PARCOGIOCHI

Il parcogiochi è deserto, come spesso accade nei freddi pomeriggi invernali. Solo un cane attraversa il sentiero che porta agli scivoli trascinando a fatica la gamba posteriore sinistra, mi appare come un orologio naturale in uno spazio altrimenti immobile.

Posso osservare il parcogiochi in qualsiasi momento della giornata, affacciandomi alla finestra della cucina. Mi piace la metamorfosi che subisce, sfacciatamente vivo in alcuni momenti dell’anno e inutile in altri: scandisce inesorabilmente il passare delle mie stagioni.

 

Arrivò un tempo in cui non mi bastava più osservare il parco dal quinto piano, e decisi di trascorrere qualche ora seduto su una delle sue panchine, in particolare mi piaceva quella vicino alle altalene. Prendetelo come un segno di amicizia per quel mio vicino di casa, verde e ignaro. Almeno un paio di volte al giorno iniziai a trascorrere una ventina di minuti seduto a non fare nulla, osservando i secondi passare per quel luogo. Un’abitudine dura tutt’ora.

A volte mi concentro sul vento che gioca con le altalene o su qualche foglia che dolcemente abbandona l’albero, il momento che preferisco è quando le ombre si allungano velocemente e si mischiano nell’abbraccio della sera, ma in questo luogo non accade niente di più. La mia è osservazione e pensiero, un lusso di chi ha tanto tempo da sprecare.

Durante l’inverno cerco di ascoltare nei rimasugli di memoria le voci dei bambini che sono passati di qua, e perché no, i bambini che verranno. Più di una volta mi è sembrato di sentirli davvero gli schiamazzi e le risate, i nomi e anche i richiami delle mamme ansiose. Io amo i bambini. Non li ho sempre adorati ma ora che sono vecchio li amo. Non c’è altra parola per spiegare meglio ciò che provo. Li vorrei abbracciare e parlargli di tutto quello che ancora non sanno e che non sapranno mai. Come potrebbero imparare il sapore dell’uva rubato ad un filare o il colore della terra alzata giocando a calcio scalzi? Gli sembrerà una favola e mi chiederanno di raccontarglielo di nuovo e poi di nuovo ancora.

 

Mi piace il parcogiochi e più i giorni passano e più la mia esistenza si accorcia, scopro un legame atavico con questo posto illusorio. Quanto un luogo di natura divertente possa diventare infinitamente triste lo può intuire solo un vecchio. Ogni realtà tangibile nasconde una manciata di simboli e metafore. Per i vecchi questi simboli sostituiscono la realtà stessa che si corrompe irrimediabilmente. Poco importa dell’altalena, del legno e della catena che la sostiene. Importa che su quel altalena non mi siederò mai più senza risultare ridicolo.

Ogni volta che mi prende la malinconia è il segnale che devo tornare a casa, al quinto piano là in alto, dove vivo solo con un orologio che ticchetta troppo forte. Come un cane zoppicante attraverso la strada di sassi e cemento fino all’ingresso del palazzo. E senza chiedermi se domani ritornerò abbandono il parcogiochi.

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