta mentre lo racconto, il ricordo si complica, anzi si moltiplica. La mente era una vertigine di immagini scollegate incapaci di diventar parola.  Ogni mia cellula era immobile a quel tavolo anonimo nel tentativo di trovare un significato profondo nelle parole che apparentemente non mi riguardavano ma che rimanevano a mezz’aria attorno a me. Non le volevo quelle parole. Non facevano parte del mio disegno mentale di quel incontro. Non ricordo quindi esattamente cosa feci e neppure quanto tempo passai ipnotizzato, annaspando nel tentativo di venire a galla di un mare oscuro e terribile.

Ma Lana non si fermò davanti alla mia eclatante sconfitta dei sensi. Si alzò spostando la sedia rumorosamente, per introdurre l’atto finale. In quel momento mi guardò negli occhi. Finalmente? I suoi lucidi e vivi, i miei opachi e lontani. Mi disse: “ti odio, ma questo lo sai già” e andò via senza rumore di tacchi, senza esitazione, per sempre lontano da me.

Rimasi solo come mai prima di quel momento. E finalmente tornai a funzionare.

Era incinta… la mia Lana.

 

Era incinta e pochi giorni prima l’avevo lasciata. Per una diciottenne conosciuta per caso, che ora mi appariva come uno scherzo del destino che non ho saputo leggere. Sono sempre stato Incapace di prendere una decisione sana, e questa era l’ennesima caduta in basso.

Ovviamente non c’entrava la diciottenne, il suo fisico o quello che rappresentava per un trentaduenne sognatore impaurito come me. Ogni causa delle mie azioni le portavo dentro e le conoscevo e le annunciai tra me e me, seduto a quel tavolo di quel locale anonimo.

Ricordo bene che nella mia mente prese forma la coscienza e mi svegliò come uno schiaffo improvviso: aspetto un bambino e l’ho già abbandonato. Avrei voluto alzarmi e urlare: Lana non è colpa tua! sono io quello sbagliato! Ero quasi felice con te, quasi, ma quel quasi bastò a terrorizzarmi. La felicità è una condizione insopportabile! L’ho dovuto fare.

Ma senza dir niente, pagando a testa bassa il conto, presi il marciapiede ormai bagnato e scappai da quel locale anonimo e dalla vita.

 

mille pagine
mille gocce d’acqua che risuonano nel buio
in una sola stanza silente, la mia.
In cui il tempo scorre in una sola direzione
mentre osservo, leggo e respiro
perchè devo farlo.
E’ la mia maledizione?
E’ la mia consolazione?

La gente non vuole sentirsi dire cosa si prova veramente a essere innamorati, perché è una sensazione che fa schifo. E’ come un diamante: visto dall’esterno sembra bellissimo, ma dentro è duro, spigoloso, tagliente. Amare davvero una persona non va mai confuso con il divertimento. Amare una persona è altrettanto doloroso e deludente che arrivare a conoscere se stessi.

 

Info sul libro

 

[O.L.] Ho letto “mercoledi delle ceneri” in un paio di settimane. La lettura è scorrevole, e questo è il pregio. L’ho letto e l’ho posizionato sullo scaffale senza batter ciglio, con lo stesso spirito di quando finisco una lavatrice. E questo è male. Spesso ho pensato durante la lettura che se Ethan Hawke non fosse un attore famoso questo libro non sarebbe mai stato pubblicato. La storia è inesistente, ma questo non è un problema, a me solitamente piacciono le non-storie, quelle scritture fumose su sentimenti e pensieri e sogni e incubi  in cui non succede niente. Ma non mi piacciono le storie scritte come sceneggiature. Quando, mentre leggo, penso alla scena di un film mi si spegne la magia. E questo libro è farcito da scene di film o per film, e anche il linguaggio è hollywoodiano e la cadenza delle scene e dei “colpi di scena”, per non parlare dei caratteri dei personaggi. Insomma, una delusione.

Ho fatto un sogno cattivo.

Ripetevo da bambino questa frase infilandomi nel letto di mia madre. E lo ripeto ancora oggi rivoltando coperte e cuscini. A letto. Da solo.

 

Il cielo è ancora nero ma è già ora di uscire. Mi vesto lentamente mentre l’aroma di caffè riempie la piccola stanza. Con la tazza calda in mano attraverso la cucina ricolmo di pensieri; mi siedo in poltrona e cerco di incorporare più calore possibile perchè fuori è ancora inverno. Me lo dice la neve e il silenzio.

Prendo il cappotto marrone ormai logoro e penso di doverlo buttare ma le abitudini spesso mi comandano; faccio mente locale delle cose che mi servono mentre controllo le tasche di pantaloni e camicia. Un ultimo sguardo al tavolo in cucina e mi rendo conto di non aver mangiato il pancake che mi appare sul tavolo come una dimenticanza di cui mi pentirò. Esco.

Con il primo passo mi immergo nel freddo gennaio, il gelo sulla pelle è uno schiaffo che mi sveglia definitivamente. La casetta di legno sul viale è vuota, una catena è a terra simile alla pelle di un serpente. Lucky non c’è più da tanto tempo. Non ricordo neppure da quanto. Ma l’istinto ogni volta mi fa torcere il viso in cerca del suo scodinzolare e un tuffo al cuore rompe l’illusoria speranza. Miro la strada: Duecento passi e sarò alla fermata dell’autobus.

 

Ho fatto un sogno cattivo e Lucky non c’è. La mattina tarda ad arrivare. I passi sono faticosi stretti nella pesante consapevolezza. Anche il movimento più naturale, a volte è difficile da compiere, pure respirare. Dal ciglio della strada sterrata, tra gli alberi, mi accompagnano fruscii di vita e occhi curiosi. Il bosco si sveglia con me, con il suo Re. Anche in inverno, dove i molti sono rintanati a riposare per mesi, qualcosa viene a me. Lo percepisco nell’aria e nella terra che calpesto e mi trattiene per qualche istante. Lo sento nel cielo che ingoio. Nell’odore umido. Nella mia e solo mia indescrivibile speranza. Ma tutto ciò non mi basta perché ogni mattina sono costretto a lasciare il bosco per andare in città, dove farneticante e spaesato devo compiere il quotidiano imbroglio. Centoventi passi e sarò alla fermata dell’autobus.

 

Oggi mi sento diverso. Sarà il sogno. Il cattivo sogno. Sarà la mancanza di Lucky che aumenta irrefrenabilmente ma penso che un uomo solo non ha bisogno di comodi pagliativi  ma solamente di sincerità. Una spasmodica richiesta di sincerità.

No. Oggi non vado a lavorare in città. Né oggi nè mai. Io sono il re del bosco e non ho bisogno di nient’altro che non si possa trovare qui, tra gli alberi che mi circondano. Tra i muschi e le erbe e i suoi abitanti ignari.

 

Il sogno è stato davvero cattivo. Ho sognato di morire come muore un uomo solo. Nel bel mezzo del viale per la comoda vita. Un uomo si accascia tra lo sbatter d’ali della civetta e lo zampettare del tasso. L’ho visto da lontano, come solo nei sogni accade perché lontana è sempre la tragedia.

E se cosi deve essere cosi sarà…

E’ più dolce la morte per chi non possiede nulla.

“Sei di nuovo qui, sei vittima di una serie di circostanze infelici, mentre io che sono stata infinitamente fortunata, non conosco nessuna delle tristezze che tu hai già conosciuto, e quindi non posso capire quello che tu provi e che tu senti. Non basta essere una professoressa di psicologia per entrare nell’animo di una ragazza come te, stritolata da un meccanisco più grande di lei.”

info sul libro 

[O.L.] Ecco una cosa che non mi è piaciuta del libro: Scerbanenco spesso nei dialoghi ci infila un suo pensiero o giudizio sul personaggio. In questo modo i dialoghi spesso diventano irreali, un pò troppo teatrali e poi, sopratutto, l’autore suggerisce delle chiavi di lettura che il lettore (io) non vorrebbe.

Si alzò, innervosito, si diresse verso la porta, ma passando davanti a Emanuela si fermò. “Lei non ha nulla”, le parlava con durezza, “e se qualcuno la minaccia di mandarla in manicomio, come probabilmente avranna già fatto, non abbia paura. Ma lei ha dimenticato una cosa molto importante: che tutti soffriamo, non solo lei. E poi ne ha dimenticata un’altra: che la natura ha provveduto un potente rimedio quando si soffre: il pianto. Pianga, pianga tutte le volte che può, in qualunque luogo si trovi, di fronte a chiunque.”

info sul libro 

[O.L.] E’ il primo libro di Scerbanenco che leggo e mi ha un pò deluso. Mi aspettavo tutt’altro: pistole, sparatorie e morti. Leggendo invece questo romanzo mi sembrava di guardare una fiction di canale 5. Probabilmente ho sbagliato approccio ma voglio rifarmi, il prossimo sarà “milano calibro 9″ o “venere privata”, i cosidetti capolavori dell’autore.
Cmq la storia di questo romanzo seppur semplice può appassionare e la lettura è scorrevole, si finisce in poche ore.

Ogni uomo ha due biografie erotiche. Di solito si parla solo della prima: un elenco di amori e di incontri galanti.
Può darsi che sia più interessante la seconda biografia: il corteo di donne che volevamo avere e che ci sono sfuggite, la storia straziante delle possibilità non realizzate.

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[O.L.] Le frasi sottolineate in questo libro si sprecano, ma la cosa che mi ha colpito sono gli spunti che se ne possono ricavare. Alcuni paragrafi sembrano soggetti per romanzo non ancora scritti.

L’assassinio di Allende ha rapidamente cancellato il ricordo dell’invasione russa in Cecoslovacchia, il sanguinoso massacro nel Bangladesh ha fatto dimenticare Allende, la guerra nel deserto del Sinai ha soffocato il pianto del Bangladesh, il massacro in Cambogia ha fatto dimenticare il Sinai, e così via, così via, fino al più completo oblio di tutto da parte di tutti.

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[O.L.] Penso che Kundera o si ama o non si sopporta. A me piace moltissimo, come tutti gli scrittori che progettano per filo e per segno il proprio romanzo. Calvino su tutti. Questo romanzo poi ha una struttura davvero particolare, si potrebbe benissimo parlare di raccolta di racconti ma i titoli dei capitolo (racconti) si ripetono, i temi anche, i personaggi ritornano e la voce dell’autore spesso rompe il ritmo raccontando stralci di storia autobiografica. Davvero notevole.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.

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[O.L.] Da molto non inserivo una canzone. Questa non la conoscevo fino l’altra sera quando radio deejay in una replica nottura l’ha trasmessa sopra il mio dormiveglia…

Adil Bey lasciava che la pioggia gli scorresse sul volto. Non guardava dove metteva i piedi, e i pantaloni si erano inzuppati e infangati fino ai ginocchi. Da destra gli giungeva il roco mormorio del mare ma non si vedeva nulla, nemmeno un riflesso sull’acqua.
Conosceva tutte le vie della città, ormai, e anche gli androni dove di notte i vagabondi dormivano stretti gli uni agli altri, sulla nuda pietra.
E anche quei vagabondi li conosceva. Conosceva tutto! Era entrato nelle cooperative, nelle botteghe, negli uffici.
Tutto ciò non era affare suo. Era console di Turchia e doveva solamente occuparsi nel migliore dei modi dei suoi connazionali.
Eppure quella era diventata una necessità, una passione. Per lui la città era qualcosa di vivo, una persona che si era rifiutata di accoglierlo, o meglio che lo aveva ignorato, lo aveva lasciato vagare per le strade, tutto solo, come un cane rognoso.

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[O.L.] Mi è tornata voglia di leggere Simenon dopo aver letto la sua intervista. Un uomo che ha scritto 600 romanzi merita rispetto. Ne ho letti solo 5 ma nessuno banale e tutti,in un certo senso, perfetti. Compreso questo. Sembra che non succeda niente nelle giornate di Adil Bey ma la verità che affiora tra le pagine è sconvolgente e si rivela in un esplosione  finale. E se forse all’inizio annoia un pò, alla fine si ripensa a quella noia come dovuta e necessaria, progettata ad hoc da quel genio letterario.

E’ dunque questa, la Nausea: quest’accecante evidenza? Quanto mi ci son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! Ed ora lo so: io esisto - il mondo esiste - ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto. Ma mi è indifferente.

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[O.L.] faticoso ma fondamentale.

Ciò che noi, o perlomeno ciò che io, fiduciosamente, chiamo memoria – intendo un momento, una scena, un fatto che è rimasto impresso e quindi è sfuggito all’oblio – è in realtà una narrazione che va continuamente avanti nella mente; e il racconto spesso muta a furia di narrarlo. Troppi interessi emotivi in conflitto fra loro vi sono di mezzo perchè la vita possa essere interamente accettabile, e magari compito del narratore è quello di riordinare le cose in modo tale da renderle conformi a questo fine. Comunque parlando del passato noi mentiamo a ogni emissione di voce.

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[O.P.] Non ricordo perchè comprai questo libro, forse perchè trovo il titolo molto bello. Mi ricorda un sacco di cose. Sta di fatto che questo romanzo non mi è piaciuto. Trovo che la struttura sia sbagliata, piena di ripetizioni. Parere di lettore: 1 stellina, minimo sindacabile. Ho sottolineato solo la frase sopra in 163 pagine.

“Io ti odio” mi disse un pomeriggio. il suo inglese era impeccabile. “Sul serio, ti odio profondamente.” Forse sono ipersensibile, ma la presi sul piano personale.
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“Avere te in classe è come fare un parto cesareo ogni giorno”
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bastava che a una delle mie sorelle il bikini cominciasse ad andare stretto che mio padre partiva con le sue metafore: “Gesu, Flossie! Cos’è, hai messo su un caseificio? Ma guardati, sei grossa come una casa! Un altro chilo e per passare il confine di stato ti ci vorrà la patente per i camion!”
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A mio padre piace parlare di soldi. Quando lo fa, le mie orecchie si addormentano.
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Una settimana dopo aver fatto sopprimere Neil, mi furono consegnate le sue ceneri, racchiuse in una scatola verde oliva. Dal momento che lei non aveva mai espresso particolare interesse per il mondo esterno, disseminai i suoi resti sulla moquette e tirai su tutto quanto con l’aspirapolvere.

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[O.P.] vai di Compilation!

Quando l’estate successiva andai in Francia, conoscevo soltanto l’equivalente francese della parola cavatappi.
Dissi “cavatappi” all’aereoporto, “Cavatappi” sul treno per la normandia, e “Cavatappi” quando mi trovai di fronte a quel cumulo di sassi che era la casa di campagna di Hugh. Non c’era acqua corrente, non c’era elettricità e nemmeno un posto dove comprare i tubi e i fili necessari qualora a uno fosse venuta voglia di vivere con un impianto idraulico o con la corrente elettrica. E non essendoci nulla di decente da comprare, va da sè che la gente mi accolse con grande entusiasmo. Sarebbe stato lo stesso se un francese  fosse venuto in visita che so, Knightdale in Carolina.
“Santo cielo” avrebbero detto tutti. “Tanta strada per venire a vedere noi?”. Avessi avuto un vocabolario più ampio, avrei potuto rispondere: “Emh, no, non esattamente”. Ma in quella circostanza offrii l’unica risposta possibile: “Cavatappi”.
“Oh cavatappi” mi dicevano, “Lei parla molto bene.”

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[O.P.] Uno dei libri più divertenti mai letti e allo stesso tempo scritto bene. Caso raro.

Agli inizi formeremo appena delle piccole comunità, isolette sparute in mezzo allo sciaguattare dell’attivismo, e gli attivisti ci guarderanno con sufficienza e dispregio.
Per parte nostra, metteremo alla porta con ferma dolcezza i rappresentanti di commercio, gli assicuratori e i preti.
Avremo eletto per nostra dimora le zone meno abitate, cioè quelle che hanno clima migliore.
A poco a poco vedremo la nostra isola crescere, collegarsi con altre isole fino a formare una fascia di territorio ininterrotto.
E un giorno saranno gli altri, gli attivisti, a ridursi in isola [...] e noi staremo li a guardare dall’esterno, sorridendo.
Il lavoro si sarà ridotto quasi a zero, vivendo dei frutti spontanei della terra e di pochissima coltivazione.
Saremo vegetariani, e ciascuno avrà gli arredi essenziali al vivere comodo, e cioè un letto.
Il problema del tempo libero non si porrà più, essendo la vita intera una continua distesa di tempo libero.
Scomparsi i metalli gli uomini avranno barbe fluenti.
Scomparse le diete dimagranti e i pregiudizi pseudoestetici, le donne saranno finalmente grasse.
Scomparsa la carta, non avremo nè moneta nè giornali nè libri.
Perciò, trasmettendosi le notizie di bocca in bocca, noi non sentiremo nè le false nè le superflue.
Senza libri, la letteratura dovrà tramandarsi per tradizione orale, e la tradizione orale non potrà non scegliere i soli capolavori.
Vedremo automobili ferme per via, senza più carburante, e le abbandoneremo ai giochi dei bambini, ai quali però nessuno dovrà dire che cosa erano, a che cosa servivano quelle cose un tempo.
Ovunque cresceranno vigorose erbe e piante, in breve l’asfalto si tingerà di verde, con immediato miglioramento del clima.
Cessato ogni rumore metalmeccanico, suonerà ovunque la voce dell’uomo e della bestia.

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[O.P.] Questo sproloquio è l’unica speranza di una vita migliore che traspare dal romanzo. Certo che se andiamo a vedere come è finito Bianciardi (morto alcolizzato tra debiti e solitudine a soli 49 anni) capiamo che non era proprio una persona di cui si ricorda il buon umore. Ma era una persona che ha sofferto la “vita moderna” e ha realizzato questa insofferenza, scavando nella società e in se stesso fino a dedicarsi all’autodistruzione. Una scelta difficile da condannare quando arriva dopo tanto impegno per capire la vita

Solo quando udì la campana della cattedrale della Mitropolie si ricordò che era la notte di Pasqua. E all’improvviso la pioggia, quella pioggia che l’aveva accolto quando era uscito dalla stazione e che minacciava di diventare torrenziale, gli parve anomala. Procedeva a passo svelto, al riparo dell’ombrello, le spalle curve, lo sguardo a terra, cercando di scansare i rivoli d’acqua. Senza rendersene conto si mise a correre, tenendo l’ombrello vicino al petto, come uno scudo. Ma dopo una ventina di metri dovette fermarsi al semaforo rosso. Aspettava nervoso, saltellando, alzandosi sulle punte dei piedi, cambiando continuamente posto, guardando costernato le pozzanghere che coprivano buona parte del boulevard. L’occhio rosso si spense, e un attimo dopo un’esplosione di luce bianca, incandescente, lo scosse con violenza e lo accecò. Si sentì come se un ciclone infuocato si fosse incomprensibilmente scatenato proprio alla sommità della sua testa e lo stesse risucchiando.
«È caduto un fulmine vicino» si disse battendo penosamente gli occhi nel tentativo di scollare le palpebre. Non capiva perché stringesse con tanta forza il manico dell’ombrello. La pioggia lo percuoteva furiosa, da ogni parte, e tuttavia non sentiva niente.
Allora udì di nuovo la campana della Mitropolie, e quelle di tutte le altre chiese e, vicinissimo a lui, il suono di un’altra, solitaria, disperata. «Che spavento!» pensò, e prese a tremare. «È a causa dell’acqua» realizzò alcuni istanti più tardi accorgendosi di giacere steso per terra, nella pozza accanto al ciglio del marciapiede. «Il freddo mi è entrato fin nelle ossa…».
«Ho visto quando il fulmine lo ha colpito» sentì una voce affannosa, una voce d’uomo spaventato. «Non so se è ancora vivo. Stavo guardando giusto in quella direzione, era sotto il semaforo e l’ho visto prendere fuoco dalla testa ai piedi, e, nello stesso istante, il suo ombrello, il suo cappello e i suoi vestiti hanno cominciato a bruciare. Se non fosse stato per la pioggia, sarebbe arso come una torcia…non so se è ancora vivo» ripeté. «E anche se è vivo, che cosa ne dobbiamo fare?». Era una voce lontana, stanca e, gli parve, amara. «Chissà di quale colpa si sarà macchiato se Dio l’ha folgorato nella notte di Pasqua, e proprio dietro la chiesa!»
 
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[O.P.] Ho visto il film. Ma mentre ero al cinema pensavo “è proprio un bel romanzo”. seppur non sapevo fosse ispirato a questo libro. La cosa migliore del film è la storia, davvero complessa e interessante la filosofica disgressione sul tempo e sull’origine del linguaggio. Allora ho cercato qualche brano del libro e ho trovato la descrizione del momento in cui il fulmine colpisce il protagonista. E non c’è paragone. Quello che nel film è un flash, nel libro è un mondo di descrizione e punti di vista. Potere della letteratura.

A me dispiacerebbe morire negli scantinati, in quel tanfo di nafta e di gatto, magari senza nemmeno un letto per farci la defecatio post mortem, e attendere lì legato ad una sedia, ad occhi chiusi, scomodo, che arrivino i becchini. Voglio morire tranquillo e voglio anche un funerale solenne.
Ho già scritto nel testamento chi ci voglio, a marciare da casa mia fino al cimitero, quando mi toccherà. Perchè disapprovo quello che vedo fare agli altri in questi casi, cioè non mi va il furgone automobile con le colonnine e i drappeggi neri, progettato non so da chi, metà per il morto davanti e metà per i coniugi dietro, tutti nella stessa vettura, e la targhetta che precisa: “posti sei per i dolenti”.
Sei appena, gli altri due o tra autobus, per seguire a corsa il feretro nel traffico astioso della città, e portare velocemnte le corone al camposanto.
No, io voglio un funerale all’antica, e l’ho scritto nel testamento, un funerale laico, ma d’una certa solennità. Laico, ma tradizionale.
Non ci voglio i preti, ma gli ex preti ce li voglio, ci voglio quelli che hanno buttato la tonaca alle ortiche e si sono fatti comunisti, pur restando preti nell’animo. Ne voglio quattro, di questi preti spretati e togliattizzati, e poi voglio due cavalli neri col pennacchio in capo, due critici letterari a cassetta, ai quattro cordoni del carro ci voglio nell’ordine uno storico, un critico d’arte, un funzionario di casa editrice e un redattore di terza pagina.
Deve essere un bel funerale. Dietro venga chi voglia, tranne le segretariette secche. Loro no. Poi si scordino pure di me, ma il funerale lo esigo bello, solenne e come ho detto sopra, laico.
Perchè troppi amici ho visto morire malamente, e peggio ancora essere accompagnati al camposanto.

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[O.P.] Bellissimo. Ma quello che mi ha colpito di più è la vita di Bianciardi e quanto ci sia di Lui nel romanzo. E poi la vita agra assomiglia tremendamente alla vita di tutti i giorni. Forse però solo un milanese può capirlo fino in fondo

“Addio! Che tu viva o che cada addio! Le probabilità non ti sono favorevoli. La ridda in cui sei trascinato durerà ancora qualche annetto, e noi non scommettiamo che tu riesca a uscirne incolume. Sinceramente parlando, lasciamo la questione insoluta quasi senza preoccuparcene. Avventure del corpo e dello spirito, avventure che affinarono la tua semplicità, ti fecero vivere nello spirito ciò che probabilmente non vivrai nella carne. Da questa festa mondiale della morte, da questo malo delirio che incendia attorno a noi la notte piovosa, sorgerà un giorno l’amore?”

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[O.P.] Un libro che non leggerò mai. Ne sono certo. Nell’ultima lezione americana di Calvino però viene trascritta la fine, e che fine!, in cui Thomas Mann abbandona letteralmente il protagonista del suo librone in mezzo al fango e i proiettili della prima guerra mondiale.
Un finale bellissimo.

Eppure non lo volevo neanch’io il bambino, pensò sul ritmo della palata. Non è questa la cosa pazzesca? Non voleva il bambino più di quanto non lo volesse lei. E non era forse vero, allora, che da quel momento in poi tutto nella sua vita era stato una sequela di cose che lui non aveva davvero voluto? Accettare un lavoro irrimediabilmente cretino per dimostrare che era un individuo responsabile, esattamente come qualsiasi altro padre di famiglia, trasferirsi in un bell’appartamento troppo caro per dimostrare la sua fede da uomo maturo nei fondamenti dell’ordine e dell’igiene, avere un altro figlio per dimostrare che il primo non era stato un errore, comprare una casa in campagna perchè era l’iniziativa piu logica da prendere a questo punto e lui doveva dimostrarsi in grado di prenderla. Dimostrare, dimostrare; e per nessun’altra ragione all’infuori di questa: era sposato con una donna che, chissà come, riusciava a farlo stare sempre sulla difensiva, che lo amava quand’era gentile, che viveva seguendo quello che di volta in volta le andava di fare, a cui in qualunque momento poteva - e qui stava il guaio - a cui in qualunque momento poteva tranquillamente andare di piantarlo. Cosi stavano le cose: niente di più semplice e ridicolo.

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[O.P.] Mi è stato chiesto da un amico di scrivergli un elenco dei migliori libri letti quest’anno. Quello di Yates appare al primo posto. Per superare la dose di idealismo riposta in questo romanzo ho comprato Undici solitudini. Leggendo un’altro libro di Yates interpreterò meglio Revolutionary road riposizionandolo nel giusto modo nella vita di uno scrittore americano degli anni 60… forse.

Ho deciso più di una volta di andarmene, di prendere il mare e andarmi ad arenare in qualche parte del mondo, la più lontana possibile da questa casa che a volte sembra soffocarmi. Più di una volta mi sono alzato dal letto e ho fatto colazione con l’idea che, appena fatta colazione, avrei preso dal guardaroba la valigia che tengo sempre pronta e me ne sarei andato da questo paese di merda e da questo stato di merda. In fin dei conti, pensavo in quei momenti, niente mi trattiene, niente e nessuno. E se niente e nessuno mi trattiene, e azni tutto e tutti mi respingono, per quale ragione dovrei mai restare? Perchè?, mi chiedevo perchè restare? perchè resistere?, perchè, invece di sprecare incalcolabili riserve di energia al solo scopo di tenermi lontano e tenere lontana tutta la gente che popola il vicinato, perchè invece, non porre tra loro e me la maggiore quantità di spazio possibile? Me ne vado, mi dicevo, me ne vado, scompaio. Andarsene, dissi a un tratto ad altavoce, andarsene. Scomparire, urlai quasi, guardandomi nello specchio del guardaroba, scomparire. Ma non sono mai scomparso; non me ne sono mai andato.

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[O.P.] Un esempio di discussione interna che è causa/conseguenza del vivacchio muto e solitatorio in cui il protagonista passa il suo tempo. vagando con le gambe e il pensiero.
Ma d’altra parte chi non ha mai fatto un pensiero del genere … oggi…?

Usciamo perchè non sopportiamo la nostra casa, che è un sepolcro, e i nostri libri e le nostre carte, che non sono che carta; usciamo sapendo benissimo che lo facciamo al solo scopo di salvarci la vita, non certo per trovare qualcuno, visto che, anche se soli non riusciamo piu a stare, non sopportiamo nessuno, ed è proprio questo il torto che abbiamo: uscire fuori di casa. Ma usciamo lo stesso, perchè in casa, soli, a un tratto ci spaventa, e il nostro stesso silenzio si è fatto insopportabile, ma l’idea che qualcun altro, oltre noi, sia presente in casa, non possiamo neanche contemplarla. Usciamo per salvarci da noi stessi e dalla nostra solitudine, pensavo, non certo per incontrare qualcuno, anzi, ci guardiamo bene dall’incontrare questo qualcuno; facciamo tutto il possibile per evitarlo, questo qualcuno che potrebbe riconoscerci e smascherarci in ogni momento. La cosa peggiore poi, pensavo, sarebbe incontrare qualcuno che è stato un nostro cosidetto amico, o peggio ancora un compagno di scuola, col suo inevitabile corredo di pacche sulle spalle e ti sei sposato, il lavoro come va, eio faccio questo, il talaltro fa quello e tu cosa fai eccetera. Il solo pensiero mi fa rabbrividire, pensai, rabbrividendo mentre camminavo.

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[O.P.] Un lungo flusso di pensiero che a volte si incespica, si contorce su se stesso, si ripete, si infervora e intanto la narrazione continua, in sottofondo e silenziosa per poi esplodere alla fine in un esito intuito qualche pagina prima ma, non per questo, un brutto finale. Non è un grande romanzo che non si scorda ma è piacevole e veloce.

Niente piano. Niente dolci. Niente atletica. Niente. Sono innamorata dello smettere.
A suo modo è un’arte, se ci pensate. Smettere bene richiede un innato senso della bellezza; bisogna saper sentire il momento della svolta, proprio quando il desiderio fa la sua comparsa, quello è il momento di darci un taglio, giù deciso, l’istante in cui lo smettere è maturo come una pesca che si fa dolce sull’albero: crack, si spacca il picciolo, la pesca cade per terra, nera e argento di mosche.
Ho avuto un solo ragazzo. Di solito era distratto ma una bella sera d’estate eravamo seduti di fronte a casa sua e le sue labbra si mossero sulla mia pelle come un quartetto d’archi e sentii che quella pesca era pronta a cadere dall’albero.
Ho smesso di andare al cinema.
Ho smesso di lavorare alla tavola calda visto che il cuoco non la smetteva più di dire che ero satata un’atleta eccezionale.
Ho smesso di mangiare le uova sode in insalata.
Ho smesso di consultare gli atlanti.

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[O.P] Non ho smesso. Sempre uguale da anni.

Tenendo l’ascia alta nella mano destra dapprima cercai di immaginarmelo: il braccio che cadeva giù con una curva sciolta, giù, e il colpo, lo spezzarsi, e io che lasciavo che la lama affondasse giù fino a dove lo slancio del colpo si ferma. Sshh, silenziosa, stordita, sognante, la ragazza cade, sshh, si rovescia e si inclina e cade, qualcosa è stato colpito, legname, è finita, ha un taglio nella gambe, sanguino su tutta la moquette, ma c’è l’asciugamano! E c’è mio padre! E quando all’ospedale di vetro qualcuno farà domande, mentre provano a curare la mia ferita incurabile, quando mi chiederanno concitatamente cos’è successo, io risponderò con voce chiara: mi sono fatta a pezzi.
E allora, per un pò, sarò sulla bocca di tutti in ospedale. Il mio miglior periodo di fama.

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[O.P] Bello. Non fantastico come qualcuno me l’aveva dipinto. Bello e molto “new american”. Mentre leggevo mi venivano in mente Lypsite, Eggers, Lethem e la July. Un pò mi stanca la troppa fantasia, la troppa poesia. Quando lo scollamento con la realtà serve solo a creare atmosfera, quando le situazioni sono spinte in cerca dell’originalità a tutti i costi e i personaggi sono da favola buffa: Bender mi stufa. Ma è un bel romanzo che consiglio agli amanti dei suddetti autori.

Opicina, 16 novembre 1992
Sei partita da due mesi e da due mesi, a parte una cartolina nella quale mi comunicavi di essere ancora viva, non ho tue notizie. Questa mattina, in giardino, mi sono fermata a lungo davanti alla tua rosa. Nonostante sia autunno inoltrato, spicca con il suo color porpora, solitaria e arrogante, sul resto della vegetazione ormai spenta.

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[O.P.] Ci sono cose nella vita di cui uno si vergogna….

Quando, giunte alla fine della loro vita, serenamente distese, volgeranno il loro viso al muro della morte, tra la donna che ha goduto appieno della felicità di essere amata e la donna che può dire di avere avuto poche gioie ma di avere amato, a quale delle due Dio vorrà concedere il tranquillo riposo?
Ed esiste, in questo mondo, una donna che possa dire davanti a Dio: “Io ho amato?” Si, sono sicura che esiste. Forse la ragazza dai capelli sottili crescendo è diventata una di quelle poche elette. Avrà magari i capelli in disordine, il corpo segnato dalle ferite, gli abiti a brandelli, ma potrà dire a testa alta, con fierezza: “Io ho amato”.
Ed esalare l’ultimo respiro.
Ah, basta. Vorrei fuggire. Ma per quanto tenti di scacciarlo via, il viso di quella ragazza mi perseguita, e non riesco in nessun modo a liberarmene. Perchè quest’ansia insostenibile, a poche ore dalla  mia morte? La punizione naturalmente riservata a una donna che non ha sopportato la sofferenza di amare e ha cercato la felicità di essere amata sta finalmente arrivando.

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[O.P.] Questo breve romanzo è l’unica traccia tangibile della mia presenza al corso di scrittura creativa dello scorso anno. Vorrà dire qualcosa se annotavo con maggior entusiasmo i titoli di possibili letture piuttosto che le regole della buona scrittura. Sono un lettore non c’è niente da fare. E questo è un’ottima lettura di un’ora.

Si dice che Orione si chiami così perchè Orione era il nome di un cacciatore e la costellazione ha la forma di un cacciatore con un bastone e l’arco e le frecce, come in questo disegno.

Ma è una cosa davvero stupida perchè si tratta solo di stelle, e si potrebbero unire i puntini a piacimento, e allora potrebbe assomigliare a una signora con l’ombrello che saluta con la mano, o alla caffettiera della signora Shears, che viene dall’Italia, con una maniglia e il vapore che esce, oppure a un dinosauro.

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[O.P.] Che palle! so di andare un pò controcorrente ma un libro cosi noioso non lo leggevo da anni, ci metterò forse 6 mesi a finirlo se continua/o cosi. E’ che mi dispiace abbandonarlo, c’è un motivo contorto dietro a ciò, una sorta di rispetto verso il protagonista, pensa te!

Ecco perchè non sono un viaggiatore: ogni volta che mi sposto devo fare i conti con la tristezza che non mi risparmia nessun cambiamento. Il passare del tempo diventa ancora più acuto, è come se m’inzuppassero in un bicchiere scuro di tragedia. Finisco per perdere qualcosa senza nome, divento anonima a me stesso; vi assicuro che si tratta di un sintomo molto doloroso.

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[O.P.] Mi sarebbe piaciuto esserci alla presentazione del libro, domenica pomeriggio a Como. La Vorpsi mi ispira simpatia perchè ha un rapporto simile al mio con i viaggi. “bisogna” viaggiare, è stupendo viaggiare ma è anche una fatica psicologica non indifferente.

Gli occhi di Janet brillavano - Dovevo venire a vederlo! Dovevo! Non avevo mai fatto una vera vacanza in tutta la mia vita, e ho risparmiato, e sono venuta. Sono qui!
Sono davvero qui in Messico!
- E’ vero - le disse Doan.
- Oh lei non sa quanto l’ho sognato. Tutto il fascino, e il colore e … il sentimento! Spasimavo fino a star male per questo posto, e invece ero là a insegnare a orribili stupide ragazze ricche come coniugare i verbi in francese!
- Andare in cerca di sentimento è molto più divertente - disse Doan.
Janet assentì con espressione seria - Certo, ed è quello che sto facendo ora. Lo so che è sciocco e assurdo ma ho fatto cose ragionevoli per tutta la vita… stavo facendo la muffa.

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[O.P.]
Uno dei libri messicani di L. Finiti i miei mi sono buttato su questo giallo ambientato in messico, non un genere che amo (il giallo messicano), ma questo lungo racconto è molto divertente. bella sorpresa.

Niente dura in eterno, è risaputo. Sul pianeta c’è bisogno di spazio.
Lo stabilisce la fisica, lo insegna la biologia. Nessuno ci crede davvero.
Salta su uno e dice: ragazzi, qua finisce il petrolio. La gente a casa lo guarda e mormora: finisce? In che senso? Se finisci il burro, vai e lo ricompri.
Salta su un’altro e fa: gente, l’ozono si sta consumando. Allora i consumatori si guardano perplessi, cercando di pensare all’ultima volta che hanno consumato qualcosa. I pantaloni si cambiano perchè passati di moda. La tele si cambia perchè non è ultrapiatta. Il frigo si cambia perchè non merita riparazioni.
Poi un giorno salta su la Morte. Non dice niente: fa il suo lavoro e basta. La gente chiede il replay. I consumatori, la moviola del colpo. Non c’è una volta che lo vedano partire.
Per fortuna, quasi tutto ha la sua alternativa. Sempre che qualcun altro non l’abbia già brevettata.
Certe sono immediate, altre richiedono tempo. Se manca la luce elettrica, accendi una candela. Se abbatti un albero secolare, ti servono un seme più altri cent’anni. Se stermini le tigri, devi ripartire dal Big Bang.

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[O.P.]
Sabato sera Wuming2 a “Parolario” ha raccontato come si scrive un romanzo a 10 mani. Forse la parte più interessante del suo intervento. E’ bello vedere come uno dei scrittori più influenti in italia (e tra i più letti) sia una persona semplice che ha studiato e si sbatte nel fare il proprio lavoro. Questa impressione di autenticità e umiltà non l’ho percepita assistendo ad un faccia a faccia tra Baricco e Salvatores. Baricco si sente Dio in terra ma poi viene fuori che il suo romanzo che preferisco (seta) è stato scritto dai suoi alunni…
credo che attualmente in un’ipotetica riga di valori e pensiero letterario wuming e baricco siano agli antipodi. Per i primi è importante la storia, per il secondo è importante l’autore cioè se stesso.

Ho ucciso. Ho provato a rinascere. Sono morto a mia volta e adesso, per favore, fatemi un applauso prima di precipitarvi in un altro anno, in un nuovo secolo, nel grande magazzino del superfluo a prezzo scontato.
La vostra disperazione.
La vostra alienazione quotidiana.
La vostra dose di infelicità.
Riempite i carrelli e mettetevi in fila alla cassa.

info sul libro

[O.P.] Davvero un brutto libro. Al di là della storia un pò fumosa è l’uso smoderato di parolacce che mi da sui nervi. Non sono scandalizzato dalle parolacce in sè ovviamente, ma non per forza di cose l’italiano medio (il protagonista) deve parlare cosi e deve pensare sempre al sesso. Non lo dico per moralità, voglio solo dire che è tremendamente noioso.

Sarajevo non è l’Albania, ma sento che pago perchè non mi vedano come un’occidentale. Quando dico che vivo a Parigi, Parigi confonde tutto, fa alzare dal petto un soffio d’ammirazione, un Ah! di dolore che per me vuol dire è finita, sono colpevole! Sto troppo bene. I dodici anni trascorsi tra Milano e Parigi manipolano la mia immagine. Inutile spiegare cosa possono essere Parigi e Milano, vano descrivere come possono divorarti. Come fai a bombardare un sogno? Come fare a estirpare questi sogni che fanno solo del male? Che invadono il corpo con metastasti di false speranza?
Chissà in quale organo dell’uomo si nasconde il sogno.

info sul  libro

[O.P.] Gran bel romanzo. Corto ma molto intenso. Mi è capitato tra le pagine di riflettere sul mio viaggio in messico. Alla fine questo è un romanzo di viaggio. E quello che dice di Milano è vero, ma a differenza degli albanesi, i messicani lo sanno bene. Ma il sogno di un messicano non è viaggiare, non so quali sono i sogni dei messicani… ho paura che si riduca ad avere qualche soldo in più.

Fu allora che ricordò una cosa - e il pensiero sembrò seguire, anzichè precedere, l’espressione di sorpresa che il ricordo provocò nel suo volto riflesso - una cosa che lo scosse e poi lo riempì di un senso di ironica giustizia. La faccia nel vetro, che ancora una volta sembrava anticipare, anzichè riflettere, il suo stato d’animo, aveva ora perduto l’espresssione di ansia, per lasciare il posto a un sorriso saggio e amaro, e più volte gli indirizzò un cenno comprensivo. Poi Frank si diede da fare con i bicchieri, ansioso di ritornare fra gli altri. La cosa di cui si era ricordato, quai ne fossero le implicazioni, meritava di esssere discussa. “Mi è venuta in mente una cosa”, annunciò, e gli altri tre alzarono tutti lo sguarda verso di lui. “Domani è il mio compleanno”.

Info sul libro

[O.P.] Già è cosi. Domani compio trent’anni e questo è il più bel romanzo che ho letto quest’anno.

Al mattino poteva sentire la terra respirare. A mezzogiorno, poteva sentire l’erba crescere. La sera, poteva vedere dove i venti andavano a riposare. Molte cose invisibili erano limpide per Molly Brant, chiare come una calligrafia, nitide come il profilo degli alberi in una giornata tersa. Dalla nonna materna aveva imparato a vedere dove altri occhi erano ciechi, a sentire dove altre orecchie erano sorde. Aveva imparato a cattivarsi gli oyaron, spiriti che guidano attraverso i sogni. E aveva appreso il modo corretto di svegliarsi. Aprire le palpebre, ringraziare il Padrone della Vita, contare tre respiri e alzarsi subito, prima che la pigrizia del corpo intorbidi i pensieri: cosi la testa rimane limpida, i sogni non sfuggono, i mali dell’anima possono essere curati.

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[O.P.] L’ho già scritto su Anobii, lo ripeto qui: Non decolla mai. I wu ming sono tra i miei scrittori preferiti ma da qualche anno mi deludono, non cerco un’altro Q ovviamente ma “54″ e “asce di guerra” sono superiori a “Manituana” ovunque li si guarda. Peccato, la storia è molto interessante.

Mamarosa, con la vocina spenta che le era venuta (forse perchè aveva pianto per la prima volta dopo l’infanzia) disse:
“Nù mai fa del mal. U fà sto mestè… Se podevi fà, se potevi fà cosè? Sunt nasùda.. sunt cressùda in di casott… Ma nù mai fà del mal… ho jutà tanta gent. El Signur el me perdònna… l’à di lù, el Prevost… che l’è de Milan… còmpagn de mi.”
L’Agnese  approvava con la testa, la Bambina stringeva le labbra. Le ragazze piangevano: o, almeno, avrebbero dovuto piangere, a quell’epitaffio che Mamarosa si scolpiva lentamente, con la voce fioca, nell’aria pesante della stanza.
Dalla vicina Chiesa del Carmine, dopo che Mamarosa ebbe detto “còmpagn de mi”, quasi intendendo che da quella gran città veniva tutto, il male e il bene, senza colpa, cominciarono a suonare pochi tocchi di quella campanella che pare di ferro tanto è scarsa di eco. Era il Prevosto, che arrivato alla Prepositurale aveva spedito il sacrista al Carmine per dare un saluto a chi sapeva lui. Gliel’aveva chiesto Mamarosa.
“Famm sunà L’ingunìa, al Càrmen, che ghe tègni…”

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- L’ho capito subito che sei ragazzo di buoni sentimenenti - disse Fede: - allora, cos’hai da dirmi adessi che son qui?
- Mah, n’avrei un bricco di cose. Una è questa che mi piacerebbe conoscere la tua gente, e che tu conoscessi mia madre che sta a San Benedetto.
- A casa mia c’è poco di bello da vedere
- Allora non ti farebbe niente d’uscirne.
- Però sono sempre i miei.
- Volevo dire, ci pensi a sposarti?
- Che a casa sua stia bene o stia male, una donna è nata per quello.
- Anche tu?
- Perchè io no? Se trovo chi mi vuole.
- E l’uomo come dovrebbe essere?
- Niente di straordinario. Basta che non sia zoppo, non sia gobbo e non abbia i capelli rossi. E più che tutto, che lavori e che non mi picchi senza ragione.
- Che sfortuna non essere ancora un uomo.
- Ma tu lo sei già un uomo. Io lo vedo, sai, il lavoro che fai.
- A me mi daresti fiducia?
- Se sarai sempre quello di adesso, tanta.
- E come uomo ti piacerei?
- come uomo mi piaci
Allora dissi: - Se son contento di stare da Tobia! Me l’avessero detto solo qualche mese fa. E tu sei contenta di stare da Tobia?
Era contenta anche lei, e adesso sarei stato una vera bestia se mi mettevo a cabalizzare sul motivo della sua contentezza.

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Siamo rimasti solo voce. Come la ninfa Eco, che a furia di consumarsi, per passione, finì col rimanere voce… eco di voce, eco della sua voce.
Non abbiamo più peso, né corpo, né vita, siamo soltanto voce.
La voce che si spande nei canali della quantità, la voce rinchiusa, asserragliata a spurgare, incarcerata. La voce dai motel, la voce rimasta impigliata nella rete dei telefoni, delle strade, dei binari.
Siamo rimasti Voce, senza più corpo, sul bordo della nostra gioventù, sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. La voce delle serenate, che ci echeggiano nelle orecchie, e non ci lasciano in pace.
Puniti dalla troppa passione, ci si è portati al punto di rimanere fermi davanti ai bivi.
Allora ci è voluto il ritiro, l’impresa e l’epopea.
La voce è diventata la nostra divinità, il nostro nume.
Essa soltanto ci tutela e conserva, ci riproduce, che ci ha infebbrato la vita, ingravidati, e solo la voce è rimasta per sgravare quella colica di immaginazione, quel mare grosso che ci ha sollevati fino a dove Dio si è fatto intravedere e poi ancora, ci ha annegati, ributtati dalla parte di sotto. La voce è la nostra barca, il nostro confine, quel che resta di noi, l’eco della nostra voce, rimbalzante per tutti gli spigoli dai quali ci siamo intravisti.
La voce, eco della visione.

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Bubbles, con aria scarsamente soddisfatta, si siede su una sedia mentre io mi allungo accanto a lei sul divano… e improvvisamente lo agguanta, ed è come se il mio povero cazzo fosse rimasto preso dentro una specie di macchinario. Vigorosamente, per usare un eufemismo, comincia la tortura. Ma è come tentare di masturbare una medusa.
- Che ti prende? - chiede alla fine - non riesci a venire?
- Di solito ci riesco.
- Allora smettila di trattenerti.
- Mica mi trattengo. Ci sto provando, Bubbles…
- Perchè adesso conto fino a cinquanta, e se per allora non sei riuscito non è colpa mia.
Cinquanta? sarò fortunato se ce l’avrò ancora attaccato al corpo, a cinquanta. Vacci piano, vorrei urlare. Non cosi forte attorno alla cappella, per cortesia!…
“undici, dodici, tredici”… e dico tra me e me: grazie a Dio tra poco sarà finita… stringi i denti ancora una quarantina di secondi… ma contemporaneamente al sollievo, ovvio, sopraggiunge la delusione, ed è cocente: non ho sognato altro, giorno e notte, da quando avevo tredici anni. Finalmente, non più una mela senza torsolo, non più una bottiglia del latte vuota e spalmata di vaselina, bensì una ragazza in sottoveste, con due tette e una figa… e i baffi, ma chi sono io per fare lo schifiltoso? Ecco di cosa ho tanto fantasticato…
E subito mi viene in mente il da farsi. Dimenticherò che a straziarmi è il pugno di Bubbles: immaginerò che sarà il mio! Cosi mi metto a fissare il soffitto e invece di fingermi di farlo con qualcun altro, come mi succede sempre quando me lo meno, fingo di essere io a menarmelo.
E comincia subito a fare effetto. Disgraziatamente, tuttavia, sto per raggiungere l’attimo culminante allorchè la giornata lavorativa di Bubbles giunge al termine.
- Okay, finito, - dice “cinquanta” e si ferma!
- NO! - urlo - ancora!
- Senti, io ho già stirato per due ore, sai, prima che arrivaste voialtri…
- SOLO UN ALTRO! LA PREGO! ALTRI DUE! PER PIACERE!
- N-O!
Al che incapace, come sempre, di sopportare la frustrazione e il disappunto, allungo la mano, lo acchiappo e SPRUZ!
Dritto nell’occhio però. Un’unica botta a mò di scudisciata della mano del maestro, e la schiuma erompe con forza. Le chiedo, chi è capace di menarmelo meglio del sottoscritto?

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In uno dei miei rari giri fuori casa vado da Fran e Julie e mi sto lamentando in modo assolutamente ragionevole dei mieri guai quando Fran mi dice che mi lamento troppo.
Non ci posso credere. “Chi io?”
“Si”, dice. “Sei sempre a gemere e sembri distrutto, perchè non guardi dal lato illuminato una volta tanto e cerchi di portare un pò di felicità nel mondo?”
Rifletto su quello che dice e trovo che non posso proprio negarlo. Sono sempre triste.
Cosi decido di cambiare. D’ora in poi mai più lamentele da parte di Alby.
C’è un killer a pagamento che mi vuole sparare! C’è un gangster cinese che mi cerca! Sto invecchiando e sono sempre  malato! E’ grandioso! E’ uno spasso qui nell’opprimente fradicia Brixton, mai più lamentele da me!