Archive for the ‘Poetry’ Category

IL LIBRO DEL DESIDERIO (L. COHEN)
17 giugno 2009

Più riguardo a Il libro del desiderio

Perchè tutta la mia arte, e tutta la mia bravura, non hanno mai avuto la mia faccia. Nemmeno una volta.

———–

Tramortito, eppure non sofferente.
Gonfio di preoccupazioni e di ansia, eppure non sofferente.
Inutile, vecchio e pieno di dolore ma, non sofferente.

———–

Ora sono capace
di dormire venti ore al giorno.
Le quattro che rimangono
vengono usate
per chiamare al telefono una lista
di persone importanti
allo scopo
di augurare la buonanotte.

———–

Una cosa soltanto
lo rendeva felice
e adesso che
non c’era più
tutto
lo rendeva felice.

info sul libro

[O.L.] Una raccolta di pensieri, poesie, disegni del grandissimo Cohen, che ho solo recentemente scoperto, grazie al doppio album dal vivo Live in London. Fisso sul lettore da un paio di settimane. Il libro mi ha spinto a conoscere il cantautore. “Chi può dire dove finisce il poeta e dove comincia il cantautore?’”. Magia.

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SOTTO UN SOLE DI SIGARETTE E CETRIOLI (C. BUKOWSKI)
9 aprile 2009

Immagine di Sotto un sole di sigarette e cetrioli

PULSAZIONI DA VINO

Questa è un’altra poesia che parla delle 2 del mattino e di come io
stia ancora alla
macchina da scrivere ascoltando la radio e fumandomi un buon
sigaro.
caspita, che ne so, a volte mi sento proprio come Van Gogh o Faulkner o,
ad esempio, Stravinskij, mentre sorseggio vino e batto a macchina
e fumo e non c’è magia altrettanto delicata di questa.
alcuni critici dicono che continuo a scrivere sempre le stesse cose.
bè, a volte si e a volte no, ma quando lo faccio il
motivo è che mi dà una sensazione così bella, è come fare
l’amore e
se sapeste quanto mi ci sento bene mi perdonereste
perchè sappiamo tutti quanto effimera possa essere la felicità.
cosi faccio lo gnorri e dico di nuovo che
sono le 2 del mattino
e che io sono
Cèzanne
Chopin
Cèline
Chinaski
e che mi stringo al petto tutto:
lo sbuffo di fumo del sigaro
un altro bicchiere di vino
le splendide ragazze
i criminali e gli assassini
i pazzi solitari
gli operai delle fabbriche,
questa macchina da scrivere qui,
la radio accesa,
io ripeto tutto daccapo
e lo ripeterò tutto quanto per sempre
fino a che la magia che ne nasce per me
nascerà anche per voi.

info sul libro

[O.L] Buone poesie, poche stupende. Non raggiunge il livello di “Seduto sull’orlo del letto mi finisco una birra nel buio” che rimane il mio preferito.

ANTOLOGIA DI SPOON RIVER (E. LEE MASTER)
17 marzo 2009

Immagine di Antologia di Spoon River

IL SUONATORE JONES
La terra emana una vibrazione
là nel tuo cuore, e quello sei tu.
E se la gente scopre che sai suonare,
ebbene, suonare ti tocca per tutta la vita.
Che cosa vedi, un raccolto di trifoglio?
O un prato da attraversare per arrivare al fiume?
Il vento è nel granturco; tuti freghi le mani
per i buoi ora pronti per il mercato;
oppure senti il fruscio delle gonne.
Come le ragazze quando ballano nel Boschetto.
Per Cooney Potter una colonna di polvere
o un vortice di foglie significavano disastrosa siccità;
Per me somigliavano a Sammy Testarossa
che danzava al motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare i miei quaranta acri
per non parlare di acquistarne altri,
con una ridda di corni, fagotti e ottavini
agitata nella mia testa da corvi e pettirossi
e il cigolìo di un mulino a vento – solo questo?
E io non iniziai mai ad arare in vita mia
senza che qualcuno si fermasse per strada
e mi portasse via per un ballo o un picnic.
Finii con quaranta acri;
finii con una viola rotta –
e una risata spezzata, e mille ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

info sul libro

[O.L.] Non l’ho mai capito fino in fondo. Dopo aver scoperto De Andrè mi è venuta voglia di ri-scoprire l’antologia di spoon river ma niente da fare, queste poesie non mi toccano, preferisco di gran lunga le parole di De Andrè. Basta fare un paragone tra il suonatore jones del libro e della canzone…

POESIE D’AMORE PER DONNE UBRIACHE (A. CALLIGARIS)
25 giugno 2008

PEDALANDO NELLA DISCESA DI UN GARAGE

Vorrei saperle adesso le cose che sapevo da bambino
non il contrario
che i genitori non muoiono mai
che Babbo Natale riceve le mie lettere
che la mia maestra mi vuole bene
che da grande avrei fatto il pirata
che gli americani sono buoni e i russi cattivi
che il mio papà è il più alto di tutti quanti
che non mi sarebbe mai venuta la pancia
che non mi sarebbero mai caduti i capelli
che posso dare del tu a tutti quanti
che nuotare fa bene
che ogni anno si va in vacanza
che per il lunedi mattina c’è sempre una poesia
da imparare a memoria
che d’estate si mangia in terrazza che c’è vento
che le uniche malattie sono quelle infettive
che da quando cadono i denti ci sono sempre dei soldini
sotto il guanciale
che c’è sempre qualcuno che ti rimbocca le coperte
che un paio di tette non sono più interessanti
di un sacchetto di biglie
che di notte di dorme
che hai la vita davanti,
per sentire ancora una volta l’eternità
pedalando nella discesa di un garage.

info sul libro

[O.L.] Una raccolta di poesie che ricorda vagamente Bukowski ma senza l’amarezza sconfinata. La maggior parte delle poesia volano via senza toccare particolarmente e il continuo riferimento al sesso dopo un pò mi ha stancato. cmq non male.

 

LE RAGAZZE CHE SEGUIVAMO (C. BUKOWSKI)
5 ottobre 2007

SORTEGGIO FORTUNATO

dopo decenni di povertà
ora che mi avvicino alla
tomba.
d’improvviso ho una casa, la macchina nuova,
sauna, piscina, computer.

mi distruggerà tutto questo?
bè, qualche cosa mi dovrà distruggere
ben presto.

i ragazzi in galera, nei mattatoi,
nelle fabbriche, sulle panchine dei parchi, negli
uffici postali, nei bar
adesso non mi crederebbero
mai.

faccio fatica a credere a me stesso.
e non sono diverso
da come ero nei cubicoli
della fame e della pazzia.
l’unica differenza
è che sono
più vecchio.
e bevo vino
più buono.
tutto il resto sono
fesserie,
un sorteggio
fortunato.

la vita può cambiare in un decimo
di secondo
o a volta può impiegarci
70
anni.

info sul libro

[O.P] Pensando al silenzio mi sono venuti in mente due scrittori. Cioran e Bukowski. Non perchè avessero prodotto qualcosa sul tema ma perchè nella mia immaginazione hanno passato molto tempo da soli, in una camera spoglia e buia, con il solo rumore della macchina da scrivere nell’aria (buk) o con lo sguardo fisso sul soffitto (cioran).

NOTTE D’AUTUNNO (N. HIKMET)
21 settembre 2007

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
perole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole,amore
le tue parole,amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

[O.P.] Buon autunno a tutti.

LE RAGAZZE CHE SEGUIVAMO (C. BUKOWSKI)
12 settembre 2007

SPLASH

L’illusione è che tu semplicemente
stia leggendo questa poesia.
la realtà è che questa è
più di una
poesia.
questo è il coltello di un accattone.
è un tulipano.
è un soldato che marcia
attraverso Madrid.
questo sei tu sul tuo
letto di morte.
questo è Li Po che ride
sottoterra.
no, non è una dannata
poesia.
è un cavallo che dorme.
una farfalla dentro
il tuo cervello.
questo è il circo
del diavolo.
e non la stai leggendo
su una pagina.
è la pagina che legge
te.
la senti?
è come un cobra.
è un’acquila affamata
che sorvola la stanza.

questa non è una poesia.
la poesia è barbosa,
ti fa venire
sonno.

queste parole ti incitano
a una nuova
follia.

ti ha toccato la grazia,
sei stato spinto
dentro una
abbacinante
regione di
luce.

adesso l’elefante
sogna insieme
a te.
la volta dello spazio
curva e
ride.

adesso puoi morire.
tu puoi morire adesso come
si doveva morire da
uomini:
grande,
vittorioso,
con l’orecchio alla musica,
essendo tu la musica,
che romba,
romba,
romba.

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QUANDO ERAVAMO GIOVANI (C. BUKOWSKI)
29 maggio 2007

GIOCO DI SPECCHI

Peter era un mostro, Peter era grasso, Peter
era scemo, Peter era goffo, Peter balbettava
e Peter inciampava e le ragazze ridevano di
Peter e i ragazzi lo punzecchiavano, e Peter
era costretto a restare a scuola dopo le lezioni
e a Peter cadevano gli occhiali e aveva le scarpe
slacciate e la camicia di fuori e vestiva come non
s’era mai visto e Peter sedeva sempre nell’ultimo
banco con il moccio che gli colava dal naso.

questo succedeva allora. cioè alle elementari e
alle medie, e il tempo passava
e passava e
adesso
Peter cambia ogni anno la sua fuoriserie e
ha sempre una ragazza nuova e graziosa e
non porta più gli occhiali ed è dimagrito,
sembra quasi bello comunque certo sicuro di sè,
ha una casa in Messico e una a Hollywood.
Peter commercia in arte e in borsa, parla
tre lingue, ha lo yacht e un jet privato e inoltre
qualche volta produce dei film.

chi lo conosceva allora non lo conosce
adesso.
è successo
qualcosa, che diavolo
è stato?

e la maggior parte dei fighi di allora
che ancora si vedono in giro
sono deformi, sconfitti, ingloriosi,
idioti, senzacasa, senili o
moribondi.

di rado va come ci aspettiamo che
vada.
per la precisione,
mai.

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EMILY BRONTE
25 maggio 2007

La notte si addensa attorno a me
selvaggio e gelido soffia il vento
ma una magia implacabile mi ha vinto
e non posso non posso fuggire

Alberi giganteschi piegano
i rami spogli gravi di nevi
veloce la tempesta si fa vicina
pure non posso fuggire

Nuvole e nuvole su di me
deserti e deserti ai miei piedi
nessun terrore potrà allontanarmi
non voglio non posso fuggire

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SE (R. KIPLING)
22 maggio 2007

Se riesci a non perdere la testa, quando tutti intorno
La perdono, e se la prendono con te;
Se riesci a non dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano,
Ma anche a cogliere in modo costruttivo i loro dubbi;
Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere;
Se sai non ricambiare menzogna con menzogna,
Odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono,
E a evitare di far discorsi troppo saggi;
Se sai sognare – ma dai sogni sai non farti dominare;
Se sai pensare – ma dei pensieri sa non farne il fine;
Se sai trattare nello stesso modo due impostori
– Trionfo e Disastro – quando ti capitano innanzi;
Se sai resistere a udire la verità che hai detto
Dai farabutti travisata per ingannar gli sciocchi;
Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti consumati,
Le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante;
Se di tutto ciò che hai vinto sai fare un solo mucchio
E te lo giochi, all’azzardo, un’altra volta,
E se perdi, sai ricominciare
Senza dire una parola di sconfitta;
Se sai forzare cuore, nervi e tendini
Dritti allo scopo, ben oltre la stanchezza,
A tener duro, quando in te nient’altro
Esiste, tranne il comando della Volontà;
Se sai parlare alle folle senza sentirti re,
O intrattenere i re parlando francamente,
Se né amici né nemici riescono a ferirti,
Pur tutti contando per te, ma troppo mai
nessuno;
Se riesci ad occupare il tempo inesorabile
Dando valore a ogni istante della vita,
Il mondo è tuo, con tutto ciò che ha dentro,
E, ancor di più, ragazzo mio, sei Uomo!

EMILY DICKINSON
18 maggio 2007

Io so bene che dentro la mia stanza
c’è un amico invisibile,
non si rivela con qualche movimento
né parla per darmi una conferma.

Non c’è bisogno che io gli trovi posto:
è una cortesia più conveniente
l’ospitale intuizione
della sua compagnia.

La sola libertà che si concede
è di essere presente.
Né io né lui violiamo con un suono
l’integrità di questa muta intesa.

Non non potrei mai stancarmi di lui:
sarebbe come se un atomo ad un tratto
si annoiasse di stare sempre insieme
agli innumerevoli elementi dello spazio.

Ignoro se visti anche altri,
se rimanga con loro oppure no.
Ma il mio istinto lo sa riconoscere:
il suo nome è Immortalità.

QUANDO ERAVAMO GIOVANI (C. BUKOWSKI)
30 aprile 2007

mio padre era un uomo pieno di
proverbi:

“il mattino ha l’oro
in bocca…”

“chi la fa
l’aspetti…”

“un penny risparmiato è…”

“chi si loda
s’imbroda…”

“l’erba del vicino è
sempre piu verde…”

ce n’erano altri ma li ho
dimenticati.
come li sciorinava
incessantemente!

quando morì andai a guardarlo
nella bara.
tutti parlavano del suo
bell’aspetto: “pacifico! guardalo
com’è pacifico! l’hanno rimesso
a posto per bene!”.

io lo guardai quasi
aspettandomi che sparasse
uno dei suoi proverbi:

“meglio un uovo oggi
che una gallina domani…”

“lontano dagli occhi
lontano dal cuore…”

ma non successe niente
cosi me ne andai
seguito dallo zio
che disse:”hey Henry, filiamo
a mangiare qualcosa”

“conosco un posticino” dissi
“seguimi…”

mi pareva quasi di sentirlo
dalla bara

“la via che porta al cuore di un uomo
passa per il suo
stomaco…”

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SE TU MI DIMENTICHI (P. NERUDA)
2 aprile 2007

Voglio che tu sappia
Una cosa.
Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se cio’ che esiste
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.
“ Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
chè già ti avrò dimenticata “

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
Che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finchè tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.

IL CORVO (E. A. POE)
8 marzo 2007

Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io meditavo, debole e stanco, sopra alcuni bizzarri e strani volumi d’una scienza dimenticata; mentre io chinavo la testa, quasi sonnecchiando – d’un tratto, sentii un colpo leggero, come di qualcuno che leggermente picchiasse – pichiasse alla porta della mia camera.
«È qualche visitatore – mormorai – che batte alla porta della mia camera.»
Questo soltanto, e nulla più.

Ah! distintamente ricordo; era nel fosco Dicembre, e ciascun tizzo moribondo proiettava il suo fantasma sul pavimento.
Febbrilmente desideravo il mattino: invano avevo tentato di trarre dai miei libri un sollievo al dolore – al dolore per la mia perduta Eleonora, e che nessuno chiamerà in terra – mai più.

E il serico triste fruscio di ciascuna cortina purpurea, facendomi trasalire – mi riempiva di tenori fantastici, mai provati prima, sicchè, in quell’istante, per calmare i battiti del mio cuore, io andava ripetendo: «È qualche visitatore, che chiede supplicando d’entrare, alla porta della mia stanza. Qualche tardivo visitatore, che supplica d’entrare alla porta della mia stanza; è questo soltanto, e nulla più».

Subitamente la mia anima divenne forte; e non esitando più a lungo:
«Signore – dissi – o Signora, veramente io imploro il vostro perdono; ma il fatto è che io sonnecchiavo: e voi picchiaste sì leggermente, e voi sì lievemente bussaste – bussaste alla porta della mia camera, che io ero poco sicuro d’avervi udito». E a questo punto, aprii intieramente la porta.
Vi era solo la tenebra, e nulla più.

Scrutando in quella profonda oscurità, rimasi a lungo, stupito impaurito sospettoso, sognando sogni, che nessun mortale mai ha osato sognare; ma il silenzio rimase intatto, e l’oscurità non diede nessun segno di vita;
e l’unica parola detta colà fu la sussurrata parola «Eleonora!»
Soltanto questo, e nulla più.

Ritornando nella camera, con tutta la mia anima in fiamme; ben presto udii di nuovo battere, un poco più forte di prima.
«Certamente – dissi – certamente è qualche cosa al graticcio della mia finestra.»
Io debbo vedere, perciò, cosa sia, e esplorare questo mistero.
È certo il vento, e nulla più.

Quindi io spalancai l’imposta; e con molta civetteria, agitando le ali, si avanzò un maestoso corvo dei santi giorni d’altri tempi; egli non fece la menoma riverenza; non esitò, nè ristette un istante ma con aria di Lord o di Lady, si appollaiò sulla porta della mia camera, s’appollaiò, e s’installò – e nulla più.

Allora, quest’uccello d’ebano, inducendo la mia triste fantasia a sorridere, con la grave e severa dignità del suo aspetto:
«Sebbene il tuo ciuffo sia tagliato e raso – io dissi – tu non sei certo un vile, orrido, torvo e antico corvo errante lontanto dalle spiagge della Notte dimmi qual’è il tuo nome signorile sulle spiagge avernali della Notte!»
Disse il corvo: «Mai più».

Mi meravigliai molto udendo parlare sì chiaramente questo sgraziato uccello, sebbene la sua risposta fosse poco sensata – fosse poco a proposito; poichè non possiamo fare a meno d’ammettere, che nessuna vivente creatura umana, mai, finora, fu beata dalla visione d’un uccello sulla porta della sua camera, con un nome siffatto: «Mai più».

Ma il corvo, appollaiato solitario sul placido busto, profferì solamente quest’unica parola, come se la sua anima in quest’unica parola avesse effusa.
Niente di nuovo egli pronunziò – nessuna penna egli agitò – finchè in tono appena più forte di un murmure, io dissi: «Altri amici mi hanno già abbandonato, domani anch’esso mi lascerà, come le mie speranze, che mi hanno già abbandonato».
Allora, l’uccello disse: «Mai più».

Trasalendo, perchè il silenzio veniva rotto da una risposta sì giusta:
«Senza dubbio – io dissi – ciò ch’egli pronunzia è tutto il suo sapere e la sua ricchezza, presi da qualche infelice padrone, che la spietata sciagura perseguì sempre più rapida, finchè le sue canzoni ebbero un solo ritornello, finchè i canti funebri della sua Speranza ebbero il malinconico ritornello:
«Mai, – mai più».

Ma il corvo inducendo ancora tutta la mia triste anima al sorriso, subito volsi una sedia con ricchi cuscini di fronte all’uccello, al busto e alla porta; quindi, affondandomi nel velluto, mi misi a concatenare fantasia a fantasia, pensando che cosa questo sinistro uccello d’altri tempi, che cosa questo torvo sgraziato orrido scarno e sinistro uccello d’altri tempi
intendea significare gracchiando: «Mai più».

Così sedevo, immerso a congetturare, senza rivolgere una sillaba all’uccello, i cui occhi infuocati ardevano ora nell’intimo del mio petto; io sedeva pronosticando su ciò e su altro ancora, con la testa reclinata adagio sulla fodera di velluto del cuscino su cui la lampada guardava fissamente; ma la cui fodera di velluto viola, che la lampada guarda fissamente Ella non premerà, ah! – mai più!
 
Allora mi parve che l’aria si facesse più densa, profumata da un incensiere invisibile, agiato da Serafini, i cui morbidi passi tintinnavano sul soffice pavimento,
«Disgraziato! – esclamai – il tuo Dio per mezzo di questi angeli ti ha inviato il sollievo – il sollievo e il nepente per le tue memorie di Eleonora! Tracanna, oh! tracanna questo dolce nepente, e dimentica la perduta Eleonora!»
Disse il corvo: «Mai più».

– «Profeta – io dissi – creatura del male! – certamente profeta, sii tu uccello o demonio! –
– «Sia che il tentatore l’abbia mandato, sia che la tempesta t’abbia gettato qui a riva, desolato, ma ancora indomito, su questa deserta terra incantata in questa visitata dall’orrore – dimmi, in verità, ti scongiuro
– «Vi è – vi è un balsamo in Galaad? dimmi, dimmi – ti scongiuro. –
Disse il corvo: «Mai più».

– «Profeta! – io dissi – creatura del male! – Certamente profeta, sii tu uccello o demonio!
– «Per questo Cielo che s’incurva su di noi – per questo Dio che tutti e due adoriamo – di’ a quest’anima oppressa dal dolore, se, nel lontano Eden, essa abbraccerà una santa fanciulla, che gli angeli chiamano Eleonora, abbraccerà una rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Eleonora».
Disse il corvo: «Mai più».

– «Sia questa parola il nostro segno d’addio, uccello o demonio!» – io urlai, balzando in piedi. «Ritorna nella tempesta e sulla riva avernale della notte! Non lasciare nessuna piuma nera come una traccia della menzogna che la tua anima ha profferita! Lascia inviolata la mia solitudine! Sgombra il busto sopra la mia porta!
Disse il corvo: «Mai più».

E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza, e i suoi occhi sembrano quelli d’un demonio che sogna; e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento, e la mia, fuori di quest’ombra, che giace ondeggiando sul pavimento non si solleverà mai più!

L’AMORE E’ UN CANE CHE VIENE DALL’INFERNO
22 febbraio 2007

HO FATTO UN ERRORE

Mi sono alzato fino in cima all’armadio
e ho tirato fuori un paio di mutandine blu
e gliele ho mostrate e le ho
chiesto “sono tue?”

lei ha guardato e ha detto:
“no, appartengono a un cane”

poi se n’è andata e da allora
non l’ho più vista. non è a casa sua.
continuo ad andarci, attacco biglietti
sulla porta. ci torno e i biglietti
sono ancora lì. porto la croce di Malta
tolta dal mio specchio retrovisore, la lego
alla sua maniglia con una stringa, lascio
un libro di poesie,
quando torno la sera dopo
è ancora tutto li

continuo a cercare per le strade quella
corazzata rosso sangue che lei guida
con la batteria debole, e le portiere
che penzolano dai cardini rotti.

guido lungo le strade
a un soffio dal piangere,
vergognandomi di essere cosi sentimentale e
del possibile amore.

un vecchio confuso che guida nella pioggia
chiedendosi dove sia finita la
buona sorte.

info sul libro