Dove mai, infatti, sulla lista delle mete che si era posta nella vita, si faceva menzione del suo essere responsabile dell’esistenza terrena di una persona di nome Omar?
Ignorando sua madre, scrisse: “Non domandare, a noi non è dato sapere…”
Si fermò, mordicchiando la matita; poi concluse il pensiero con un brivido di soddisfazione: “… che cosa il destino abbia in serbo per me, che cosa per te…”

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[O.L.] Non mi soffermo mai a leggere le citazioni dei lettori celebri che le case editrici imprimono sull’ultima di copertina di ogni libro. Di solito sono pure e semplici scelte pubblicitarie. Però stavolta, riprendo quanto detto da Margherita Oggero: “I racconti contenuti in Nemico, amico, amante… sono tutti bellissimi, e Quello che si ricorda è, a mio parere, il più bello dei bellissimi.”

Si potrebbe sostenere che non c’è da stare allegri se, dopo migliaia di anni che si sa perfettamente in cosa consista il buongoverno, siamo ancora tanto lontani dal realizzarlo. Ma, e questo è il punto di quel che voglio dire, ciò che sappiamo oggi su noi stessi è molto più complesso e articolato, è più profondo di quello che l’uomo sapeva allora su di sè, di quello che ha saputo per migliaia di anni.
Se mettessimo in pratica quello che sappiamo…

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[O.L.] Cinque interessanti conferenza di facile lettura sul tema della libertà. Il tono è molto pacato e viene ribadita in continuazione l’importanza della storia e della letteratura nella “formazione” di un uomo e vengono analizzati i processi mentali individuali e di gruppo con numerosi esempi presi dal rapporto governo/cittadino.

PEDALANDO NELLA DISCESA DI UN GARAGE

Vorrei saperle adesso le cose che sapevo da bambino
non il contrario
che i genitori non muoiono mai
che Babbo Natale riceve le mie lettere
che la mia maestra mi vuole bene
che da grande avrei fatto il pirata
che gli americani sono buoni e i russi cattivi
che il mio papà è il più alto di tutti quanti
che non mi sarebbe mai venuta la pancia
che non mi sarebbero mai caduti i capelli
che posso dare del tu a tutti quanti
che nuotare fa bene
che ogni anno si va in vacanza
che per il lunedi mattina c’è sempre una poesia
da imparare a memoria
che d’estate si mangia in terrazza che c’è vento
che le uniche malattie sono quelle infettive
che da quando cadono i denti ci sono sempre dei soldini
sotto il guanciale
che c’è sempre qualcuno che ti rimbocca le coperte
che un paio di tette non sono più interessanti
di un sacchetto di biglie
che di notte di dorme
che hai la vita davanti,
per sentire ancora una volta l’eternità
pedalando nella discesa di un garage.

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[O.L.] Una raccolta di poesie che ricorda vagamente Bukowski ma senza l’amarezza sconfinata. La maggior parte delle poesia volano via senza toccare particolarmente e il continuo riferimento al sesso dopo un pò mi ha stancato. cmq non male.

 

Non credo esista la possibilità che da quella porta di tende blu possa entrare qualcuno per me.
Questa è la solitudine? Ne ho sentito parlare come un dramma, eppure non c’è disperazione in me.
Solo qualche sintomo lieve di noia.

Dal flusso anonimo riconosco un viso noto.
Il mio corpo si muove senza comando e in un batter di ciglia mi ritrovo sprofondato nella poltrona.
Non ho voglia, proprio adesso, che la solitudine è seduta al mio fianco, di allontanarmi dalla sua seducente compagnia.
Cosa avrei in cambio? con ogni probabilità una manciata di sorrisi inconsistenti e parole già usate.

“Quelli che vedete adesso, sono gli effetti delle vostre politiche: se smetteste di fare concorrenza sleale ai prodotti africani, se smetteste di spogliare i nostri paesi delle proprie ricchezze, se manteneste gli impegni assunti al momento della decolonizzazione, finanziando progetti di sviluppo, noi forse non partiremmo. Ma la verità è che voi volete che noi partiamo.”
“Perchè volete andare in Europa, se l’Europa è l’origine dei vostri mali?”
“In Africa non c’è futuro”
“Non siete voi il futuro dell’Africa?”
“Quando torneremo ricchi,investiremo e daremo un futuro ai nostri paesi”

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[O.L.] Un ottimo reportage che racconta come (al solito) le notizie che ci arrivano dai tg e dai quotidiani siano pilotate dal governo. Nello specifico si parla delle migrazioni dall’africa verso L’europa. Argomento scottante in Italia ma anche in spagna e in grecia. Tutto quello che sappiamo pare falso, o almeno, molto lontano dalla realtà. Si spendono un sacco di soldi per pattugliare i mari, per pagare i governi del marocco e della libia per impedire le partenze verso l’italia, si paga per rispedire a casa i sub-sahariani ma in verità l’italia ha bisogno di loro.
Probabilmente dobbiamo avere piu paura di chi viene in italia e lavora seriamente (Sottopagato, sfruttato) e poi torna al suo paese con dei soldi e del know-how, piuttosto di chi è qui a delinquere. Perchè chi ci porta via soldi e conoscenze legalmente farà crescere il proprio paese. Ormai noi viviamo invece nell’immobilismo totale.

- Non sto dicendo che tu non debba scrivere di amori omossesuali.. è solo che faccio fatica ad apprezzare una scrittura cosi chiusa in se stessa. Insomma non credo che questi siano mezzi che una scrittrice con il tuo talento dovrebbe usare.
- Non che voglia discutere le altrui interpretazioni ma sei fuori strada. Il sesso di Y, nel momento in cui fa l’amore con la studentessa, è davvero ambiguo. Non si capisce se sia una donna o un uomo. La sensazione è quella che Y stesso ignori la propria natura… e io mi sono limitata a descrivere le sue sensazioni.

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[O.L.] Bellissimo racconto di una una omossesualità latente che prende forma in maniera esplosiva nella protagonistra. Disegni bellissimi e dialoghi raffinati. Da molto non leggevo un manga perchè pensavo di essermi allontanato definitivamente da quello stile, ma questo mi ha messo in crisi, devo rivedere qualche scelta.

Mi potresti trovare sul divano con gli occhi semichiusi
una bottiglia vuota sul tavolo
e il volume del televisore troppo alto
aggiungici anche la pioggia che scende e non scende
e potrai capire come questo maggio sia insolito
almeno per me.
“la primavera l’abbiamo saltata a piè pari”
dice una voce
“cazzata” si sente mormorare da fuori
l’inquadratura.
Un’allarme risuona all’improvviso
è l’appartamento di fianco.
Vuoto. Da mesi.

Mi potresti trovare distratto, stanco
più del solito
eppure andare a letto non è la soluzione
quindi esco
mi rifugio in macchina e poi in fondo
fino al centro della città infinita
alla disperata ricerca
di ciò che non trovo più dentro me
e allora qui rimarrà solo
un divano, un televisore, una bottiglia vuota
e segni lievi di un passaggio poco convinto
di qualcuno che non conosci

“Ecco” disse l’uomo, “Finito, ora volerò”

“Non sembri contento” disse il bambino.

“Forse emozionato. Contento no, sapevo che ci sarei riuscito. Ero sicuro, perchè se non si è sicuri non si vola”

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[O.L.] Non amo il Guccini-scrittore quanto il Guccini-cantante però questa raccolta di brevissimi racconti mi è piaciuta. I racconti sono molto semplici e si leggono tutti in fila in un’ora. Ho visto Guccini che presentava il libro da Fazio e gli è scappato di dire “sono racconti quasi carveriani, in cui non succede niente”. In effetti sono “momenti rapidi” quelli raccontati, che si esauriscono al massimo in una giornata narrativa, ma lo stile non è carveriano è emiliano. Comunque buono.

La cosa più straziante è sempre la normalità, il costatare ancora una volta che la realtà della morte schiaccia ogni cosa.
In pochi minuti tutti erano andati via. Avevano voltato le spalle, stanchi e lacrimosi, all’attività meno gradita dalla specie, e lui rimase indietro.
Naturalmente, come quando muore qualcuno, anche se molti erano addolorati, altri rimasero impassibili o provarono un senso di sollievo o, per ragioni buone o cattive, erano sinceramente contenti.

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[O.L.] Breve ma intenso, anzi, troppo intenso per non essere breve. In poche pagina.. la vita di “ogni uomo”. Il protagonista è un uomo qualunque, una vita tra i soliti condivisi desideri, dubbi e paure. C’è tutto ed è raccontato da Dio. Questo romanzo è già un classico per quanto mi riguarda. Stupendo l’epilogo con il racconto minuzioso di un becchino che spiega il suo quotidiano lavoro.

Le notti sono occasioni da bere
a sorsi brevi
con un piede appoggiato
al muro, vicino alla porta
d’uscita

le ragazze della notte cosa pensano
di uno come me
perso tra alcolici e fiati
che passa abitualmente inosservato
cosa pensano,
degli occhi puntati come fari
che chiedono risposte semplici
ma immediate, perchè la vodka nel bicchiere
si è mescolata al ghiaccio,
è calda
e come una clessidra
scandisce il tempo
che mi resta per tentare

Se la realtà è “ciò che vediamo con i nostri occhi”, è stato con i nostri occhi che abbiamo visto Cogne in televisione ed è grazie ai nostri occhi che la parola Cogne è diventata rimando automatico a un universo tragico e sanguinolento, ma è sempre con i nostri occhi che oggi, passeggiando per le strade di Cogne protetti dai nostri cappotti invernali, guardiamo il paese, le sue strade pulite,le vetrine curatissime dei negozi di grastonomia locale, le esposizioni di articoli per la montagna, gli alberghi semivuoti o addirittura chiusi con le facciate in stile baita, i SUV che sfilano sporadicamente su via Grappein, i paesani che s’incontrano e chiacchierano nei bar, i due giornalai (un uomo e una donna) tutti e due sovrappeso e in abiti death metal.
Quale Cogne allora?

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[O.L.] Bellissima l’idea meno il risultato. Viaggiare per i luoghi italiani più inflazionati dai media (sanremo, cogne, la puglia di Padre Pio…) è un’ottimo spunto. Sopratutto l’idea di rintracciare il vero “mulino bianco” diventato icona delle merendine è ottima, peccato che gli autori sono stati molto neutri nel loro racconto, forse invece che due giornalisti ci sarebbero voluti due studiosi di comunicazione, di antropologia, di che ne so, mi sono mancate le osservazioni in profondità, è tutto molto superficiale e poco divertente. Si parla molto della spettacolarizzazione e della trafigurazione della realtà prodotta dalla tv in modo molto poco spettacolare e appetibile, insomma, mi sono annoiato. Con questo non voglio togliere nulla al lavoro dei due giornalisti sicuramente apprezzabile, una notevole intuizione, ma forse l’analisi e le conclusioni dovevano essere esplicitate in modo diverso.

Come si può difendere un paese che ha massacrato l’intera razza dei nativi americani, una civiltà maestosa che ha brevettato i mocassini e che controllava i fenomeni atmosferici grazie a una forma primitiva e senza fili di breakdance? Perchè, in quanto popolo, avremmo dovuto esaltarci per aver eliminato il calumet della pace in nome della pipa di crack? un paese la cui bandiera affamata di pubblicità è un profilattico contro la compassione versol il prossimo, ed equivale a un pene termoguidato (Dio) che spande il suo seme ignorante di disprezzo e presunzione sopra ogni faccia in difficoltà che si trova davanti. Un paese i cui servizi segreti hanno complottato per assassinare l’uomo che con i suoi discorsi più lo ispirava, Martin Luther King. Un paese che avanza per tutto il pianeta con la forza di un rullo compressore, come una pallina da golf obesa, contaminando innocenti popolazioni indigene con il suo Virus Bianco a base di tecnologia, incoronando nel contempo dittatori sanguinari come massimi dirigenti della cosidetta nuova economia globale. Un paese in cui le donne vengono prese e rinchiuse in una cella (la cucina) e tenute prigioniere dai lacci di un grembiule, ammanettate a forza di mestoli e spatole per le torte, e in cui sul piano della dignità umana una vagina relega chi la possiede al ruolo di bollino in una raccolta punti. Perchè L’elite di potere  americana non riconosce che una persona in grado di versare latte dai propri capezzoli è nettamente superiore a una che non ne è capace? Una presidente donna sarebbe in grado di nutrire i figli affamati dell’America grazie ai suoi capezzoli. E come si inserisce la parola Amore in tutto questo?

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[O.L.] Ero scettico, sia perchè non mi piaciono molto le raccolte di autori diversi, sia perchè non mi fido troppo di Dave Eggers (il curatore) per fortuna però è una buona raccolta. Più si legge, più il livello dei racconti sale. Alcuni sono davvero ottimi, come gli ultimi due: “L’uomo venuto da fuori città di Sheila Heti” e “Si prega di non disturbare” di A.M. Homes.
Ce ne sono di tutti tipi e ho scoperto di non sopportare i racconti biografici di personaggi mai esistiti, li trovo di una banalità sconcertante e noiosi. Mi è rimasta impressa l’idea di “Civiltà” di Ryan Boudinot, in cui i figli devono uccidere i genitori perchè richiesto dalle leggi sul controllo demografico in una America futuristica ma non troppo. L’unica vera delusione è il racconto di Lethem, forse era troppo alta l’aspettativa ma è talmente folle da non riuscire a seguirne lo svolgimento, però vi lascio con la sua chiosa: “Ridete col viso! Piangete nel cuore!”

Il parcogiochi è deserto, come spesso accade nei freddi pomeriggi invernali. Solo un cane attraversa il sentiero che porta agli scivoli trascinando a fatica la gamba posteriore sinistra, mi appare come un orologio naturale in uno spazio altrimenti immobile.

Posso osservare il parcogiochi in qualsiasi momento della giornata, affacciandomi alla finestra della cucina. Mi piace la metamorfosi che subisce, sfacciatamente vivo in alcuni momenti dell’anno e inutile in altri: scandisce inesorabilmente il passare delle mie stagioni.

 

Arrivò un tempo in cui non mi bastava più osservare il parco dal quinto piano, e decisi di trascorrere qualche ora seduto su una delle sue panchine, in particolare mi piaceva quella vicino alle altalene. Prendetelo come un segno di amicizia per quel mio vicino di casa, verde e ignaro. Almeno un paio di volte al giorno iniziai a trascorrere una ventina di minuti seduto a non fare nulla, osservando i secondi passare per quel luogo. Un’abitudine dura tutt’ora.

A volte mi concentro sul vento che gioca con le altalene o su qualche foglia che dolcemente abbandona l’albero, il momento che preferisco è quando le ombre si allungano velocemente e si mischiano nell’abbraccio della sera, ma in questo luogo non accade niente di più. La mia è osservazione e pensiero, un lusso di chi ha tanto tempo da sprecare.

Durante l’inverno cerco di ascoltare nei rimasugli di memoria le voci dei bambini che sono passati di qua, e perché no, i bambini che verranno. Più di una volta mi è sembrato di sentirli davvero gli schiamazzi e le risate, i nomi e anche i richiami delle mamme ansiose. Io amo i bambini. Non li ho sempre adorati ma ora che sono vecchio li amo. Non c’è altra parola per spiegare meglio ciò che provo. Li vorrei abbracciare e parlargli di tutto quello che ancora non sanno e che non sapranno mai. Come potrebbero imparare il sapore dell’uva rubato ad un filare o il colore della terra alzata giocando a calcio scalzi? Gli sembrerà una favola e mi chiederanno di raccontarglielo di nuovo e poi di nuovo ancora.

 

Mi piace il parcogiochi e più i giorni passano e più la mia esistenza si accorcia, scopro un legame atavico con questo posto illusorio. Quanto un luogo di natura divertente possa diventare infinitamente triste lo può intuire solo un vecchio. Ogni realtà tangibile nasconde una manciata di simboli e metafore. Per i vecchi questi simboli sostituiscono la realtà stessa che si corrompe irrimediabilmente. Poco importa dell’altalena, del legno e della catena che la sostiene. Importa che su quel altalena non mi siederò mai più senza risultare ridicolo.

Ogni volta che mi prende la malinconia è il segnale che devo tornare a casa, al quinto piano là in alto, dove vivo solo con un orologio che ticchetta troppo forte. Come un cane zoppicante attraverso la strada di sassi e cemento fino all’ingresso del palazzo. E senza chiedermi se domani ritornerò abbandono il parcogiochi.

E quando è finito (N.B. sta parlando del libro “Lost Highway” di Guralnick), si potrebbe restare con la stessa sensazione che ha detto di aver provato il produttore di Elvis, Felton Jarvis, quando ha saputo della sua morte: “E’ come se qualcuno fosse appena venuto a dirmi che nel mondo non ci saranno mai più i cheeseburger”.

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[O.L.] Uno dei tanti aneddoti messi qua e là che rende la lettura di Bangs un viaggio profondo nel mondo musicale e non solo

passo un dito sulle labbra
poi sotto il naso
con movimenti orizzontali precisi
sono moro, ma potrei non esserlo
sono bello e brutto, ridicolo e serio
potrei essere diverso, molto diverso
da questo riflesso

continuo a sentirmi col dito
ora disordinato, ora concentrato
e trovo tutto al suo posto
gli occhi e le orecchie
fino dentro, fino a scivolare tra i capelli
fino ad un punto al di là del mio orizzonte
dove finisce il mio essere
e io non sono…

in quell’assenza
all’improvviso
perdo interesse per 
me stesso