RICORDO DI LANA

Ricordo chiaramente il colore del cielo di quella sera, perché cosi viola, non l’ho mai più rivisto. Non so se le luci natalizie di Milano rendevano l’effetto ottico ancora piu suggestivo ma sta di fatto che sotto quel cielo aspettavo Lana, tra l’andirivieni di donne incappottate e un perpetuo strusciare di borse e tacchi. Lei arrivò con l’abituale ritardo portandosi dietro una leggera pioggia che gli inumidiva i capelli ricci. Avvolta in uno scialle rosso avanzava a testa bassa con la borsa e le scarpe impeccabilmente in tinta.

“Ciao Lana” dissi restando immobile. Avrei voluto baciarla ma non sapevo esattamente cosa fare, quindi rimasi ad un passo di distanza.

“Ciao Nick, come stai?” disse lei, contrariamente senza lasciare l’impressione del dubbio sul da farsi. Prese a camminare fino all’interno di un locale vicino, che prima non avevo nemmeno notato.

Le andai dietro rispondendo a bassa voce: “male, grazie”.

Ricordo che il locale era anonimo, cosi nel profondo che non me lo sarei mai ricordato in altre circostanze. Ci sedemmo al tavolo più lontano dall’ingresso con movimenti essenziali e senza guardarci mai negli occhi. Chiunque ci avesse visto avrebbe scommesso che non ci conoscevamo neppure, invece neanche un paio di settimane prima avevamo fatto l’amore con grande passione.

“allora come stai?” mi richiese Lana dopo aver ordinato un thè ad un cameriere di passaggio.

“come sempre: male” le risposi ancora, questa volta ad alta voce, ma neanche questa volta sembrò interessata alle mie parole.

Il cameriere portò il thè caldo in tempo record, a me nulla perché non si era preoccupato di chiedermi cosa desiderassi. Lo guardai senza curiosità e le chiesi una sambuca. Già da allora non facevo più caso ad avere lo stomaco pieno per bere come si deve.

Dopo altri secondi lenti di silenzio Finalmente la freddezza di Lana si sciolse in un movimento nervoso della mano destra all’interno della borsa in tinta. Si mise a cercare qualcosa spazientita. Ancora non mi aveva guardato in faccia. Passò qualche minuto perché proprio non trovava l’oggetto del desiderio e notai il nervosismo crescergli tra le labbra tremanti. “Guardami Lana” pensavo, “Guardami e sarà tutto più semplice”.

Ma non mi guardò, neppure quando la ricerca si concluse ed estrasse dalla borsa un quadrato di plastica grigia. Capii dopo un attimo che era un preservativo.

Non mi guardò nemmeno quando lo lanciò sul tavolo e con voce strozzata disse: “tienilo sempre con te, cosi eviterai di fare altri danni”

A questo punto, ogni volta mentre lo racconto, il ricordo si complica, anzi si moltiplica. La mente era una vertigine di immagini scollegate incapaci di diventar parola.  Ogni mia cellula era immobile a quel tavolo anonimo nel tentativo di trovare un significato profondo nelle parole che apparentemente non mi riguardavano ma che rimanevano a mezz’aria attorno a me. Non le volevo quelle parole. Non facevano parte del mio disegno mentale di quel incontro. Non ricordo quindi esattamente cosa feci e neppure quanto tempo passai ipnotizzato, annaspando nel tentativo di venire a galla di un mare oscuro e terribile.

Ma Lana non si fermò davanti alla mia eclatante sconfitta dei sensi. Si alzò spostando la sedia rumorosamente, per introdurre l’atto finale. In quel momento mi guardò negli occhi. Finalmente? I suoi lucidi e vivi, i miei opachi e lontani. Mi disse: “ti odio, ma questo lo sai già” e andò via senza rumore di tacchi, senza esitazione, per sempre lontano da me.

Rimasi solo come mai prima di quel momento. E finalmente tornai a funzionare.

Era incinta… la mia Lana.

 

Era incinta e pochi giorni prima l’avevo lasciata. Per una diciottenne conosciuta per caso, che ora mi appariva come uno scherzo del destino che non ho saputo leggere. Sono sempre stato Incapace di prendere una decisione sana, e questa era l’ennesima caduta in basso.

Ovviamente non c’entrava la diciottenne, il suo fisico o quello che rappresentava per un trentaduenne sognatore impaurito come me. Ogni causa delle mie azioni le portavo dentro e le conoscevo e le annunciai tra me e me, seduto a quel tavolo di quel locale anonimo.

Ricordo bene che nella mia mente prese forma la coscienza e mi svegliò come uno schiaffo improvviso: aspetto un bambino e l’ho già abbandonato. Avrei voluto alzarmi e urlare: Lana non è colpa tua! sono io quello sbagliato! Ero quasi felice con te, quasi, ma quel quasi bastò a terrorizzarmi. La felicità è una condizione insopportabile! L’ho dovuto fare.

Ma senza dir niente, pagando a testa bassa il conto, presi il marciapiede ormai bagnato e scappai da quel locale anonimo e dalla vita.

 

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